Biagio Maimone:   La sinistra e i suoi valori storici, nonché costitutivi, si può dire che siano rappresentati dall’attuale PD? Può dirsi che Renzi incarna un’anima realmente sociale?

Nichi Vendola : Il Partito Democratico è un soggetto politico inconcluso e le sue attuali contraddizioni rispetto ai valori costitutivi della sinistra altro non sono che lo specchio del modo con cui questo partito è nato. Vorrei ricordare, dato che si tende a dimenticare in fretta, che nel Manifesto di Orvieto in cui per la prima volta si definivano i valori costitutivi di quello che avrebbe dovuto essere il PD, dominava l’equidistanza. Equidistanza tra lavoratore e imprenditore, equidistanza tra un sindacato e l’altro, equidistanza persino nella scelta di appartenenza alle grandi famiglie politiche europee. Richiamo questo punto perché se è vero che sono fortemente critico sull’insieme della politica attuale di Matteo Renzi non ritengo tuttavia che questa separazione che oggi si sta consumando tra la sinistra e il PD sia solo opera sua. Bisogna avere sempre presente i modi e i tempi con cui i fatti politici accadono. Voglio dire che se oggi Renzi può compiere un salto verso il partito della nazione più che uno slittamento ulteriore verso il centro politico (entità quasi metafisica della politica italiana) è perché, in fondo, questo era appunto uno degli esiti possibili della costruzione del partito democratico. Non certo l’unico, né quello scontato. Tant’è che quando si va finalmente al voto politico nel 2013, il PD, pur avendo sostenuto le regressive politiche di austerità del governo Monti, costruisce in una alleanza elettorale con noi il programma Italia Bene Comune. Se si ha la pazienza di rivedere i contenuti di quel programma si trova un’agenda di governo dell’Italia che è l’opposto di quella oggi adottata da Renzi. Il quale più che un’anima “sociale” incarna e interpreta un populismo dall’alto che tende a fare della politica e dei suoi istituti il luogo ristretto della decisione a scapito della partecipazione democratica larga e conflittuale. Non è una novità, ma qualcosa che abbiamo già visto nella storia politica europea recente, penso al blearismo. I risultati li conosciamo bene.

Biagio Maimone: E’ d’accordo sul fatto che si registri un progressivo allontanamento dal modo di concepire il lavoro e la forza – lavoro da parte di quanti intendono porre fine alla crisi economica? Condivide la tesi secondo cui le conquiste del secolo scorso a favore dei lavoratori restano un baluardo indispensabile da cui partire per migliorare, non certo da vanificare?

Nichi Vendola: Oggi, a ormai sette anni dall’inizio della crisi, appare del tutto evidente dai fatti che il lavoro ha subito e sta subendo colpi che lo riportano in diverse parti del mondo, e anche in Europa, a condizioni ottocentesche. E’ qualcosa di sconvolgente e di drammatico, che non solo produce diseguaglianze e crescenti povertà, ma conduce a una vera e propria mutazione antropologica del lavoratore in quanto persona, individuo, di fronte all’assenza di lavoro, alla perdita di lavoro o quella forma di lavoro spersonalizzato e distruttiva di futuro soprattutto per chi è giovane che si chiama precarietà. Ma la crisi è soltanto l’epicentro. La svalorizzazione del lavoro è il prodotto di un processo lungo ormai trent’anni, un processo insieme produttivo e culturale, meglio direi ideologico, condotto dal pensiero neoliberista già dall’inizio degli anni Ottanta. I primi interpreti politici sono stati Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Hanno trovato epigoni anche in quella sinistra riformista europea, e italiana, che ha confuso l’innovazione con la riduzione dei diritti sociali e del welfare. In questo senso il Job Act che ci ritroviamo oggi in Italia è quanto di più vecchio e tardivo si potesse produrre nel solco di quella cultura neoliberista che ha contagiato parte della sinistra proprio sul terreno su cui avrebbe dovuto -  e dovrebbe -  essere più solida: quello del lavoro e dei diritti, sociali e individuali. La sinistra che ho in mente è quella che fa del lavoro un valore primario  e della dignità del lavoratore un obiettivo non negoziabile. Del lavoro e dell’ambiente insieme, perché una politica capace di tenere insieme ambiente e lavoro è l’unica in grado di ripensare questo meccanismo e modello sociale ormai esaurito al punto tale da mettere a repentaglio il destino delle persone e della natura.

Biagio Maimone: InItalia è aumentata la povertà e la disoccupazione, soprattutto la disoccupazione giovanile. E’ certo che ancora non vi sia stato un impegno che possa dirsi radicale e di forte impatto per aggredire tale dolorosa situazione. Quali sono le sue valutazioni in merito?

