La Storia non é un pesce d’aprile

(ASI) Roma. In molti, dopo le dichiarazioni di ieri del presidente del Senato Ignazio La Russa in merito agli eventi di via Rosella, avevamo pensato ad un pesce d'aprile anticipato. Un richiamo alle Hilaria romane, quelle in onore alla dea Cibele, alla quale magari La Russa si era ispirato, con tanto di processione canna intrat sul Palatino e poi via di requetio e lavatio.

Invece no, per Ignazio La Russa, ieri, è stata una giornata come tante, dove si esprimono pensieri come al bar ma in sedi istituzionali con buona pace di chi crede che a nessuno è concesso il diritto di modificare il passato ad uso di propagandare un proprio pensiero. 

Via Rasella è stata una pagina tutt'altro che nobile della resistenza, quelli uccisi furono una banda musicale di semi-pensionati e non nazisti delle SS, sapendo benissimo il rischio di rappresaglia su cittadini romani, antifascisti e non. Eccole le parole del presidente del Senato a Terraverso, podcast di Libero, rispondendo a proposito delle critiche alla premier Meloni circa l'eccidio delle Fosse Ardeatine riferito a morti italiani.

L'esponente di Fratelli d'Italia ha poi aggiunto: Un attacco pretestuoso. Tutti sanno che i nazisti hanno assassinato detenuti, anche politici, ebrei, antifascisti e persone rastrellate a caso, certo non gente che collaborava con loro.

C’è però qualcosa di morbosamente sconcertante in questa ricostruzione del presidente del Senato, non tanto per aver espresso un proprio pensiero, ma quello ancor peggiore di credere che la storia possa essere opinione di un singolo o di un gruppo di soggetti. La Storia è, ritengo fondamentale ricordarlo, la ricostruzione del passato attraverso il faticoso, meticoloso e certosino lavoro di coloro che basano le loro ricerche su documenti e fonti, di qualsiasi natura e tipologia esse siano, ma che risultano continuamente intrecciati e messi a confronto tra loro. 

 Si può riscrivere la storia? Assolutamente si, però a patto che avvenga tramite la scoperta di nuovi documenti e fonti certe, così da consentire agli studiosi di modificare i risultati a cui loro, o gli stessi predecessori, erano giunti. 

Ecco quindi che l’invenzione di un passato al fine di sostenere il proprio pensiero è un atto da condannare severamente in tutte le sedi e da qualsiasi polo politico questo concetto provenga. Fiumi di libri hanno raccontato gli eventi di Via Rasella, e non ritengo di doverli rielencare, ma le parole di uno dei partecipanti all'attentato, Rosario Bentivegna, dopo la rappresaglia punitiva dei militari tedeschi : É probabile che di fronte alla sconvolgente minaccia di quel delitto qualcuno di noi, o forse tutti, avremmo preferito morire al posto dei martiri delle Ardeatine. ( Achtung Banditen!).

 Pertanto é necessario ricordare, a coloro che si improvvisano storici, che la sentenza del 20 luglio 1948, resa dal Tribunale Militare Territoriale di Roma nel processo contro Herbert Kappler ( il mai dimenticato Obersturmbannführer della Gestapo nella Capitale), aveva qualificato come organo legittimo dello Stato italiano l’organizzazione militare della quale facevano parte gli attentatori. In conseguenza l’azione stessa non può non essere riferita allo Stato medesimo. Sicché l’attentato in esame fu un atto legittimo di guerra, e, come tale, riferibile allo Stato e non ai singoli autori di esso.

 Magari si potrebbe anche ricordare che le formazioni partigiane dovevano necessariamente condurre la lotta con atti di sabotaggio, con attacchi improvvisi e isolati, poiché ogni attacco contro i tedeschi, in qualsiasi parte del territorio nazionale, rispondeva agli incitamenti impartiti dal governo legittimo (quello Badoglio).

 Con la sentenza 17172 del 6 agosto 2007 ci si mette il punto. La compagnia del reggimento Bozen non era composta da vecchi militari, magari disarmati. Al contrario, si trattava di soggetti pienamenteatti alle armi, di età compresa tra i 26 ed i 43 anni, ed erano dotati di sei bombe (a mano) e di machine­pistolen (mitragliatrici).

Siamo sicuri però che il presidente del Senato non solo abbia anticipato il 1 aprile, ma che abbia voluto anche celebrare la nascita ( calendario giuliano) di un grande talento satirico dell'Ottocento, tra i più folgoranti della letteratura russa, Nikolaj Vasil'evič Gogol'. Attraverso un paradosso voleva ricordarci che quanto più elevate sono le verità, tanto più bisogna maneggiarle con attenzione, altrimenti si rischia di sminuirle o interpretarle male, per trasformarle poi in luoghi comuni, e i luoghi comuni si sa, sono pericolosi.

Emilio Cassese - Agenzia Stampa Italia

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