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(ASI) La politica italiana da molti anni è diventata poverissima. Ha poco da offrire, se non pacchetti azionari per grandi investitori. Chi ha particolari necessità sa dove rivolgersi: una concessione edilizia, un favore per la moglie, un lavoro per la figlia, un finanziamento pubblico per l’azienda. Sono scomparsi i grandi partiti di massa della Prima Repubblica e sono comparsi i nuovi partiti di retroguardia della Seconda. Da che mondo è mondo, ogni partito, di qualunque tendenza e in qualunque angolo della Terra, è sempre un comitato di interessi o un gruppo di pressione, portatore di ben determinate istanze economiche e sociali riferite o connesse a precise categorie. Non c’è da stupirsi.

Tuttavia, oggi i nostri partiti politici non rappresentano più precise categorie né determinate istanze economiche e sociali. Il Popolo della Libertà e la Lega Nord hanno sostanzialmente abbandonato – e ben prima dell’arrivo di Monti a Palazzo Chigi – quella “classe media” identificata nel popolo delle partite IVA, riconducibile alla PMI e agli esercenti, del quale si erano eretti a portavoce nel 1994, quando la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto sembrava voler riportare il Paese verso l’assistenzialismo del passato in una congiuntura internazionale completamente nuova, caratterizzata dalla pesantissima scomparsa del “campo sovietico” e dall’espansione globale dei cosiddetti mercati internazionali (definizione che in realtà maschera la presenza geopolitica degli Stati Uniti, ma per qualcuno è un dettaglio di poco conto).

Proprio il tronco portante di quello che era stato il PCI (o, per lo meno, la sua generazione degli anni Settanta e Ottanta) si era ridefinito alla Bolognina, abbandonando i residuali riferimenti all’ideologia comunista ed avviando una trasformazione che, in realtà, era stata preparata almeno quindici anni prima dalla notevole virata verso Ovest operata da Enrico Berlinguer e da Giorgio Napolitano. Il Partito Democratico rappresenta lo stadio evolutivo finale di questo percorso ed oggi può dirsi portavoce soltanto di una fascia del pubblico impiego, di una parte della magistratura più schierata e di una componente giovanile che, per semplicità, potremmo definire col nome di “ceto medio semicolto”: studenti, obiettori di coscienza, cooperanti internazionali e tanti altri che portano avanti un impegno ritenuto politicamente corretto nell’ambito della società civile occidentale. Insomma, di operai, piccoli artigiani e manovali nemmeno l’ombra.

Proprio una parte del suo pubblico di riferimento, però, delusa dall’inefficacia del ruolo antiberlusconista di Bersani, è recentemente approdata alla corte del Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo: una creatura ancora confusionaria e notevolmente informe, che sembra essere nata per riempire l’enorme vuoto elettorale creatosi tra un PD che paga uno scarsissimo appeal sui più giovani ed una sinistra radicale che da un lato non vuole rinunciare alla vecchia iconografia marxista-leninista ma dall’altro fa di tutto per umiliarne il contenuto politico e storico.

Basti leggersi la mozione con cui Paolo Ferrero fu rieletto segretario di Rifondazione Comunista nel 2011, dove in quattro righe l’intera esperienza sovietica viene ridotta ad una “deformazione stalinista” e, con essa, tutta la vicenda del Socialismo Reale.
Del resto, quest’ultimissima generazione, cresciuta tra I-pod e Facebook, non comprende più nemmeno quei simboli. Le sue rappresentanze più “impegnate” in politica, difatti, sono la prole di un ceto medio intellettualistico legato ad una vecchia sinistra radicale (già antisovietica) ormai decaduto, poiché ritenuto (e non a torto) improduttivo secondo i nuovi criteri introdotti dalle riforme occupazionali (per altro avviate proprio dal centro-sinistra con la Legge Treu). Grillo ha rappresentato così l’ultima ancora di salvezza per questo intero “mondo politico”, in parte travasato nel nuovo contenitore anche a causa dell’esaurimento storico dell’esperienza politica di Antonio Di Pietro e dell’antiberlusconismo in genere, per lo meno nella forma movimentista in cui eravamo abituati a conoscerlo (dai “girotondi” di Nanni Moretti alle “agende rosse”). La nuova era, insomma, necessitava di un nuovo e più accattivante simbolo che sapesse raccogliere un dissenso generico attraverso alcuni punti fermi del tutto privi di profondità politica, tuttavia di forte presa sul pubblico di un Paese stretto nella morsa di una crisi economica di notevoli proporzioni, dove ormai un dogmatico accanimento contro il solo Berlusconi non sarebbe più credibile.
“Obama ha fatto una campagna elettorale senza un dollaro”, “Obama ha concesso il wi-fi gratuito a tutti gli americani”, “Controlleremo i costi della politica in tempo reale”, “Decresciamo felicemente”, “Il futuro è nel web”… Con queste frasi e altri slogan ambientalisti, anticasta e giustizialisti, Grillo ha raccolto il 25% dei voti affermando il suo movimento al rango di prima forza politica nel Parlamento italiano. È naturale che gli Stati Uniti abbiano captato al volo la capacità comunicativa dell’ideologo Gianroberto Casaleggio, la cui analogia con il “profeta” delle rivoluzioni colorate, Gene Sharp, è quanto meno evidente. Fraseologie studiate, teorie sottili e scenari inquietanti (il lato del guru dei grillini meno noto al grande pubblico) costituiscono un insieme potentissimo che non soltanto è stato ampiamente applaudito e studiato dagli osservatori stranieri durante la recente campagna elettorale ma viene persino pubblicamente elogiato dall’Ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, David Thorne, scatenando così l’ira del PD e del PDL che, in questo caso, hanno avanzato l’accusa di “inaccettabile intromissione” dimenticandosi di farlo anche per quanto concerne il ruolo di Gladio nel nostro Paese, l’attentato a Togliatti, la morte di Enrico Mattei, la crisi di Sigonella, la morte di Nicola Calipari in Iraq, l’incidente del Cermis e tante altre cosine.

