(ASI) Se il Regno Unito uscirà dall’U.E. ne soffrirà la ricerca scientifica? A detta del Prof .Sir Paul Nurse a tale quesito si dovrebbe dare risposta positiva. La ricerca nel Regno Unito dovrebbe soffrire nella ipotesi di una sua uscita in quanto si renderebbe più difficile la possibilità di ottenere finanziamenti ed assicurare certezza alle generazioni future .

Naturalmente la querelle è accesa e dibattuta: un gruppo di scienziati anglosassoni invece eccepiscono come tale ipotesi sia non sostenibile.

Il referendum nazionale sulla partecipazione del Regno Unito nell'Unione Europea è alle porte! È fissato al 23 giugno.

A mio avviso bisogna avere una visione diretta più ad un ambizioso futuro, piuttosto che essere fuorviati da opportunismo politico a breve termine che potrebbe avere maggiore consenso popolare.

La mobilità di scienziati europei dà una maggiore collaborazione tra istituzioni scientifiche, ed il maggior trasferimento di persone rappresenta trasferimento di idee "
Il Regno Unito rappresenta una sorta di “centrale elettrica" della scienza alla pari con gli Stati Uniti e la Cina.

Nel periodo 2007-2013, i finanziamenti UE sono aumentati del 7%
L’illustre Prof Angus Dalgleish, St. George Hospital , Università di Londra, è un portavoce di "scienziati per la Gran Bretagna". Si tratta di un gruppo di ricercatori che discutono l’eventuale BREXIT.
"La linea di fondo è che abbiamo messo molte più risorse in Europa di quanto ne riceviamo! “
.Continua e precisa il Prof Dalgleish che gli argomenti a favore della tesi no Brexit, sono motivati dal "mero interesse" solo delle grandi istituzioni scientifiche e università britanniche che ricevono milioni di sterline di finanziamento da parte dell'Unione Europea.

Ma replica che negli altri Paesi che non ricevono finanziamenti “a pioggia” riescono ad avere successo comunque. E’ indispensabile avere una governance del sistema relativo alla ricerca scientifica più flessibile e nel contempo rigorosa e mirare a partnership come con il CERN e l'Agenzia spaziale europea, che non è gestita da UE.
In sostanza, prosegue sempre il Prof.Dalgleish è indispensabile razionalizzare la spesa e deburocratizzare l’iter per la concessione dei finanziamenti da concedere non a pioggia ma a “progetto”.

Il prof. James Wilsdon, che è un docente di politica della ricerca presso l'Università di Sheffield, e consulente per "Gli scienziati per la UE",afferma che sarebbe "altamente improbabile" per le organizzazioni di ricerca del Regno Unito garantire lo stesso livello di finanziamento se dovessero lasciare l’Europa.

"In un momento in cui la scienza è sempre più collaborativa, più internazionale in scala e più strettamente focalizzata sulle grandi sfide per la società che abbiamo di fronte - l'Unione Europea è uno strumento brillante per fare scienza ad altissimo livello e saremmo pazzi a voltare le spalle e ritornare indietro di anni luce!”

Come ben si vede le idee contrapposte sono forti e difficile da smussare anche perché , come ha affermato Stephen Bates, che è il CEO di Bioindustry Association, di cui fanno parte enti di bioscienze inglesi ed aziende farmaceutiche, tali imprese avrebbero ripensamenti consistenti nel delocalizzare le proprie unità operative e strategiche se il Regno Unito non potrà conservare una voce importante nell’UE.

E 'vitale rimanere quindi in Europa: "Il ritiro porrebbe rischi significativi per gli investimenti esteri .
Tuttavia, se il Regno Unito dovesse lasciare l'Unione Europea i ricercatori britannici sarebbero più aperti, rispetto al presente, a collaborazioni con ricercatori di altri paesi ravvisando e considerando anche se solo da questo punto di vista, appetibili partneship con i Paesi UE.

 

Francesco Rosati -Redazione Agenzia Stampa Italia

 

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