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Autonomia e dialogo tra culture, dal Trentino un messaggio di convivenza

Di Redazione ASI 9 Ottobre 2026 – 15:22 6 min di lettura

(ASI)  Il Castello del Buonconsiglio ha ospitato un confronto sul valore dell’autogoverno, sulla tutela delle identità e sul rapporto tra culture diverse.

L’iniziativa, organizzata dal consigliere regionale e capogruppo Andrea de Bertolini, ha preso spunto dalla vicenda del missionario trentino don Angelo Confalonieri per allargare lo sguardo alle sfide del presente.

Può l’autonomia rappresentare uno strumento utile per costruire società più capaci di convivere con le differenze? È attorno a questo interrogativo che si è sviluppato l’incontro ospitato al Castello del Buonconsiglio, dove rappresentanti delle istituzioni, esponenti diplomatici e studiosi hanno discusso del rapporto tra identità, autogoverno, minoranze e dialogo interculturale.

A organizzare l’appuntamento è stato Andrea de Bertolini, consigliere regionale e capogruppo, che ha anche guidato il confronto tra gli ospiti. L’intento dell’iniziativa è stato quello di mettere in comunicazione esperienze apparentemente lontane, utilizzando la storia come punto di partenza per affrontare questioni che conservano una forte attualità: la gestione delle differenze, la partecipazione delle comunità alle decisioni e la ricerca di strumenti capaci di prevenire le contrapposizioni.

Il Trentino-Alto Adige/Südtirol costituisce, da questo punto di vista, un osservatorio particolare. La sua storia ha portato alla costruzione di un sistema nel quale l’autonomia territoriale e la tutela delle diverse comunità linguistiche hanno assunto un ruolo essenziale. Il significato di questo modello, tuttavia, non si esaurisce nelle competenze amministrative attribuite alle istituzioni locali. L’autonomia può essere letta anche come un metodo attraverso il quale interessi e identità differenti trovano uno spazio comune di rappresentanza.

Nel dibattito è intervenuto il presidente della Provincia autonoma di Trento Maurizio Fugatti, che ha richiamato le radici storiche dell’autogoverno trentino e la necessità di mantenerne vivo il significato. Un sistema autonomistico conserva infatti la propria forza soltanto quando riesce a evolvere insieme alla comunità che rappresenta. La partecipazione dei cittadini e la capacità delle istituzioni di confrontarsi con esigenze nuove diventano quindi elementi fondamentali.

Una prospettiva analoga, ma estesa al tema dei conflitti tra gruppi diversi, è stata proposta dal presidente della Regione autonoma Trentino-Alto Adige/Südtirol Arno Kompatscher. L’esperienza maturata sul territorio mostra come il riconoscimento delle specificità linguistiche e culturali possa contribuire a ridurre le contrapposizioni. L’autonomia assume così una funzione che va oltre l’amministrazione locale: diventa uno strumento di mediazione, perché consente alle comunità di conservare la propria identità all’interno di un quadro istituzionale condiviso.

Particolare rilievo assume il contributo di Andrea de Bertolini, non soltanto per il ruolo di moderatore, ma soprattutto in quanto promotore e organizzatore dell’iniziativa. Il consigliere regionale e capogruppo ha posto al centro della discussione un concetto preciso: l’autonomia deve essere considerata un processo vivo, non un patrimonio destinato a conservarsi automaticamente nel tempo.

Secondo la prospettiva emersa dal suo intervento, ogni generazione è chiamata a dare nuovo contenuto all’autogoverno. Avere istituzioni autonome non è sufficiente se viene meno il coinvolgimento della società. Diritti, competenze e strumenti amministrativi acquistano pieno significato quando vengono accompagnati dalla partecipazione e dalla consapevolezza delle responsabilità che l’autonomia comporta.

Il messaggio proposto da de Bertolini è quindi quello di un’autonomia da esercitare e rinnovare, capace di unire la difesa delle specificità territoriali alla costruzione di relazioni con realtà differenti. In questa lettura, l’identità non deve diventare una barriera: può invece costituire il punto di partenza per confrontarsi con gli altri da una posizione di maggiore consapevolezza.

