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Estera

Un anno senza internet per scoprire che la rete e’ vita “reale”.

Di Daniele Orlandi 7 Maggio 2013 – 14:36 3 min di lettura

(ASI) La vita reale e quella virtuale sono davvero così distinte? Quante volte si sente dire che l’una è contrapposta all’altra, o addirittura che l’una nega l’altra? Paul Miller, un giovane giornalista newyorchese di 26 anni, esperto in nuove tecnologie, ha voluto mettere alla prova questi assunti. La rivista The Verge gli ha allora offerto di pagarlo per sperimentare e raccontare il distacco da pc, tablet, internet, face book. Insomma, da tutto ciò che è connessione. Così Miller a mezzanotte del 30 aprile 2012 ha spento in diretta streaming tutti i suoi apparecchi elettronici. Ha iniziato una nuova vita, da dedicare più ai rapporti familiari e umani diretti, alla lettura, alla scrittura, alla bicicletta e, insomma, a tutto ciò che era un ritorno alla vira “reale” senza mediazioni virtuali. “Volevo scappare, racconta Miller, mi chiedevo cosa altro ci fosse nella vita, oltre al Web”. Una specie di rivincita del vecchio mondo sul nuovo: Paul è tornato a scrivere lettere con carta e penna; a leggere libri stampati, a conoscere persone in luoghi e situazioni non virtuali, a viaggiare utilizzando mappe cartacee. Lo scopo? Dimostrare che il web ci allontana dalla realtà e ci rende incapaci di costruire qualcosa di reale con gli altri. L’esperienza è inizialmente sembrata confermare la tesi di partenza. Paul racconta di essersi commosso alla lettura de I Miserbili di Victor Hugo e appassionato alla lettura tutta di un fiato di cento pagine dell’Odissea, mentre prima non riusciva a leggere neppure dieci pagine di alcunché. Si è dedicato alla vita a contatto con la natura e alle gite in bicicletta. E racconta anche di aver migliorato i rapporti con la sorella, divenuti più immediati

Poi, però, verso la fine del 2012, le cose hanno cominciato a cambiare aspetto. Miller scopre i “ vizi off-line”. La nuova vita, “invece di trasformare la noia in creatività” lo porta alla passività e all’isolamento sociale. “Il mio posto preferito è diventato il divano, con i piedi sul tavolino da caffè, per giocare a un videogioco» racconta Miller, attraverso una sincera confessione del fallimento di molte delle sue aspettative. Paul Miller si rende conto che i problemi e le frustrazioni che aveva prima, quando il suo mondo era “completamente immerso nella dimensione online”, erano “gli stessi della sua nuova condizione di vita totalmente off-line, solo che si manifestavano in modo differente”. Miller rivaluta, allora, la rete e le relazioni che si intessono in essa. Staccandosene, ha perso i suoi migliori amici, che aveva conosciuto su facebook. Paradossalmente, uscendo dalla rete Paul è uscito anche dal flusso della vita vissuta. Che è -questa la conclusione più importante cui Miller sembra arrivare- un intreccio inscindibile di vita reale e vissuto virtuale. Ormai nel mondo internet c’è e la dimensione virtuale fa parte concretamente della realtà, ne è parte costitutiva. Una conclusione per arrivare alla quale, forse, non c’era bisogno di un anno di astinenza da internet e di una specie di seduta psicoanalitica prolungata. Ma l’esperienza è comunque interessante, perché, appunto, è il caso di dirlo, realmente vissuta da una persona nata e nutrita nell’era informatica.

 

Daniele Orlandi – Agenzia Stampa Italia

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