Di Matteo (PdF) “Legge che mira a colpire il dissenso all’agenda lgbt”

(ASI) «In Italia a sinistra ci si interroga sul ddl Zan, ma a Padova, città natale del primo firmatario, la Giunta Giordani continua a sostenere senza riserve questa proposta di legge, al punto da farne elemento di discussione in sede di consiglio Comunale, e votarne il sostegno incondizionato nella notte in un clima surreale di interruzioni audio e video, come se non vi fossero altri problemi più urgenti riguardanti i cittadini tutti».

Il presidente del Circolo di Padova del PdF, Gianpaolo Furlan è intervenuto in questi termini nel dibattito sul ddl Zan in Consiglio Comunale, ribadendo i veri obiettivi di questo disegno di Legge. «Chi ha ascoltato ieri il dibattito in consiglio Comunale svoltosi a tarda notte, ha assistito alla retorica di argomenti che col ddl Zan non c’entrano nulla: il distinguo, supportato dalla neo-lingua-gentil-di-sinistra dove l’abominio criminale dell’utero in affitto viene ammantato di buonismo con la definizione di maternità surrogata, e la citazione di presunte e numerose aggressioni omofobe, aumentate negli echi da giornali e tv, a sostegno della necessità e urgenza di questo ddl per punire i vili aggressori, perché l’Italia è un “paese omofobo”.  

Ovviamente tutto questo è una menzogna, perché già ora chiunque aggredisca una persona omosessuale è punibile e la pena aggravata dagli abietti motivi. I proponenti il ddl Zan questo lo sanno benissimo, come lo sanno anche nei banchi della maggioranza del Comune di Padova, mentre conoscono bene che l’unico motivo dell’estensione della legge Mancino è di costituire il reato di opinione di “istigazione all’odio omofobico”».  Prosegue Furlan «Il ddl Zan manca di una precisa definizione giuridica del concetto stesso di “istigazione”, con l’effetto di generare un’area grigia sotto cui possano essere colpiti tutti i cosiddetti “omofobi” (cioè gli oppositori dell’agenda lgbt) per il loro solo agire in contrasto alla lobby arcobaleno.

Qualsiasi frase anche solo genericamente dura contraria al politically-correct pro lgbt, potrà essere intesa come istigatrice dell’odio omofobico e il gioco sarà fatto. Ovviamente una norma scritta in astratto verrà poi applicata da giudici amici (Palamara docet), per silenziare gli oppositori dell’agenda lgbt (matrimonio egualitario, adozioni gay, utero in affitto, gender nelle scuole) attraverso la spada di Damocle del carcere sulle loro teste. Questo è evidente nell’articolo 4 del ddl, che sembra affermare il diritto alla libertà di espressione, ma in realtà introduce un “purché”, in aperto contrasto con l’articolo 21 della Costituzione: “purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”.

E chi deciderà che le dichiarazioni sono “idonee” a generare comportamenti discriminatori? Semplice. Il giudice, nella sua discrezionalità». Sottolinea Nicola Di Matteo, vicepresidente e coordinatore nazionale del PdF «Già in passato le associazioni lgbt hanno provato a impedire la presentazione alle elezioni delle liste del Popolo della Famiglia per la presenza nel simbolo della scritta “no gender nelle scuole” indicandola come omotransfobica. Con il ddl Zan basterà loro trovare un giudice disponibile a condannarci. Inoltre si vuole intimidire la Chiesa cattolica e impedirle di influenzare il dibattito pubblico e politico sui temi etici.

La prova generale è stata la reazione al responsum della Congregazione della Dottrina della Fede che nega la benedizione delle unioni omosessuali, ed in alcune trasmissioni televisive si è esplicitamente affermato che quel responsum “omofobo” ha materialmente ispirato e reso possibile l’aggressione a due gay che si baciavano nella stazione metro di Valle Aurelia a Roma». Di Matteo conclude «Il ddl Zan consentirà inoltre l’accesso al rivolo infinito di soldi che dall’Europa, dai vari ministeri, dalle regioni, dai comuni (anche Padova) sono e saranno stanziati per combattere la omotransfobia, pari a centinaia di milioni di euro all’anno che verranno sottratti alle reali necessità del paese e delle famiglie. Pecunia non olet, se colorata di arcobaleno».

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