Giorgia Meloni ad Addis Abeba: Africa, difesa europea e la partita geopolitica che passa dal Sud globale

(ASI) Ad Addis Abeba, davanti alla 39ª sessione ordinaria dell’Assemblea dei Capi di Stato e di governo dell’Unione Africana, Giorgia Meloni ha fatto una scelta politica prima ancora che diplomatica: essere presente.

Unica leader occidentale al summit, mentre in Europa si discuteva di difesa e a Monaco si certificava l’ennesima frattura transatlantica, la premier ha deciso di spostare il baricentro verso l’Africa. Non è solo agenda internazionale, ma dichiarazione di priorità.

Il messaggio è stato chiaro: l’Europa deve fare di più per la propria sicurezza. Deve “occuparsi di sé stessa”. Parole che risuonano in un momento in cui i rapporti tra Bruxelles e Washington sono attraversati da tensioni evidenti, con il ritorno di una stagione più assertiva e meno multilaterale negli Stati Uniti.

Meloni non ha sposato la lettura drammatica del cancelliere tedesco Friedrich Merz sulla fine dell’ordine mondiale, ma ha comunque riconosciuto che l’era delle certezze automatiche è finita. La differenza sta nel metodo: non rottura, ma integrazione rafforzata. Valorizzare ciò che unisce Europa e Stati Uniti, non ciò che divide.

Nel frattempo, l’Italia accetta l’invito a partecipare come osservatore al Board of Peace per Gaza, convocato a Washington da Donald Trump. Una soluzione che consente presenza politica senza scivolare in nodi costituzionali complessi. Anche qui, la linea è pragmatica: esserci, mantenere un ruolo, evitare marginalizzazioni. Per Roma – e per Bruxelles – il Medio Oriente resta un dossier in cui l’assenza pesa più dell’ambiguità.

Ma il cuore dell’intervento è stato il Piano Mattei. Meloni ha insistito nel definirlo non un piano “per” l’Africa, bensì un contributo italiano all’agenda africana, in linea con l’Agenda 2063 dell’Unione Africana. Il lessico è calibrato: niente paternalismi, niente retorica caritatevole. La narrativa è quella del partenariato tra pari, del superamento di logiche predatorie, della cooperazione industriale e infrastrutturale come leva di sviluppo condiviso.

In due anni il Piano ha esteso il proprio raggio d’azione da 9 a 14 Paesi, mobilitando – secondo il governo – miliardi di euro tra risorse pubbliche e private. Energia, sicurezza alimentare, corridoi infrastrutturali come il Lobito, biocarburanti in Kenya, progetti idrici, formazione e intelligenza artificiale. Un mosaico ambizioso, che si intreccia con il Global Gateway europeo e con la competizione sistemica che vede l’Africa sempre più centrale nelle catene del valore globali.

La novità politica più significativa riguarda il debito. L’Italia propone la conversione del debito dei Paesi più fragili in investimenti e introduce clausole di sospensione in caso di crisi climatiche estreme. È un passaggio che sposta il dibattito dalla mera sostenibilità finanziaria alla resilienza sistemica. Se un Paese è colpito da eventi climatici devastanti, non può essere strangolato da scadenze di rimborso. Liberare spazio fiscale significa dare margine per ricostruire infrastrutture e stabilizzare società fragili. È una scelta che unisce realpolitik e narrativa morale.

Un dato è innegabile: l’Africa non è più un capitolo periferico della politica estera europea. È uno snodo strategico dove si intrecciano demografia, materie prime critiche, transizione energetica, sicurezza marittima e migrazioni. Meloni lo ha detto in modo diretto: il nostro futuro dipende dal vostro. Una frase che può suonare retorica, ma che fotografa una realtà economica e geopolitica precisa.

C’è poi il tema della “libertà di restare”. La premier insiste sull’idea che la vera alternativa alla migrazione forzata non sia il contenimento, ma la creazione di opportunità locali: formazione, lavoro, joint venture industriali, capitale umano. È una visione che combina interesse nazionale e cooperazione strutturata. Se funziona, riduce pressioni migratorie; se non funziona, alimenta nuove dipendenze.

In questo passaggio storico, la politica estera italiana sembra voler giocare su due tavoli: rafforzare l’autonomia europea sulla difesa e, contemporaneamente, costruire un asse strutturale con l’Africa. Non è un’operazione simbolica. È un tentativo di posizionamento in un mondo dove le medie potenze devono moltiplicare le proprie opzioni.

L’Africa è parte della partita centrale del XXI secolo. E chi non lo comprende rischia di restare spettatore.

Tommaso Maiorca – Agenzia Stampa Italia

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