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(ASI) La vittoria delle primarie del centrosinistra consegna a Pierluigi Bersani un’investitura forte ed un’eredità delicata.  L’investitura è forte per la misura del consenso, alla fine attestata oltre ogni aspettativa. Con il 60%  dei voti al ballottaggio, dovuto anche alla confluenza di molti “vendoliani”, Bersani è adesso il candidato Presidente del Consiglio in pectore: praticamente l’unico, visto lo stato comatoso del centrodestra. Le proporzioni del successo del segretario PD sembrano anche allontanare l’ipotesi di una conferma di Monti a capo del Governo, alla quale pure continuano a pensare Casini, Fini e Montezemolo.

I tre, come noto, confidano anche nella trappola della nuova legge elettorale che difficilmente, nel testo uscito dal senato, permetterà di delineare una maggioranza netta alle due Camere per riproporre il Monti-bis dopo le urne a primavera.  Ma questa “strategia” sembra avere due incognite: la prima è che i sondaggi danno in ribasso l’area del centro, perché gli elettori la assimilano stabilmente  all’establishment che tanta mediocrità e spregiudicatezza ha espresso qua e là per lo stivale. La seconda è che non è affatto scontato che si riuscirà ad approvare in entrambe le Camere la legge elettorale nuova. E allora, con gli attuali meccanismi del tanto (giustamente) vituperato “porcellum”, un Pd al 32-34 % (dato degli ultimi sondaggi, comprensivo dell’effetto primarie) insieme a SEL, IDV e altri di centrosinistra, potrebbe riuscire a far scattare il premio di maggioranza e mettere così all’angolo le pretese dei centristi di essere l’ago della bilancia.

Un’ipotesi tutt’altro che peregrina che, tra l’altro, consentirebbe a Bersani da una parte di accrescere il potere contrattuale verso Casini & C. e, dall’altra, di ricompattare alla sua maggioranza, almeno sotto questo profilo, Renzi e i suoi, come si sa contrari all’ipotesi di allearsi con i “residuati bellici” di centrodestra. Ciò anche se, per la maggioranza uscita vincitrice dalle primarie, resta prioritaria l’alleanza con i cosiddetti “moderati”, considerata strategica nel medio periodo per presentare all’Europa, al mondo e ai poteri finanziari, da cui siamo osservati in modo speciale, un quadro di maggiore stabilità politica e sociale.

Insomma, una situazione a molte incognite e bivi non facili per Bersani candidato premier. Ma, forse, dopo le primarie, le difficoltà maggiori il “piacentino” le incontrerà sul piano interno, dentro il PD. L’eredità che le primarie gli lasciano è oggettivamente delicata. Bersani dovrà avere molta cura di fare una sintesi politica capace di non estraniare i “renziani”, accogliendo gli spunti proposti dal sindaco di Firenze che tanto consenso gli hanno attirato anche nella base del PD di provenienza comunista. Il risultato di Renzi merita un’attenta e non spocchiosa analisi politica da parte dei vertici del PD, tanto più se si pensa alle regioni dove il partito è forza di governo fin da quando si chiamava PCI. In quelle regioni, come in tutto il Paese, ma più che altrove, il messaggio della base del partito è stato chiaro: basta con una classe dirigente locale e nazionale che ha smarrito ogni collegamento con la base e con la realtà e si è dimostrata  chiusa, oligarchica, arrogante per quanto mediocre; incapace di dare risposte  e di fare scelte innovative; conservatrice e retriva.

Renzi ha sfondato su questo tema di fondo. Più che sulle sue idee per l’utilizzo innovativo dei fondi europei, nel voto a favore del primo cittadino toscano hanno pesato le proposte di abolire il finanziamento pubblico ai partiti, di ridurre le indennità delle cariche istituzionali, di abolire la selva oscura dei privilegi di cui la classe politica e dirigente (economica, culturale, universitaria, burocratica) diffusamente si è circondata.

Questi temi, finora banditi dalla discussione politica in nome di una solidarietà diffusa da destra a sinistra a difesa dei privilegi della “casta”, sono ormai entrati nel dibattito e non sarà possibile per nessuno far finta di niente. Anche questa è l’eredità delle primarie che Pierluigi Bersani si appresta a raccogliere. Il segretario ha capito da tempo che è venuto il momento per la classe politica, per dirla con le sue prime parole dopo l’elezione di ieri,  di “dare spazi e occasioni alle nuove generazioni”. Ed è presumibile che qualcosa in questa direzione, dopo averlo annunciato durante la campagna delle primarie, Bersani farà subito, magari non concedendo deroghe al terzo mandato dei parlamentari. La cosa gli sarà utile dentro il PD, per non lasciare a Renzi il monopolio della parola “rinnovamento” e non alimentare i malumori della base. Ma gli servirà, anche, per non dare fiato alle trombe dei grillini, che potrebbero diventare sirene allettanti anche per molti elettori del PD se non si metterà mano decisamente al capitolo “taglio dei privilegi”.

Fossimo in Pierluigi Bersani, ci preoccuperemmo, però, di non limitare il compito ai “giovani” dal punto di vista anagrafico. Ci sono, infatti, interi settori della società, dell’economia e della cultura che la politica negli ultimi lustri ha escluso, ritenendoli (giustamente) non funzionali alle proprie logiche di bottega. Nel ventennio post-tangentopoli, quarantenni e cinquantenni di oggi hanno avuto con la politica rapporti tempestosi che hanno finito per escluderli dal gioco, oppure neanche si sono mai avvicinati allo stagno maleodorante della cosa pubblica. Questo è accaduto perché essi portavano nella politica schemi, temi e approcci diversi dai personalismi, affarismi e carrierismi imperanti. Anche a quelle generazioni, oltreché ai giovanissimi, dovrebbe rivolgersi Pierluigi Bersani per recuperare il patrimonio di idee, capacità e innovazione di cui ha bisogno come il pane  il partito democratico e l’Italia, entrambi ingessati, a tutti i livelli, dalle burocrazie e dai corporativismi conservatori di ogni genere e tipo.

Bersani ha certamente portato un elemento di stabilità nel centrosinistra italiano ed era l’unico tra i cinque candidati in corsa in grado di rappresentare la sintesi politica tra tutte le anime dello schieramento. L’unico in grado di tradurre questa sintesi in un  governo autorevole e coeso, capace di affrontare con la carica innovativa necessaria i tanti e gravi problemi posti all’Italia e all’Europa dalla crisi mondiale più grave dal dopoguerra ad oggi. Una crisi non congiunturale, ma epocale, da cui usciranno riscritti gli equilibri geopolitici del mondo. Ora, avuta la forza dalle urne delle primarie, Bersani deve mirare decisamente in alto, far uscire il dibattito politico dalle melme del politicume  di casa nostra, promuovere meccanismi di selezione della classe dirigente che premino la qualità e non le colleganze e cordate. Un compito da far tremare i polsi, ma se questo è il livello delle sfide che l’Italia ha davanti, occorrono un governo e una politica di pari altezza.

 

Daniele Orlandi – Agenzia Stampa Italia

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