Caso Regeni, un mistero senza segreti. L'Italia indaga, ma l'Egitto respinge ogni accusa sul coinvolgimento dello Stato

(ASI) Diverse fratture in tutto il corpo, un orecchio mutilato, senza unghie e con segni di sevizie, la rottura di una vertebra cervicale provocata da un colpo letale. In un primo momento la polizia egiziana, dopo aver recuperato il corpo di Giulio Regeni in un fossato, aveva parlato di incidente stradale, cosa alquanto improbabile, soprattutto dopo tali risultati

dell'autopsia dei medici italiani. Sebbene non ci sia alcun chiaro movente per aver spinto i servizi segreti del Cairo all'omicidio politico, il ricercatore italiano dell'università di Cambridge e originario di Fiumicello in provincia di Udine, è morto in circostanze sospette e non prive di fondamento.

Regeni era un attivista politico, simpatizzava per i partiti di opposizione al regime di Al Sisi e scriveva sul quotidiano italiano Il Manifesto attraverso uno pseudonimo. Poteva non essere ben visto perché conosceva molte persone vicine ai movimenti politici egiziani, ma ad ogni modo i tabulati e la retata, la sua scomparsa il 25 gennaio e il ritrovamento il giorno in cui il ministro per lo sviluppo economico Federica Guidi incontrava il presidente Al Sisi fanno pensare a una macchinazione.
La Farnesina promette ogni sforzo per rendere giustizia, tutto il mondo politico italiano è unanime nel portare avanti le ricerche e scoprire la verità. "Non ci accontenteremo di una verità di comodo" ha detto in un primo momento il ministro degli Affari Esteri Paolo Gentiloni.

L'Italia è così coinvolta in un nuovo spinosissimo caso internazionale, dove è morto un altro cittadino senza che la verità possa venire a galla facilmente e con precedenti non soddisfacenti quali la vicenda dei marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, aperta dal 15 febbraio 2012 e le polemiche per la liberazione in Siria delle attiviste Greta Ramelli e Vanessa Marzullo il 14 gennaio 2015.

L'Egitto è inoltre un Paese chiave per la stabilizzazione del Medio Oriente e un partner economicamente strategico per imprese italiane come l'Eni.
La scomparsa e morte di Giulio Regeni necessita e merita giustizia soprattutto per i genitori del ragazzo e per quanti gli sono stati vicini, ma anche per tutelare la credibilità internazionale del nostro Paese.
Ancora una volta l'Egitto si riconferma vittima di un regime che, al di là di ogni chiaro od opaco sospetto, fa pulizia di qualsiasi potenziale opposizione politica avversa al regime militare.

Per il ministro egiziano della sicurezza Magdy Abd El Ghaffar Regeni non è mai stato arrestato. "Non abbiamo pensato che Giulio Regeni fosse un agente segreto - ha detto in una conferenza stampa specifica sul caso - Il resto sono solo speculazioni, soprattutto sui segni di tortura. La polizia egiziana non lo ha mai fermato."
Così l'Egitto respinge ogni accusa e i responsabili non hanno ancora un nome per quelli che sembrano essere stati quattro giorni di efferate torture.

In questo modo il principale interrogativo è perché non siano state previamente contattate le autorità italiane di fronte a qualche sospetto nei confronti dell'attività politica di Regeni, elemento che dimostra quanto il regime egiziano sia legato a meccanismi di potere simili ai regimi più autocratici e di certo non liberali e del quale spesso viene dimenticata l'ignoranza dei diritti umani e dei principi del diritto internazionale.
"Conosco quelle celle, ho rivissuto il mio incubo - dice il dissidente e oppositore dell'attuale governo Mohamed Soltan al quotidiano La Repubblica - Mi salvai come cittadino americano e grazie al tempismo dell'ambasciata  USA, mi odiavano, mi torturarono, mi istigarono al suicidio perché sapevano di non potermi ammazzare."
Il governo italiano sta provando a reagire con fermezza, ma sempre vincolato da tutti i rapporti economici che la legano al governo di Al Sisi. Per questo i servizi segreti egiziani lo hanno "gentilmente" riconsegnato all'Italia, ma senza fornire alcun movente razionale e alimentando la rabbia.
Sebbene Regeni potesse essere veramente un attivista, nulla giustifica la sua scomparsa, senza alcuna possibilità di impedirne la morte e con quasi ogni violazione possibile dei diritti di un cittadino non solo italiano, ma del mondo.

Così, tra i soliti misteri privi di ogni segreto, la fiaccolata degli abitanti di Fiumicello per la morte di uno dei giovani cittadini di cui il paese friulano andava più fiero, rischia di essere la solita commemorazione priva di risposte.

 

Lorenzo Nicolao - Agenzia Stampa Italia      

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