A 800 anni dalla morte di San Francesco, dove abbiamo smarrito la nostra umanità? di Elisa Fossati
(ASI) Ci sono momenti in cui fermarsi a osservare il mondo che ci circonda diventa quasi doloroso.
Non perché tutto sia necessariamente peggiore di un tempo, ma perché sembra essersi smarrito qualcosa di essenziale. Qualcosa che non si misura con il progresso, con la tecnologia o con le possibilità che abbiamo a disposizione. Qualcosa che riguarda il nostro modo di essere persone, la nostra umanità.
La cattiveria, l’indifferenza, la mancanza di rispetto verso il prossimo. Gesti e parole che feriscono con una leggerezza disarmante, come se non ci fosse più consapevolezza del fatto che, dall’altra parte, esiste sempre qualcuno che prova emozioni, che ha fragilità, che porta con sé una storia che spesso non conosciamo.
Mi domando dove sia finita l’empatia. Quella capacità di fermarsi, anche solo per un istante, e provare a guardare il mondo attraverso gli occhi di un altro. Non significa essere sempre d’accordo, né giustificare ogni comportamento. Significa semplicemente riconoscere nell’altro un essere umano, con la stessa dignità che rivendichiamo per noi stessi.
Eppure, sempre più spesso, sembra prevalere il contrario. Giudichiamo prima di comprendere, attacchiamo prima di ascoltare, ci allontaniamo prima ancora di aver provato a conoscere. La gentilezza, che dovrebbe essere una delle forme più naturali della convivenza, sembra talvolta diventata un segno di debolezza. Come se mostrarsi sensibili significasse esporsi, concedere agli altri un potere su di noi.
E poi c’è la paura.
La paura di uscire di casa, di attraversare una strada, di incontrare uno sconosciuto senza sapere se quel semplice incontro sarà innocuo oppure no. La paura che nasce dalle notizie, dalla violenza che ci raggiunge ogni giorno, dai racconti di episodi che sembrano sottrarci, un poco alla volta, la fiducia negli altri.
Quando il mondo esterno comincia a sembrarci un luogo da cui difenderci, la prima reazione è chiuderci. Proteggere ciò che è nostro, restringere il nostro spazio, occuparci soltanto delle persone che appartengono alla nostra cerchia. Meglio guardare al proprio orto, ci diciamo. Meglio non immischiarsi.
È un meccanismo comprensibile, forse persino umano. Ma è anche pericoloso.
Perché la paura, quando diventa il nostro unico criterio per vivere, finisce per alimentare proprio quella distanza che ci spaventa. Ci convince che l’altro sia prima di tutto una minaccia, anziché una possibilità di incontro. E così, nel tentativo di proteggerci, rischiamo di perdere anche la capacità di fidarci, di condividere, di tendere una mano.
E allora penso soprattutto ai giovani. A quelli che stanno crescendo in un mondo nel quale la violenza può diventare spettacolo, l’umiliazione un divertimento e la cattiveria un modo per ottenere attenzione. Un mondo in cui, qualche volta, sembra contare più la reazione degli altri che il valore di ciò che facciamo. Naturalmente non sono tutti così.
Ci sono ragazzi straordinari, capaci di sensibilità, generosità e coraggio. Ma proprio per questo dobbiamo domandarci quale esempio stiamo offrendo loro e quale spazio lasciamo ai valori nella nostra vita quotidiana.
Perché i giovani non crescono soltanto attraverso le parole che rivolgiamo loro. Crescono soprattutto attraverso ciò che vedono. Il rispetto non si insegna con una lezione, se poi viene negato nei gesti di ogni giorno. La solidarietà non si trasmette come un concetto astratto, se chi la predica si volta dall’altra parte davanti alla sofferenza. E l’empatia non può essere pretesa da chi non ha mai avuto l’occasione di vederla praticata.
È in questo scenario che la figura di San Francesco d’Assisi assume un significato che va oltre la ricorrenza del calendario. A ottocento anni dalla sua morte, il suo esempio continua a interrogarci. Francesco scelse la povertà, ma la sua vera ricchezza fu la capacità di riconoscere un legame con ciò che lo circondava. Non soltanto con gli uomini, ma con gli animali, con la natura, con tutto ciò che esisteva al di fuori di sé.
In un tempo in cui il possesso e il potere sembrano ancora determinare gran parte dei rapporti umani, Francesco ci ricorda che si può scegliere un’altra misura. Una misura fatta di essenzialità, rispetto e attenzione. Non occorre necessariamente condividere la sua fede per comprendere la portata del suo messaggio. La vita non acquista valore perché siamo riusciti a prevalere sugli altri, ma per il modo in cui abbiamo saputo stare accanto a loro.
È proprio questo che abbiamo dimenticato. Che la gentilezza non è ingenuità, che la compassione non è debolezza e che interessarsi al destino di qualcuno che non conosciamo non ci rende meno liberi. Al contrario, ci ricorda che la nostra libertà non può essere costruita sull’indifferenza.
Non possiamo cambiare il mondo intero, e sarebbe ingenuo pensarlo. Non possiamo cancellare la violenza con una frase, né restituire fiducia a una società che ha imparato ad avere paura soltanto attraverso buone intenzioni. Ma possiamo scegliere come comportarci. Possiamo evitare di aggiungere altra cattiveria a quella che già esiste. Possiamo educare i nostri figli, i nostri nipoti e, prima ancora, noi stessi a non considerare mai la sofferenza altrui qualcosa di trascurabile.
Sono gesti piccoli, spesso invisibili. Non fanno notizia, non ricevono applausi, non conquistano il consenso di migliaia di persone. Eppure è proprio da questi gesti che si costruisce il tessuto di una comunità.
Oggi, guardando il mondo, mi domando che cosa resterà alle generazioni che verranno. Quale idea avranno del prossimo, se cresceranno pensando che fidarsi sia un rischio, aiutare una perdita di tempo e mostrarsi sensibili un motivo per essere feriti?
Che mondo sarà quello di domani, se oggi smettiamo di prenderci cura gli uni degli altri?
Forse non abbiamo bisogno soltanto di nuovi strumenti, di nuove leggi o di nuove promesse. Abbiamo bisogno di recuperare qualcosa che nessuna innovazione potrà restituirci al posto nostro: la capacità di riconoscere nell’altro una persona, prima ancora di vederne le differenze, i difetti o le intenzioni che gli attribuiamo.
San Francesco, otto secoli dopo, ci lascia ancora davanti a questa scelta. Possiamo continuare a costruire muri, reali o invisibili, per difenderci da un mondo che ci spaventa. Oppure possiamo provare, ciascuno nel proprio piccolo, a renderlo un luogo in cui valga ancora la pena incontrarsi.
Perché il mondo di domani non nascerà domani.
Sta nascendo oggi, ogni volta che scegliamo come guardare qualcuno, come rispondere a una provocazione, come trattare chi è più fragile di noi.
E la domanda più importante non è che mondo lasceremo ai nostri giovani, ma quale mondo stiamo insegnando loro a costruire, attraverso il nostro esempio.
La risposta, nel bene e nel male, comincia da noi.
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