A 23 anni dalla morte di una grande del Novecento, aquilana d’origine, caduta nell’oblio

(ASI) L’AQUILA - Che quella di Fausta Cialente sia stata un'esistenza intensa, singolare e per molti aspetti fuori dal comune, è ormai un fatto chiaro e manifesto, che motiva almeno in parte la quantità dell'oblio (per citare le parole del critico Franco Cordelli) che l'ambiente letterario le riservò ancora prima della morte, avvenuta proprio il 12 marzo del 1994, in un piccolo villaggio inglese. Figlia di un ufficiale di fanteria aquilano e di una ricca donna triestina, la vita di Fausta fu, sin dall'infanzia, un susseguirsi di spostamenti da una città all'altra d'Italia, motivati dalla carriera del padre.

Nata a Cagliari nel 1898 per pura casualità, Fausta Cialente crebbe tra Ancona, Roma, Teramo, Senigallia, Firenze, Genova, Milano e altre città, recandosi periodicamente a Trieste a seguito della famiglia materna. Proprio a Trieste, Fausta si è formata culturalmente, lì e soltanto lì, ha probabilmente sentito di appartenere, seppur lontanamente, a qualcosa, lei che s'era definita "straniera dappertutto" e che, dei suoi mille spostamenti, aveva fatto la sua più grande ricchezza.

Devota alla letteratura, nel senso vero del termine, annoverava tra i suoi autori di riferimento l'amatissimo Proust, riletto più volte, insieme a Conrad, Svevo e Salgari, lo scrittore che l'aveva iniziata alla curiosità e al rispetto verso tutte le culture del mondo. Tanta veggente modernità e tanta lucida umanità si erano fuse in lei sin dalla giovinezza, dando vita ad una personalità affascinante, forte e riservata.

Si sposò molto giovane con il ricco musicista ebreo Enrico Terni, trasferendosi con lui in Egitto nel 1921, anche per allontanarsi dal rapporto ormai logoro dei propri genitori, costretti a restare uniti solo per ottemperare ad un obbligo sociale. Fausta rimase in Egitto fino al 1947 e, tra Alessandria prima e Il Cairo poi, frequentò un ambiente culturale ricco artisti provenienti da tutta l'Europa e pieno di stimoli.

In Egitto nacquero le sue prime storie, che trovarono lì la propria naturale ambientazione: Fausta fu testimone di un mondo coloniale sfarzoso ma ormai in declino, sempre più distante dalla realtà che pian piano gli si manifestava intorno. In questi anni egiziani uscirono i suoi primi romanzi, accolti in Italia da un grande successo di pubblico e di critica (Natalia, Cortile a Cleopatra, sono solo alcuni titoli) e, sempre dall'Egitto, Fausta seguì con sorpresa e dolore le vicende del fascismo in Italia.

Con lo sguardo verso le sorti del vecchio continente, l'impegno antifascista di Fausta iniziò nel circolo culturale "L'Atelier", fondato dal marito, tramite il quale cercava di mettere in contatto i prigionieri ed i fuoriusciti italiani presenti nei campi di internamento di tutto il Nord Africa. Il suo impegno giornalistico sul fronte antifascista è una delle vicende più coraggiose e caparbie del periodo, messe in atto da un intellettuale italiano, per di più donna. Cronista radiofonica per la trasmissione "Siamo italiani, parliamo agli italiani" in diretta da Il Cairo, fondò nel 1943 il primo periodico italiano nell'Africa Settentrionale e nell'Abissinia, chiamato "Fronte Unito", non tralasciando mai l'impegno politico e sociale e la lotta ad ogni forma di prevaricazione.

Una volta tornata in Italia e separatasi ormai dal marito, Fausta continuò a volgere il suo sguardo acuto e coraggioso sulle questioni politiche e soprattutto sociali del suo tempo, orientando le sue inchieste sulle problematiche legate al mondo lavorativo e alla condizione della donna, uno dei nodi centrali di tutta la sua opera e dunque di tutta la sua vita. Collaborò attivamente con importanti giornali del tempo tra cui "L'Unità" e "Noi donne" e, dopo una lunghissima pausa narrativa, la Cialente tornò nuovamente a pubblicare romanzi, da Ballata Levantina a Un inverno freddissimo, fino ad arrivare a Le quattro ragazze Wieselberger, con il quale si aggiudicò nel 1976 il premio Strega, riconoscimento sfiorato già qualche anno prima. Quel ritorno in Italia trascorse così com'era trascorsa fino ad allora la sua vita, tra continui rifugi e spostamenti: qualche tempo in Kuwait con la figlia, di tanto in tanto a Roma o nei pressi di Varese. Fausta, ormai anziana, sembrava ancor più restia a certe forme di partecipazione e quando si spense, furono in molti a non accorgersene nemmeno.

Domandarsi perché il silenzio si sia abbattuto così irreparabilmente sulla sua opera per tutti questi anni, non ha mai prodotto finora risposte definitive ma soltanto ipotesi e, in fin dei conti, pure ad avere le reali motivazioni, esse risulterebbero ormai accessorie, inutili, talvolta persino insincere. Poche e necessarie le sue apparizioni nel fitto calendario di eventi letterari del tempo, rare le dichiarazioni su questo o quel tema o le posizioni su questo o quel dibattito, pochissime le amicizie note e influenti tra i colleghi scrittori, i critici e i giornalisti culturali.

Sì che Fausta ebbe amici, sì che godette di importanti contatti, dati le occasioni avute soprattutto all’estero ed i continui spostamenti in Italia ed in Europa anche in età matura; i suoi però furono perlopiù affetti elettivi, non per forza legati all’ambiente letterario ed editoriale, di cui pure fece parte. Fausta scelse sempre di legarsi, schiva ed elegantemente introversa com’era, soltanto per affinità umane piuttosto che di contingenza. Un errore? Un merito? Nessuno dei due, piuttosto una scelta, una libera decisione (in parte anche prevedibile) di ascoltare se stessa, di non tradire mai forse l'unico modo che aveva di amare la vita.

 Valentina Di Cesare *

*docente e scrittrice

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