La presenza di rappresentanti del mondo diplomatico ha consentito di allargare ulteriormente l’orizzonte. Il lavoro della diplomazia e quello delle istituzioni autonomistiche operano su piani diversi, ma possono condividere una medesima logica: evitare che una differenza di interessi o di identità si trasformi inevitabilmente in uno scontro. Mediazione, conoscenza reciproca e ricerca di soluzioni condivise diventano, in entrambi i casi, strumenti essenziali.

A fare da filo conduttore alla giornata è stata soprattutto la vicenda di don Angelo Confalonieri, missionario trentino dell’Ottocento partito alla volta dell’Australia settentrionale. La sua esperienza presso le popolazioni aborigene permette di spostare la riflessione dal piano istituzionale a quello dell’incontro tra persone e culture.

Confalonieri cercò di conoscere direttamente le comunità con cui entrò in contatto, interessandosi alla loro lingua e al loro modo di vivere. È questo aspetto della sua esperienza ad assumere oggi un particolare significato: per comprendere una realtà diversa dalla propria occorre innanzitutto avvicinarsi ad essa, ascoltarla e provare a conoscerne i codici culturali.

Il riferimento all’Australia porta con sé anche una riflessione sulla complessità dei rapporti tra popolazioni indigene e società di origine europea. L’incontro tra culture può produrre conseguenze molto diverse. Quando prevalgono imposizione e assimilazione, la diversità diventa terreno di conflitto; quando invece si costruiscono forme di riconoscimento reciproco, diventa possibile immaginare rapporti fondati sul rispetto.

Nel confronto è intervenuto anche l’ambasciatore australiano Keith John Pitt, contribuendo a collegare la vicenda storica di Confalonieri alla realtà dell’Australia contemporanea e alla questione del riconoscimento del patrimonio culturale delle popolazioni aborigene. Il tema delle radici e delle identità assume così una dimensione internazionale e permette di osservare sotto una luce diversa anche l’esperienza autonomistica trentina.

Pur appartenendo a epoche e contesti completamente differenti, la storia del missionario e quella dell’autonomia possono essere accostate attorno a un principio comune: una società non diventa necessariamente più coesa cancellando ciò che distingue le persone. Al contrario, la stabilità può dipendere proprio dalla capacità di riconoscere le differenze e di costruire regole che consentano loro di esprimersi senza trasformarsi in contrapposizioni insanabili.

È su questo terreno che l’iniziativa organizzata da de Bertolini assume un significato che supera la semplice rievocazione storica. La figura di Confalonieri diventa il punto di partenza per interrogarsi sul presente e sulla capacità delle istituzioni di rispondere a società sempre più articolate. Autonomia, diplomazia e dialogo interculturale finiscono così per convergere attorno alla ricerca di un equilibrio tra appartenenza e apertura.

Il confronto al Castello del Buonconsiglio restituisce quindi l’immagine di un’autonomia che non guarda soltanto al proprio passato. La storia rimane essenziale per comprenderne le ragioni, ma la sua continuità dipende dalla capacità di utilizzarla per affrontare problemi nuovi. In questo senso, il contributo di Andrea de Bertolini, nella duplice veste di consigliere regionale e capogruppo e di organizzatore dell’evento, pone l’accento sulla responsabilità del presente: conservare l’autonomia significa anche saperla aggiornare, rafforzando la partecipazione e mantenendo aperto il confronto con esperienze esterne al territorio.

Da Trento all’Australia, il filo conduttore diventa allora il rapporto con la diversità. L’autonomia offre una possibile risposta sul piano istituzionale; la diplomazia la ricerca attraverso la mediazione; la storia di Confalonieri suggerisce il valore dell’ascolto sul piano umano. Tre prospettive differenti che convergono su un punto: la convivenza non richiede di rendere tutti uguali, ma di trovare strumenti attraverso i quali le differenze possano coesistere e dialogare.

È questa, in definitiva, la prospettiva emersa dall’incontro: considerare l’autonomia non come una formula immutabile o un privilegio da custodire passivamente, ma come una responsabilità da esercitare. Una responsabilità che riguarda le istituzioni, ma anche i cittadini, e che trova nel riconoscimento dell’altro uno degli elementi indispensabili per costruire comunità capaci di affrontare le tensioni senza trasformarle in conflitti.

Nota della Redazione

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