L’Europa spinge l’acceleratore sui Balcani

(ASI) Bled – La maggior parte dei paesi balcanici potrebbe aderire all’Unione europea entro i prossimi sette anni. Lo ha annunciato il presidente del Consiglio europeo al “Forum strategico di Bled” lo scorso 28 agosto.

Charles Michel ha raggiunto la cittadina slovena per intervenire alla conferenza internazionale che sin dal 2006 incarna uno dei principali eventi dedicati agli Stati dell'Europa centrale e sudorientale.

Organizzato dal governo di Lubiana, l’evento riunisce ogni anno capi politici, imprenditori, delegati di organizzazioni non governative, esperti di centri di ricerca, professori universitari intenti a discutere di politica, economia, sicurezza, sviluppo. Stavolta – si legge nel portale ufficiale dell’evento – si sono ritrovati a Bled quasi 3.000 partecipanti, 188 relatori e un centinaio di cronisti che hanno dato vita a oltre 30 dibattiti nel giro di appena due giorni. Presenti altresì 13 ministri degli Esteri provenienti da tutto il mondo, nonché il segretario generale dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE).

Uno degli interventi più attesi è stato senza dubbio quello di Michel, chiamato a parlare in nome dell’Europa nel bel mezzo di uno scenario internazionale in costante fibrillazione. L’impressione è che il discorso del capo del Consiglio abbia voluto imprimere all’Unione una decisa virata a Sud-Est.

Il presidente, in primis, ci ha tenuto a presentare l’Ue come un attore globale solido e reattivo alle molteplici sfide contemporanee. Ha menzionato, in particolare, la catastrofe sanitaria senza precedenti del Covid-19, la guerra in Ucraina che dopo un lungo periodo di pace ha fatto risuonare nel vecchio continente il triste rimbombo delle armi, la crisi climatica responsabile di eventi naturali via via più violenti e imprevedibili.

Dinanzi a tutto ciò, Michel ha tratteggiato agli interlocutori l’immagine di un’Europa “veloce, determinata, unita e risoluta”, capace di “agire con audacia e determinazione” quando ce n’è bisogno. Lo ha fatto mettendo in evidenza la risposta rapida e coordinata alla pandemia, il continuo e considerevole supporto all’esecutivo di Kyiv, lo sforzo congiunto per abbattere drasticamente la dipendenza dalle fonti energetiche russe e, infine, l’impegno per azzerare entro il 2050 le emissioni nocive all’ambiente.

“Stiamo costruendo la nostra autonomia strategica mattone dopo mattone” ha rilanciato Michel, cogliendo l’occasione per delineare le aspirazioni di un’Unione pronta a giocare un ruolo sempre più rilevante sullo scacchiere internazionale. “Vogliamo essere più influenti. Vogliamo essere più forti, ed essere così un alleato più forte” ha scandito.

Un alleato – termine scelto con estrema cura – pronto ad allargarsi, ad accogliere a braccia aperte i “futuri Stati membri”. Altra espressione, questa, assai ricorrente nel discorso. A tal punto che Michel non ha perso tempo per parlare esplicitamente: “È il momento di essere ambiziosi, di costruire insieme il futuro europeo”. Subito dopo, ha aggiunto: “L'allargamento non è più un sogno”.

Al contrario, il presidente ha annunciato di voler proporre l’adesione dei Balcani all’Ue entro il 2030. L’argomento sarà affrontato nel corso delle prossime riunioni del Consiglio europeo, assieme alle proposte sull’ingresso di Ucraina, Moldavia, Georgia. Mentre Kyiv e Chisinau beneficiano già dello status di “paese candidato”, il governo di Tbilisi deve ancora allinearsi alla legislazione comunitaria prima di poter procedere.

D’altronde, Michel lo ha detto chiaro e tondo: il processo di integrazione sarà “meritocratico” in quanto premierà gli Stati maggiormente disponibili a seguire – se necessario varando apposite riforme istituzionali – i principi e i valori comunitari. Dalla democrazia allo stato diritto, dalla separazione dei poteri alla lotta alla corruzione, dall’economia di mercato all’allineamento in politica estera, il presidente non ha lasciato spazio a dubbi: “L'appartenenza all'Unione comporta sia onori che oneri”.

