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Donne, 7 ottobre e Medio Oriente: le voci delle sopravvissute, “la libertà non è scontata”

Di Redazione ASI 5 Ottobre 2026 – 14:16 6 min di lettura

(ASI) A due giorni dal terzo a(<span style="background-color: inherit; color: inherit; font-family: inherit; font-size: 1rem; caret-color: auto;" data-mce-style="background-color: inherit; color: inherit; font-family: inherit; font-size: 1rem; caret-color: auto;">ASI)</span>nniversario del 7 ottobre 2023, le testimonianze di chi ha vissuto sulla propria pelle il terrorismo, la prigionia e la repressione tornano a ricordare quanto la libertà, soprattutto quella delle donne, non possa mai essere considerata scontata.

Una bambina rapita da Hamas, una donna yazida sequestrata dall’Isis, un’ex ostaggio del 7 ottobre, un’attivista afghana e una dissidente iraniana sono state le protagoniste di “Donne: la libertà è sempre di moda”, il convegno organizzato dall’Istituto Milton Friedman in occasione della Milano Fashion Week, con quattro panel dedicati alla libertà femminile, al terrorismo, alla sicurezza e all’impegno del mondo della moda.

L’evento, organizzato anche in vista dell’anniversario del 7 ottobre, ha voluto mettere al centro le voci delle donne che hanno conosciuto direttamente la violenza del terrorismo, dell’estremismo e della repressione, restituendo alla memoria di quella giornata una dimensione concreta e personale attraverso il racconto delle sopravvissute.

Ela Elyakim, cittadina israeliana e italiana, aveva otto anni quando il 7 ottobre 2023 fu rapita da Hamas nel kibbutz di Nahal Oz insieme alla sorella Dafna. Ha raccontato i 51 giorni di prigionia, trascorsi in diverse abitazioni e anche sottoterra. «Ci hanno portato in una specie di gabbia, come quella dei cani, solo un po’ più grande». Alla domanda di Hoara Borselli su dove avesse trovato la forza per resistere ha risposto: «mia sorella». Oggi, ha raccontato, «sto bene. È come se avessi superato il peggio».

Fawzia Amin Sido, yazida di Sinjar rapita dall’Isis nel 2014 quando aveva dieci anni, ha raccontato di essere stata separata dal fratello, venduta, incatenata, picchiata e torturata. Nel 2020 fu trasferita a Gaza dove, secondo la sua testimonianza, venne costretta sotto minaccia a sposare un jihadista e ad avere due figli. È stata liberata dopo dieci anni dall’Idf. «Non sono qui per chiedervi compassione, chiedo umanità», ha detto. «Voglio essere di nuovo solo una figlia, una figlia che può abbracciare di nuovo sua madre».

Sul palco anche Aviva Siegel, rapita da Hamas con il marito Keith il 7 ottobre e rimasta in prigionia per 51 giorni. Ha raccontato la fame, il tempo trascorso sottoterra e il controllo esercitato dai carcerieri. Quando il marito le disse di non riuscire più a respirare, ha ricordato, pensò: «non volevo vederlo morto. L’unica cosa che pensavo era: per favore, fatemi morire prima».

Siegel ha ricordato anche Ela Elyakim, seduta sulle sue gambe mentre i sequestratori dicevano alle due bambine che Israele non esisteva più e che non avrebbero avuto una casa alla quale tornare. «Ela non riusciva a smettere di piangere». Aviva ha abbracciato Ela poco prima di intervenire in sala e si è commossa.

Dall’Afghanistan è arrivata la testimonianza di Husna Jalal, fondatrice di Women for Change International, che ha denunciato l’esclusione delle ragazze dall’istruzione oltre la sesta classe e ha definito la condizione delle donne afghane un «apartheid di genere». «Le ideologie islamiste non rispettano i confini», ha avvertito. Jalal, oggi residente nei Paesi Bassi, ha rivolto il proprio messaggio anche all’Europa: «siamo fuggiti dal nostro Paese. Dove dovremmo andare adesso, su Marte?».

Per l’Iran ha parlato Elaheh Tavakolyan, che ha aperto l’intervento alzando il pugno e chiedendo al pubblico: «vedete una terrorista?». Ha raccontato di essere scesa in strada insieme alle figlie durante le proteste e di essere stata colpita, perdendo un occhio. «Libertà per l’Iran», ha scandito. Alla figlia che le chiedeva perché manifestare aveva risposto: «per la libertà. Perché voi non diventiate come la nostra generazione, repressa e costretta al silenzio». «Se tornassi indietro rifarei la stessa scelta. In me non c’è alcun rimpianto».

