(ASI) Dopo lo strappo, tattico e provvisorio, tra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi di venerdì pomeriggio, quando il segretario della Lega a Palazzo Madama ha indotto i suoi a votare Anna Maria Bernini come presidente del Senato, sorprendendo e irritando il presidente/padrone di Forza Italia, è tornato, il sereno, come peraltro era ampiamente prevedibile.
 E così sabato si è arrivati alle elezioni concordate, tra il M5S e il centrodestra, di Maria Elisabetta Alberti Casellati (FI) al Senato e di Roberto Fico (M5S) alla Camera. Da queste scosse telluriche sono emersi segnali univoci verso un governo che prenderà forma tra qualche giorno, dopo le consultazioni del presidente Mattarella, ma che sembra già con alcuni paletti già ben piantati per terra. Intanto c’è stato il primo successo di Luigi Di Maio, che con lodevole ed invidiabile ostinazione non ha voluto incontrare Silvio Berlusconi, perché è un condannato e non è, per i voti ricevuti, il leader del centrodestra. Non solo, con altrettanta decisione, non ha assolutamente accettato di votare al Senato, Paolo Romani, indicato come unico candidato del centrodestra per palazzo Madama, seconda carica dello Stato, perché condannato per peculato. In un Paese normale sarebbero atteggiamenti imposti, scontati, perché regole minime per le istituzioni, assolutamente da apprezzare. Di Maio, da noi, ha ricevuto, invece, molte critiche. Ma ha fatto benissimo, naturalmente, e questo rappresenta un primo, importantissimo segnale di cambiamento, che è poi quello che hanno chiesto gli elettori. Ha avuto ragione, tanto che anche Matteo Salvini si è dovuto adeguare e ha messo in scena quell’affronto, non so quanto concordato, a Silvio Berlusconi. Dato il contentino a Forza Italia, ora il segretario leghista ha più forza (rappresentando il centrodestra e non solo la Lega, 260 seggi invece di 121) e più margini per trattare con Di Maio la formazione del nuovo governo. La ritrovata unità del centrodestra oltre che a Matteo Salvini può servire di più a Silvio Berlusconi, al quale la politica non gli è mai interessata, se non in funzione dei benefici economici e penali che gli può portare - semmai la cosa assai sorprendente è che ci sia qualcuno che ancora non lo abbia capito - e per questo non può assolutamente lasciare solo il Movimento 5 Stelle, che con qualche legge sacrosanta, ma che lui considererebbe ostile, lo metterebbe, improvvisamente, in grossissime difficoltà. Mi riferisco al conflitto d’interesse, al numero esagerato di frequenze e di reti televisive, sulla prescrizione, sul falso in bilancio, etc. Questa mossa, che ha in qualche modo privilegiato l’asse Di Maio-Salvini, è in funzione anti Pd. Tra i dem, stava per germogliare, sia pure timidamente, l’idea piuttosto intrigante di cercare di aprire un dialogo con Di Maio e i 5 Stelle, come alternativa ad una maggioranza 5 Stelle centrodestra. D’altronde stare sulla sponda del fiume ad aspettare, come ha imposto Matteo Renzi, che passino i cadaveri degli avversari, è una decisione suicida. Poveretto, da anni non ne azzecca una. Perché non è detto, e non è affatto scontato, che passino questi cadaveri, così che l’attesa sarebbe da imbecilli. Infatti, se Di Maio e Salvini sapranno trovare un’intesa per fare prima un governo e poi alcune cose che più vogliono i cittadini elettori, e per cui li hanno anche votati, vale a dire la riduzione dell’insopportabile pressione fiscale, la lotta alla corruzione e all’evasione fiscale, il controllo e la gestione del flusso di migranti, un ritocchino all’età della pensione e il miglioramento della sicurezza e delle condizioni economiche dei meno abbienti, fra cinque anni il Pd, non solo non vedrà i cadaveri, troverà ancora meno consensi. Ciò perché, nel frattempo, saranno morti quasi tutti i vecchi comunisti, quelli che il 4 marzo hanno votato Pd a prescindere, ignorando le disastrose riforme di Renzi e le sue “autoesaltazioni dei risultati ottenuti” e che, obnubilati dall’ideologia, non hanno visto, come ha visto e detto il presidente emerito, Giorgio Napolitano, aprendo i lavori del Senato, “i troppi esempi di clientelismo e corruzione”, tanto che - ha ancora spiegato l’ex capo dello Stato - la “ contestazione ai vecchi partiti (primo il Pd, ndr) è scaturita da forti motivi sociali: diseguaglianze, ingiustizie, impoverimenti e arretramenti nella condizione di vasti ceti, comprendenti famiglie del popolo e della classe media”.

Fortunato Vinci – Agenzia Stampa Italia

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