C’è chi paragona i grillini ai sessantottini ed in particolare a quelle comunità che Carlo Verdone aveva magistralmente tratteggiato attraverso i “Figli dell’Amore Eterno” nel suo fortunatissimo film Un Sacco Bello. Mario Brega, un “communista così” di vecchia generazione togliattiana, restava allibito dinnanzi alla manipolazione subita dal figlio Ruggero, finito nell’ambigua tela di una comunità hippie stanziata in Toscana dove alla raccolta dei frutti naturali della terra si alternavano orge e stati di narcolessia collettiva, attraverso i quali molti ragazzi provenienti da tutte le parti del mondo potessero raggiungere nuovi stadi di “consapevolezza spirituale” e costituire una sorta di eco-feudo dove “è l’amore che vince e il male che perde”, secondo i binari di uno schema millenaristico postmoderno che qualche anno più tardi avrebbe fatto le fortune editoriali del filone pseudoletterario legato alla cosiddetta New Age.

La “profezia” più nota di Casaleggio sostiene che nel 2020 scoppierà la Terza Guerra Mondiale tra l’Occidente, da una parte, e la Russia, la Cina e l’Iran dall’altra. Questi due blocchi vengono separati idealmente in funzione del fatto che nel primo Internet sarebbe libero, mentre nell’altro sarebbe sotto controllo. Secondo Casaleggio, in questa guerra si farà ampio uso di armi batteriologiche e gli oceani si innalzeranno di 12 metri, provocando un’ecatombe globale che ridurrà la popolazione mondiale ad un miliardo di persone. Sempre stando alla strampalata previsione, dopo venti anni di conflitto vincerà il blocco occidentale (sic!), cioè quello dove Internet sarebbe libero e così, a partire dal 2047, ad ogni abitante sarà assegnato un account su Earthlink, un nuovo social network cosmopolita dal quale, nel 2054, avranno luogo le prime elezioni globali telematiche che consentiranno di nominare Gaia, il governo mondiale.

Non conosciamo le condizioni di Gianroberto Casaleggio, tuttavia qualunque persona che ritenesse realistico un simile scenario, potrebbe essere rinchiusa in un manicomio. Dal momento che non credo sia questo il caso del guru del Movimento Cinque Stelle, è più facile ipotizzare che ci troviamo dinnanzi ad un Ray Bradbury in miniatura che mescola alcuni elementi presi in prestito da Aldous Huxley con altri mutuati dall’opera (onestamente ben più seria) di Samuel Huntington e dalla sua teoria dello “scontro di civiltà”, che fu un riferimento di punta per il vecchio Project for a New American Century presentato e sottoposto al presidente Clinton dai falchi neoconservatori americani nel 1997.

In questo caso la parola “Internet” sostituisce la parola “democrazia”: l’Occidente ne ha “più”, Russia, Cina e Iran ne hanno “meno”. Tuttavia, il risultato non cambia. Così come la “razza bianca” all’epoca del colonialismo secondo Rudyard Kipling e così come la “democrazia liberale” nel dopoguerra secondo quasi tutti i presidenti degli Stati Uniti, allo stesso modo “Internet” diventa un parametro assoluto, un criterio oggettivo e oggettivante in base al quale stabilire chi è più o meno “libero” ed “evoluto”.

Considerando che nell’era del network-centric warfare e della guerra informatica, il cyberspazio ha assunto un ruolo centrale nella comunicazione di massa e nel confronto tra le potenze del pianeta, appare evidente dove certe teorie bizzarre possono condurre l’opinione pubblica: “Il mio regno per una connessione a banda larga!”.

Andrea Fais –Agenzia Stampa Italia

 

 

 

*FONTE: https://andreafais.wordpress.com/2013/03/22/qualche-piccola-annotazione-sulla-presunta-terza-repubblica/

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