Ad aprire i lavori è stato Dario Peirone, direttore generale dell’Istituto Milton Friedman, seguito dal presidente dell’Associazione Italia-Iran Mariofilippo Brambilla di Carpiano. Tra gli interventi istituzionali quelli della senatrice Mariastella Gelmini, della senatrice Elena Murelli, della deputata Alessia Ambrosi, dei consiglieri regionali della Lombardia Giulio Gallera, Sergio Gaddi e Marco Bestetti e della senatrice Daniela Santanchè.

Roberto Bagnasco, deputato, ha introdotto il primo panel affermando che «il destino dell’Iran appartiene solo al suo popolo», mentre Andrea Orsini ha ricordato la brutalità del 7 ottobre. Per il Comune è intervenuto il capogruppo Riccardo Truppo. Sono inoltre giunti all’assise i saluti istituzionali di numerosi ministri, del sindaco Giuseppe Sala e del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana.

Santanchè ha definito il burqa una «prigione portatile» e ha indicato cinque priorità: libertà di scelta nell’abbigliamento, contrasto ai matrimoni forzati e alle mutilazioni genitali femminili, accoglienza per chi fugge dalla repressione iraniana, responsabilità per chi opprime, tortura o uccide donne e ragazzi, coinvolgimento del mondo della moda per dare voce alle donne private dei propri diritti. «Le parole sono importanti, però poi c’è l’azione», ha detto, abbracciando Ela e Aviva.

Il secondo panel, dedicato alla violenza contro le donne come strumento di terrore il 7 ottobre, è stato moderato dal giornalista Mediaset Francesco Vecchi. Ruth Halperin-Kaddari, direttrice del Rackman Center della Bar-Ilan University e cofondatrice del Dinah Project, ha illustrato il lavoro di documentazione sulle violenze sessuali del 7 ottobre e durante la prigionia degli ostaggi, portando all’attenzione del pubblico il materiale raccolto sulle violenze subite dalle vittime.

Nel terzo panel, moderato da Emanuela Gentilin, “Donne e sicurezza: diritti universali”, la senatrice Elena Murelli ha affermato che «non può esserci libertà senza sicurezza», insistendo anche sull’importanza dell’indipendenza economica delle donne. Manel Msalmi ha invece portato il punto di vista dei musulmani europei impegnati contro l’estremismo islamista, chiedendo maggiore attenzione alle reti radicali e alle organizzazioni che, secondo il suo intervento, sostengono Hamas.

Il quarto panel, moderato dalla giornalista Barbara Politi e preceduto da una breve sfilata della linea “Lux”, ha affrontato il rapporto tra moda, libertà e condizione femminile. La stilista Chiara Boni ha definito la moda uno «specchio dei tempi», capace di raccontare i cambiamenti sociali e l’emancipazione femminile.

Farnoush Hamidian, modella e attrice nata in Iran, ha sintetizzato il messaggio della giornata: «non c’è niente di più prezioso, per una donna, della libertà». Essere liberi, ha spiegato, significa poter ridere in pubblico, ballare, sentire i capelli al vento e soprattutto «avere il diritto di scegliere cosa fare, cosa essere, come vivere».

L’evento ha raccolto testimonianze inedite per il pubblico italiano e ha mostrato anche la profonda vicinanza nata tra le protagoniste, in particolare tra le donne israeliane e iraniane, accomunate da esperienze diverse ma da una stessa richiesta di libertà.

Un messaggio che assume un significato ancora più forte nell’avvicinarsi del 7 ottobre. A tre anni dall’attacco di Hamas contro Israele, il ricordo delle vittime e degli ostaggi si intreccia con quello di tutte le donne che, da Israele all’Iran, dall’Afghanistan alla comunità yazida, continuano a pagare il prezzo del terrorismo, del fondamentalismo e della repressione.

Nel corso dell’iniziativa è stato inoltre richiamato il messaggio della campagna promossa dall’Istituto Milton Friedman: «Hamas = Isis = talebani = regime iraniano». Una formula con cui l’Istituto ha voluto accomunare realtà differenti sotto il denominatore della lotta contro il terrorismo, l’estremismo e la negazione dei diritti fondamentali delle donne.

 

Nota della Redazione

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