Nichi Vendola: E’ proprio così. Se guardiamo agli indici di povertà e di disoccupazione, in Italia sembra di essere tornati nelle condizioni dell’immediato dopoguerra. In pochi decenni siamo passati dall’essere tra le prime economie al mondo, dotati di una politica industriale tra le più sviluppate, alle condizioni di oggi che ci vedono scivolare, di posizione in posizione, in fondo alla graduatoria dei paesi più dinamici. Osservo che il punto più alto dello sviluppo economico del nostro paese ha corrisposto storicamente al punto più alto dell’insieme del mondo del lavoro come forza organizzata, sindacalizzata e anche fortemente politicizzata. Certo, oggi ci vuole, come indica la domanda, un impegno che sia radicale, da parte in primo luogo del governo. Ma direi che c’è bisogno prima di ogni cosa di una politica che risulti alternativa a quella che si sta praticando. L’idea di Renzi è quella di uno stuolo di investitori e capitali stranieri fermi ai nostri confini in attesa che le cosiddette riforme sul lavoro attuate dal suo governo, culminate appunto nel Job Act, riducano diritti, mettano all’angolo i sindacati, così da poter entrare in Italia e rimettere in moto la situazione. E’ un’idea vecchia e soprattutto fuori dalla realtà. Ci vuole, appunto, una diversa politica. Quella che connette lavoro e ambiente, territorio, che ripensa produzione e consumo, che considera il settore pubblico non un ferrovecchio da smantellare e poi svendere ma il fulcro di una nuova e diversa crescita da costruire in un rapporto virtuoso con il privato. La disoccupazione, specie giovanile, esige la messa a punto di un piano straordinario e di medio periodo. Un piano che tenga insieme ripopolazione dei piccoli e medi centri urbani, investimento nell’agricoltura biologica, cura permanente dell’assetto idrogeologico del paese, valorizzazione del patrimonio dei beni culturali e naturali, paesaggistici, politiche industriali e ambientali. Da questo insieme di progettualità può nascere una diversa economia del paese – quella attuale, ricordo, non solo non produce un solo posto di lavoro in più, ma è secondo la definizione di Papa Francesco un’economia che uccide – finalmente capace di ricreare occupazione, a partire dal Mezzogiorno. E poi occorrono politiche europee, non più solo nazionali. Questo è vero nelle politiche del lavoro come del welfare, in quelle del sistema fiscale come nelle politiche ambientali. Ma non ricordo un elemento significativo che le attuali classi dirigenti europee, accomunate dall’ossessione delle politiche di austerità, siano riuscite fin qui a produrre. Così è stato, purtroppo, anche nella conduzione della presidenza italiana del semestre europeo che si è appena conclusa.

Biagio Maiomne: Gli obiettivi che il suo partito intende realizzare nel medio termine, con l’intento di contribuire al risanamento sociale e morale della nazione.

Nichi Vendola :La prima regola consiste nel cambiare l’agenda. Quella attuale è infarcita della retorica delle riforme – si è cominciato con il dire una al mese – che non mutano mai il quadro della realtà, cioè quello della vita concreta delle persone. La seconda regola è quella di pensare a politiche nazionali in sintonia con quelle europee, in un quadro nel quale l’agenda europea è a sua volta radicalmente modificata, dalle attuali inefficaci, meglio fallimentari, politiche di austerità e di rigore a politiche espansive, della domanda e della crescita sostenibile. Occorre guardare lontano, appunto nella prospettiva di medio e lungo termine, ma occorre farlo tenendo il filo della coerenza con la realtà nella quale ora ci troviamo, perché non esistono, come sappiamo, i due tempi, prima quello del risanamento e poi quello dello sviluppo. La prospettiva verso cui dobbiamo andare, se vogliamo uscire stabilmente dalla crisi, è quella della conversione non solo dell’economia ma dell’intera società. E’ una politica che va avviata già ora, nella qualità urbana delle nostre città, nella produzione degli stili di vita, della salvaguardia del territorio e nella cura del paesaggio. L’altro fondamentale obiettivo è quello della lotta diretta e forte alla criminalità organizzata. C’è qui un aspetto primario di legalità che va ripristinato. Ma c’è anche un aspetto cruciale di socialità poiché la pervasività del sistema criminale e illegale è giunta ad un punto tale da condizionale pesantemente, soffocandolo, lo sviluppo economico del paese. Non una riforma al meseche già il mese dopo non lascia traccia. Ma una riforma intellettuale e morale di un respiro politico così forte da dare speranza e fiducia agli italiani che l’hanno perduta.


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