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Politica Estera

Un’analisi sulla situazione in Birmania.

Di Fabio Polese 10 Dicembre 2010 – 14:23 3 min di lettura

(ASI) Si è parlato, in questi giorni, dopo la liberazione del Premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, della situazione birmana e delle dinamiche annesse.

 

In questa diatriba filo-cinese o filo-americana, democratica o anti-democratica, non è stato analizzato l’aspetto più importante: il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Mentre si diffonde la notizia di coinvolgimenti di Aung San Suu Kyi nell’ennesimo piano egemonizzante targato U.S.A, nel Myanmar, l’etnia Karen, sta combattendo per la propria e completa autonomia. David Thackarbaw, vice-presidente dell’Unione Nazionale Karen, movimento che rappresenta questo popolo, ha dichiarato, proprio in questi giorni, ai volontari della Comunità Solidarista Popoli che sono nuovamente sul posto per garantire cure mediche alle unità combattenti, che non ci sarà nessun cedimento sulla questione della difesa della cultura e dell’identità Karen. “Alcune forze politiche – dichiara il vice-presidente Thackarbaw - fanno aperture al governo su una ipotesi di "sviluppo economico" delle aree etniche. Noi consideriamo inaccettabile qualsiasi proposta che, in cambio di denaro o di investimenti, metta a rischio il mantenimento dell’identità dei popoli”. Da una parte abbiamo la Repubblica Popolare Cinese, da sempre sostenitrice della giunta birmana e che, ricordo, oltre ad aver realizzato numerose dighe sui corsi d’acqua del Paese che hanno provocato l’inondazione di vasti territori abitati dalle minoranze, da settembre 2009, sta mettendo a punto i cantieri per realizzare oleodotti e gasdotti sino-birmani. Dall’altra parte, abbiamo, gli accordi milionari che il governo di Rangoon ha stretto con le multinazionali “democratiche” occidentali, Total e Chevron in primis. In questo triste scenario, tutti sono pronti a continuare lo stupro del territorio birmano fino all’esaurimento, tutti vorrebbero “birmanizzare” le diverse etnie. Ma nel mezzo, a discapito delle logiche liberal-capitaliste, ci sono loro, ci sono i Karen che, ostili ai progetti mondialisti, non intendono smettere ne vendere la propria lotta per la libertà. E mentre l’interesse dei telegiornali nostrani sembra scemato, nonostante le poche armi a disposizione ma guidati da una forza ancestrale che non è destinata ai più, i guerriglieri Karen, stanno continuando a lottare. Nelle ultime ore, ci sono stati intensi combattimenti nella zona di Phaluu, a circa quaranta chilometri dalla cittadina di confine thailandese di Mae Sot. Le fonti parlano di numerose perdite da parte dell’esercito regolare e di qualche combattente Karen catturato e poi giustiziato a sangue freddo. Il vice-presidente della K.N.U., David Thackarbaw, ha anche intimato al regime birmano di ritirare immediatamente  le sue truppe, “altrimenti - ha detto - i vostri soldati, continueranno a morire”. Il gruppo etnico dei Karen, che conta circa sei milioni di persone, è in lotta dal lontano 1949 quando, dopo il periodo coloniale britannico, secondo gli accordi fatti alla fine del secondo conflitto mondiale, le diverse etnie che formano il mosaico birmano, avrebbero dovuto ottenere l’autonomia. Questi accordi non furono mai rispettati perché il generale Aung San, primo capo del governo post coloniale, venne ucciso ad opera di generali golpisti. E così, mentre ogni giorno, da oltre sessant’anni, l’esercito della giunta militare di Rangoon attacca i civili, l’Esercito di Liberazione Karen, contrattacca deciso. E’ dunque possibile stare dalla parte dei giusti, contro il mondialismo, tralasciando Aung San Suu Kyi e molti altri Premi Nobel per la pace. Ora e sempre
Nota della Redazione

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