Comporta, altresì, la volontà degli amministratori locali di voltare pagina una volta per tutte e chiudere la sanguinosissima stagione dei combattimenti fra minoranze etniche. Una stagione mostratasi in tutta la sua efferatezza negli sconvolgimenti degli Anni Novanta, di cui però oggi restano tracce fin troppo evidenti nell’odio strisciante che continua a serpeggiare nell’area.

I violenti scontri fra serbi e kosovari – a seguito dell’elezione di sindaci albanesi in quattro comuni del Kosovo del Nord abitati per lo più da serbi – sono solo l’ultima dimostrazione di come sia ancora lunga la strada per la pacificazione nella regione balcanica. Eppure, anche in tal caso Michel è stato chiaro: “Non può esservi cooperazione senza riconciliazione. Nell'Ue non c'è spazio per i conflitti passati”.

Il presidente ha comunque assicurato il sostegno europeo, arrivando a proporre una “integrazione graduale e progressiva” che dia priorità a specifici ambiti – mercato unico, energia, trasporti, sicurezza e difesa in particolare – concedendo agli esecutivi locali il giusto tempo per potersi conformare pienamente alla legislazione comunitaria in tutti gli altri aspetti.

Michel non ha poi mancato di fare mea culpa, ammettendo che spesso nemmeno Bruxelles è stata pronta fino in fondo ad aprirsi, avendo mancato di “riforme politiche e coraggio politico”.

In effetti, attualmente solo Croazia e Slovenia sono membri Ue a pieno titolo. Per il resto, paesi come Albania, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Macedonia del Nord o Serbia non sono altro che “candidati”, mentre con il Kosovo le relazioni sono abbastanza tenui. In molti casi i negoziati per l’adesione si protraggono da oltre vent’anni, con scarso successo.

Al termine del Forum, la ministra degli Esteri slovena ha definito l’annuncio di Michel l’inizio di “una nuova era politica”. “È il momento di fare un passo avanti” ha dichiarato Tanja Fajon. Il Primo ministro – padrone di casa dell’evento – ha invitato i colleghi balcanici a “non rimanere indietro” e a “insistere sulle riforme”. Tuttavia, Robert Golob ha soggiunto che “anche l'Ue ha bisogno di riforme”.

L’odierno stallo, infatti, è dovuto a molteplici fattori. Sul fronte balcanico, pesano certamente le tensioni etniche che impediscono una convivenza pacifica fra gli Stati, associate spesso e volentieri a sistemi istituzionali fragili e dalla scarsa democraticità. In tali dinamiche di annosa instabilità tendono a inserirsi potenze e sterne – Russia e Cina in primis – interessate a estendere la propria influenza su un’area geografica strategica. Mentre Pechino – a differenza di Bruxelles – fa leva sulla promessa di considerevoli investimenti senza chiedere in cambio alcuna riforma legislativa, Mosca spinge sulle storiche affinità culturali e religiose con le comunità cristiano-ortodosse e sul prezioso rifornimento di fonti energetiche.

L’Europa, dal canto suo, finora ha sempre insistito sulla necessità di collegare il percorso di integrazione con l’approvazione di riforme tese ad allineare il più possibile gli ordinamenti nazionali con la giurisprudenza comunitaria. Con lo scoppio del conflitto ucraino, poi, Bruxelles non ha mancato di esortare a più riprese i governi locali a recidere i rapporti con il Cremlino, allineandosi alla linea di politica estera europea. Tutte azioni queste, spesso interpretate dagli interlocutori come un’ingerenza ingiustificata nelle questioni interne.

Pur non prescindendo dall’acquisizione dei valori e dei principi comunitari, le parole di Michel sembrano comunque rappresentare una mano tesa ai Balcani, motivata dalla necessità di frenare pericolose influenze “avversarie” a due passi dalle frontiere europee.

In attesa di osservare l’evoluzione degli avvenimenti, la sensazione è che il successo o meno del processo di allargamento dipenderà soprattutto dalla volontà di entrambe le parti di scendere a compromessi, accantonando interessi individualistici e di breve periodo.

Marco Sollevanti – Agenzia Stampa Italia

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