(ASI) Los Angeles e New York. Due punti terminali distanti, ma che si allineano nella stretta di un parallelismo geografico e culturale. Da una parte Castro “street”, dall’altra Chelsea nella grande mela, elevano due figure allusive nella marcia per i diritti degli omosessuali: Harvey Milk e Keith Haring.

Il primo è stato un consigliere comunale nella calda stagione del ’77 in una città fondata da irlandesi espressamente cattolici, e la pellicola cinematografica con Sean Penn in proposito ci restituisce volti e contorni di un principio di affermazioni che spezza con le logiche del tempo; il secondo, un pittore degli anni ’80, simbolo della Pop Art, dalle figure antropomorfe indeterminate che nascono in strada, che definisce il suo stile come un vero e proprio paradigma artistico non liquidandolo, dunque, come puramente “graffitario”. Periodi diversi, differenti propensioni intellettuali, ma entrambi accomunati da quel senso di intimo attivismo, e che trova compimento in una frase di Milk estrapolata dal film di Gus Van Sant: “Il movimento è il candidato”. La persona candidabile in questione è lo stesso Haring, che rispecchia in pieno la filosofia heideggeriana circa l’essere gettati nel mondo e fare qualcosa per realizzarsi. Realizzarsi in modo incondizionato. Come il “sindaco di Castro” che ha dato un obiettivo alla generazione californiana, l’artista della Pennsylvania ha fatto risplendere l’istinto sulle regole del patto sociale, e messo l’arte al servizio di tutti.

“Nella primavera del 1984 ho organizzato una festa per il mio ventiseiesimo compleanno e l’ho intitolata Party of life. Volevo che fosse una cosa grandiosa perché avevo iniziato a guadagnare e mi sentivo un po’ in colpa: dividere questa ricchezza con i miei amici mi sembrava quindi una buona idea” (Villa Zito. Palermo). Dallo spazio underground della metro di New York, in cui si dilettava a disegnare sui muri, alcune scene che ritraevano autentiche fughe dalla realtà (omini che saltavano, che si baciavano o che dal mare erano rapiti dagli alieni) alle prime esposizioni fino ai graffiti sul muro di Berlino, Haring, nonostante il successo ottenuto continuava a rimanere un ragazzo generoso e coi piedi per terra. Spesso declinava l’invito a collaborare con i galleristi perché voleva dare a tutti la possibilità di assistere alle sue performance e di acquistare le sue opere, gadget e T-Shirt recanti i suoi disegni, nel famoso negozio al dettaglio che corrispondeva al nome di “Pop Shop”. Inoltre, in controtendenza ad un’arte contemporanea che proprio in quegli anni era diventata elitaria, New York accoglieva artisti emergenti tramutandoli in schizzinosi quarantenni di una classe medio-alta, Keith ignorava chi lo esortava a non dipingere gratuitamente e a preservare il suo “marchio”. Le sue opere infatti erano anche il prodotto di fitti dialoghi con vagabondi o ubriachi, che egli lasciava entrare nel proprio magazzino vuoto sulla Ventiduesima strada. Contrariamente alla retorica, il maestro di Haring non fu soltanto Andy Wrhol, ma anche Picasso per i colori e la moltitudine tematica cui egli riusciva a trarre ispirazione. L’opera dell’89 a Pisa, ad esempio, è la più rappresentativa di questa influenza. Anche a Roma lasciò due opere a Palazzo delle Esposizioni e sui pannelli trasparenti del ponte sul Tevere, che però furono ben presto cancellate. Tuttavia, in questi anni, sia nella Capitale che in giro per le altre città del nostro paese, sono state organizzate diverse mostre, e in maniera inedita anche Palermo, da quest’anno, ha accolto il genio di questo artista.

Per la prima volta in Sicilia, per la prima volta a Palermo, la mostra di Keith Haring. La città eletta capitale culturale del 2018 accoglie fino al 16 settembre, dopo l’inaugurazione del 29 giugno, le opere appartenenti ad una collezione sia pubblica che privata dell’artista contemporaneo. In una cornice raffinata come quella di Villa Zito vengono cullati i piccoli “graffit art” che spaziano dalla natura alla tecnologia, dalla credenza religiosa all’amore che non conosce barriere. Gli omini di Haring assaporano insieme sofferenza e gioia di vivere perché nella “festa della vita” ogni elemento convive con l’altro senza reticenze. Gli anni della promiscuità culturale sono tangibili nelle sue opere con personaggi che hanno dei bisogni reali o costruiti come l’organizzazione del tempo, dello spazio, il sesso, la maternità e l’atto di divinazione; allo stesso tempo, però, questi, immaginano un mondo più libero in cui possono essere veramente loro stessi. Essi vivono il dramma delle convenzioni che sono loro imposte e pertanto “si sfogano” tornando allo stato naturale delle cose. Si dice che tutto questo prende vita e forma dalla mano dell’artista, ebbene ci pensa Haring a dare un volto e un’immagine a questa massa dalle tante sfaccettature e colori.

 

Elidsa Lo Piccolo - Agenzia Stampa Italia

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