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(ASI) Da circa tre settimana Dominique Strauss-Kahn si è dimesso dalla carica di potentissimo presidente del Fondo monetario internazionale in seguito al presunto scandalo sessuale che lo vedrebbe coinvolto.

Da quel giorni si è praticamente aperta la caccia alla sua poltrona, una carica che vale molto più della presidenza di molti stati nazionali visto il ruolo occulto svolto dal Fmi nei destini di molte nazioni.

Quasi sicuramente, almeno stando alle pressanti indiscrezioni degli ultimi giorni la principale poltrona della struttura figlia degli ultra liberisti accordi di Bretton Woods dovrebbe andare alla francese Christine Lagarde, attuale ministro delle finanze parigine.

In una riunione svoltasi il 20 maggio tra i direttori esecutivi del Fmi sono stati decisi i requisiti che avrebbe dovuto avere il successore di Strauss-Kahn, in particolare qualsiasi direttore esecutivo o, Governatore del Fondo avrebbe potuto suggerire un nome entro il prossimo 10 giugno; da qual giorno si aprirà un apposito processo di selezione che porterà a individuare non più di tre candidati scelti dall’esecutivo con voto ponderato. Coloro che avranno l’onore di superare questa prima scrematura saranno poi chiamati ad incontrare i direttori esecutivi in consiglio; quindi, quasi certamente con voto ponderato, il 30 giugno sarà annunciato il nuovo direttore del Fmi.

Questa è la prassi ufficiale cui da sempre però fa da contorno una prassi parallela che vede al lavoro le diplomazie interessate a quella poltrona e da cui poi sono sempre usciti i nomini che hanno composta la rosa dei candidati, il nome della Lagarde infatti è già stato approvato da tutti i governi europei che vogliono in questo modo preservare le loro posizioni nel Fmi.

A rafforzare la posizione del vecchio continente inoltre una regola non scritta della grande finanza hobbistica internazionale e della politica che vuole una vera e propria lottizzazione in base alla
quale gli europei si prendono la massima carica del Fmi mentre agli statunitensi spetta la presidenza della Banca mondiale la carica numero due del Fmi, attualmente occupata da John Lipsky che dal 18 maggio ha preso in mano la situazione in qualità di direttore vicario.

Ovviamente una situazione del genere non piace troppo alle potenze emergenti del Bircs ma riflette una spartizione del mondo figlia di Yalta che l’Europa, ma soprattutto gli Usa volgiono difende in tutti i modi, aprire le porta della presidenza ad un asiatico, ad esempio, implicherebbe il dover cedere la poltrona di vice ad un europeo con un netto ridimensionamento del ruolo statunitense nel Fmi. Questi i moti vi per cui le altre candidature avanzate, per fare dei nomi Kemal Derviş, già ministro per gli Affari economici della Turchia, Trevor Manuel, capo della Commissione per la pianificazione nazionale del Sud Africa, Tharman Shanmugaratnam, ministro delle Finanze di Singapore, Montek Singh Ahluwalia, vice presidente della Commissione di pianificazione dell’India, Agustin Carstens, governatore della Banca centrale del Messico sembrano destinati a recitare il ruolo di semplici spettatori non paganti. Unici a poter impensierire la candidatura transalpina sembrano essere il tedesco Axel Weber ed il polacco Marek Belka anche se la Francia ha sempre recitato un ruolo di primo piano nel Fmi, non a caso dalla sua istituzione, 65 anni fa, per ben 36 alla guida c’è stato un francese, per la cronaca nessun italiano ha mai ricoperto questo ruolo.

Ufficialmente la corsa alla successione di Strauss-Khan deve ancora aprirsi eppure tutto appare già scritto.

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