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Attualità

Piazza San Pietro e il peso invisibile della bellezza di Elisa Fossati

Di Elisa Fossati 13 Maggio 2026 – 06:34 2 min di lettura

(ASI) Ci sono luoghi che siamo abituati a guardare senza pensarci davvero. Piazza San Pietro è uno di questi. Si entra, si alza lo sguardo, e si vede subito ciò che è evidente.

L’eleganza, la simmetria, l’armonia. L’idea perfetta di uno spazio che accoglie.

Ma c’è una parte che non si vede. Il peso.

Nel 1655 Papa Alessandro VII affida il progetto a Gian Lorenzo Bernini. Bernini non era solo un architetto, era già uno dei protagonisti assoluti del Barocco, capace di passare dalla scultura alla scenografia, dall’arte alla visione dello spazio. Aveva un modo preciso di costruire, non pensava solo a ciò che si vede, ma a ciò che si percepisce.

L’anno dopo i lavori erano già iniziati. In poco più di un decennio, tra il 1656 e il 1667, Roma costruisce qualcosa che oggi sembra naturale, ma che naturale non è affatto.

284 colonne. 88 pilastri. Travertino che arriva da Tivoli, trasportato, lavorato, sollevato. Ogni colonna alta 16 metri, circa 60 tonnellate di peso. Non blocchi unici, ma parti sovrapposte, una sopra l’altra. Una scelta tecnica, certo, ma anche un modo per rendere possibile ciò che, altrimenti, non lo sarebbe stato.

In totale, più di 44.000 metri cubi di pietra. Oltre 110.000 tonnellate.

Un numero che resta astratto finché non lo si immagina davvero. Si tratta di una massa enorme, costruita a mano, nel Seicento, senza tecnologia moderna. Solo progetto, esperienza e una visione abbastanza chiara da tenere insieme tutto.

Eppure, quando si è lì, tutto questo scompare.
Resta la forma. L’ovale che non è perfettamente chiuso, ma aperto verso la città. Le colonne disposte in quattro file che, da due punti precisi, diventano una sola. Un effetto studiato, quasi teatrale, un gioco prospettico reso nei minimi dettagli. Bernini lavorava come un regista dello spazio, costruiva prospettive, guidava lo sguardo.

E poi le statue, arrivate dopo, una alla volta, fino a completare qualcosa che, in realtà, non era mai davvero finito.

Bernini la chiamava “l’abbraccio della Chiesa”.
Un’immagine semplice, quasi immediata.
Ma gli abbracci, di solito, sono leggeri. Questo no.
E forse è proprio qui che sta il punto.
In tutto ciò che appare naturale, armonico, perfetto, c’è sempre una parte invisibile fatta di calcoli, di costruzione, di fatica, di tempo.

E allora viene da pensare che la vera forza non sia nel peso, ma nella capacità di trasformarlo in qualcosa che, agli occhi, sembra quasi non averne.
Non lo vediamo, ma è quello che regge tutto.

Elisa Fossati

 

 

 

Fonte foto: Elisa Fossati. 

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