(ASI) Matteo Renzi è in “stato confusionale” ha sentenziato, qualche giorno fa, ruvido come al solito, Renato Brunetta, capogruppo alla Camera di Forza Italia.

Io penso, purtroppo, a qualcosa di peggio, mi sembra un giocatore di poker che si è seduto, per caso, e con prepotenza inaudita, ad un tavolo per il quale non aveva  i mezzi (leggi capacità da statista) e ora gioca disperatamente le sue carte cercando di durare più a lungo possibile (mille giorni o chissà quanti) puntando tutto sul bluff. Chi gioca abitualmente a poker, lo sa bene: il bluff alla lunga non è una strategia vincente e porta alla rovina, solo che nel nostra caso ad andare in rovina è il nostro Paese.

Anch’io, come milioni di italiani, mi ero illuso che il sindaco di Firenze avesse le capacità per tirare fuori l’Italia dal pantano in cui era precipitata. Avevo anche “investito” quattro euro votando per lui quando, con le primarie, si è confrontato prima con Pierluigi Bersani e, successivamente, quando ha stravinto contro Gianni Cuperlo e Pippo Civati. Contrariamente a quelle che erano le ferree indicazioni dei bolscevichi dell’Umbria che erano tutti contro Renzi anche se oggi, con lo stile che li ha sempre  contraddistinti, sono tutti saliti precipitosamente sul carro del vincitore, non fosse altro per paura di essere rottamati. Ora quella fiducia è sfumata, demolita giorno dopo giorno dalla sciagurata improvvisazione di tutto il governo: un’armata Brancaleone che punta tutte le sue (scarsissime) carte sugli annunci e sui rinvii.

Nonno - mi dice ogni tanto mio nipote Francesco di 3 anni e mezzo - giochiamo a fare la spesa? Tu prendi il carrello. Ma Francesco - replico io - il carrello non c’è. Certo che non c’è nonno, dico per finta. Ecco, quando vedo all’opera ( si fa per dire) Matteo Renzi il pensiero corre ai giochi, per finta, di Francesco. Le province sono state abolite per finta, il senato, quando sarà, lo sarà per finta., la riforma elettorale, l’Italicum, come è stata chiamata, per finta, ancor più per finta quella della giustizia (con conseguente patetica retromarcia del ministro Oralando) che avrà fatto brindare i mafiosi ed i corrotti. Un disastro. E chi si permette di criticare viene subito marchiato a fuoco, in maniera demenziale, come “gufo”, cose da bar dello sport di terz’ordine non di Palazzo Chigi. Una pena. Lo dico da alcuni anni, ma da qualche mese lo dicono ormai tutti quelli che hanno l’autorevolezza per farlo: la rivoluzione che serve è l’abbassamento della pressione fiscale, è questa la prima e la più importanti delle riforme, la priorità, il resto deve avvenire ma dopo. La crescita non può esserci senza una drastica riduzione della spesa e, contestualmente, la riduzione dei tributi. Renzi ha imboccato la strada opposta. Si potrebbero citare un’infinità di altri dati, ma basta questo per capire come è aumentata la pressione fiscale, nonostante le ridicole e innocue minacce della Lega Nord che con Salvini dice “con i bastoni se il governo dovesse introdurre anche solo mezza tassa”.  Per l’Ici il prelievo è stato di circa 9 miliardi di euro, l’Imu, che l’ha sostituita, ha pesato per 24 miliardi, mentre il debito pubblico aumenta, invece di diminuire. Renzi si è trovato Carlo Cottarelli con i suoi comitati di esperti per la spending review. Non solo non ha tenuto alcun conto di quello che hanno scritto e suggerito quegli esperti (uno di loro, qualche settimana fa, lo ha clamorosamente sbugiardato sul Corriere della Sera) ha deciso di chiedere a tutti i ministri di ridurre, ognuno, le spese del loro ministero del 3 %. Ricetta vecchia, sperimentate (male) già in passato. Allora a cosa è servito Cottarelli, peraltro pagato profumatamente? Ci sarebbe da ridere se le cose non fossero così tanto gravi. Ma come si fa a ridere quando si conferma il blocco degli stipendi ( e sono cinque anni) ai dipendenti pubblici e ai pensionati. Ma ora arrivano dall’Eurofi, le ennesime conferme che le cose vanno male, peggio del previsto. Il presidente della Bce, Mario Draghi descrive il quadro economico Europeo caratterizzato da “bassa inflazione, bassa crescita, alto debito e alta disoccupazione”. Riguarda molti Paesi, ma il malato più grave è l’Italia che difficilmente raggiungerà l’obiettivo di un deficit al 2,6 % del Pil. E noi continuiamo a fare tutto per finta. Ma i dati, da malato in coma, non sono per finta, purtroppo. 
 

Fortunato Vinci - Agenzia Stampa Italia

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