(ASI) Il 27 gennaio 2026, a Nuova Delhi, Unione europea e India hanno firmato quello che Ursula von der Leyen ha definito senza mezzi termini la “mother of all deals”. Dopo quasi vent’anni di negoziati intermittenti, rinvii e stalli politici, il Free Trade Agreement è realtà.
I numeri sono tali da giustificare l’enfasi: insieme, Bruxelles e Nuova Delhi rappresentano circa un quarto della popolazione mondiale, il 25% del PIL globale e un mercato che sfiora i due miliardi di persone. Ma fermarsi ai numeri sarebbe un errore. Questo accordo non nasce per aumentare qualche punto percentuale di export. Nasce perché il mondo è cambiato.
Gli scambi tra le due economie valgono già 180 miliardi di euro tra beni e servizi. L’obiettivo dichiarato è raddoppiare le esportazioni europee verso l’India entro il 2032. L’intesa elimina o riduce i dazi su oltre il 96% delle esportazioni europee, con un risparmio stimato di circa 4 miliardi di euro l’anno in tariffe. Per l’India significa accesso privilegiato al più grande mercato integrato del pianeta; per l’Europa significa entrare in modo strutturale nella quarta economia mondiale, che ha appena superato il Giappone.
Eppure, la vera chiave di lettura è geopolitica. Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha riaperto una stagione di tensioni commerciali. Le minacce tariffarie verso alleati e partner hanno reso evidente a Bruxelles quanto sia rischioso dipendere in modo eccessivo da Washington. Allo stesso tempo, la crescente assertività della Cina e gli squilibri commerciali – oltre 300 miliardi di euro di deficit europeo con Pechino – hanno rafforzato l’urgenza di diversificare. L’India, giovane, industrialmente ambiziosa e strategicamente posizionata nell’Indo-Pacifico, è diventata l’alternativa naturale.
Anche Nuova Delhi ha le sue ragioni. Dal 2025 gli Stati Uniti hanno imposto dazi cumulativi fino al 50% su prodotti indiani, in un contesto di relazioni sempre più transazionali. L’idea che il rapporto personale tra Narendra Modi e Trump potesse fungere da assicurazione si è rivelata fragile. L’India, che ha costruito la propria crescita su un ordine commerciale relativamente stabile, ha iniziato a ricalibrare le proprie dipendenze. L’accordo con l’UE è una mossa di autonomia strategica prima ancora che economica.
Il trattato è ambizioso. L’Unione liberalizza il 97% delle linee tariffarie per le esportazioni indiane, in larga parte immediatamente. L’India riduce progressivamente i dazi su oltre il 97% delle importazioni europee, pur mantenendo protezioni su settori sensibili come automotive, acciaio e agricoltura. Nel comparto auto, per esempio, le tariffe indiane scenderanno dal 70–110% al 10%, ma con quote e tempi graduali: segno che la politica industriale resta una priorità.
Non è solo un accordo su beni e servizi. Comprende un pilastro su protezione degli investimenti, con impegni su non discriminazione, tutela contro espropri senza compensazione e un meccanismo moderno di risoluzione delle controversie. C’è poi il capitolo sulle Indicazioni Geografiche, che tutela prodotti legati ai territori e alle tradizioni, e una forte integrazione su tecnologia, digitale ed energia pulita. L’allineamento tra Green Deal europeo e obiettivi indiani sulle rinnovabili – 500 gigawatt entro il 2030 – apre uno spazio concreto su solare, eolico e idrogeno verde.
A rendere l’intesa ancora più significativa è la cornice strategica che l’accompagna: una nuova partnership su sicurezza e difesa, che include cooperazione marittima, cyber-resilienza e collaborazione industriale. È un messaggio chiaro: commercio e sicurezza, oggi, viaggiano insieme.
Dopo vent’anni di negoziati, UE e India non hanno solo firmato un accordo commerciale. Hanno fatto una scelta di campo: meno dipendenza, più equilibrio, più autonomia.
Tommaso Maiorca – Agenzia Stampa Italia




