(ASI) Egeo - Nel teatro dell’Egeo, tra il 1941 e il 1943, la Seconda Guerra Mondiale non era fatta solo di grandi movimenti di truppe, ma di una fitta rete di silenzi, soffiate e logoramento psicologico. In una di quelle piccole isole greche si muoveva un giovane sottotenente del Controspionaggio dell'Esercito Italiano che aveva pochissimo del soldato comune: mio nonno, Ettore Vignali.
Classe 1919, poco più che ventenne, Ettore si distingueva per un profilo insolito. Era cresciuto fin da bambino a Rodi Egeo, dove aveva ricevuto una solida istruzione e una rigida disciplina dai padri salesiani. Ma la risorsa che lo rendeva davvero prezioso per i servizi di informazione era che parlava e scriveva oltre all’italiano, il francese, il turco e il greco, che aveva approfondito a scuola. Questo gli permetteva di confondersi con la popolazione locale, stabilendo contatti che a molti altri ufficiali erano preclusi.
Dai modi cortesi, era autorizzato a muoversi in abiti civili; Ettore non nascondeva, nei suoi racconti di gioventù, una spiccata debolezza per le donne e un certo successo nei loro confronti.
La realtà della guerra, al di là della vita quotidiana di facciata che negli isolotti nell'Egeo era sempre uguale, però, era tutt'altro che idilliaca. Nel 1943, la Resistenza greca cercava ogni occasione per colpire, e i partigiani comunisti portavano avanti attentati sempre più frequenti. Mio nonno era già finito nel mirino: gli avevano sparato contro in mezzo alla strada, lasciandolo miracolosamente illeso ma decisamente in allerta.
In quel clima, Ettore aveva iniziato a frequentare la figlia del dentista del paese, una bellissima ragazza dell'isola con cui era arrivato a fidanzarsi. Un giorno, la famiglia di lei lo invitò a pranzo. Nonostante le regole dell’ospitalità greca fossero tradizionalmente sacre – e mio nonno le conosceva bene –, i recenti scampati pericoli gli imposero prudenza. Decise così di non andare solo, ma di farsi accompagnare da due militari.
I convenevoli iniziali a casa della ragazza si svolsero normalmente, ma una volta a tavola l'atmosfera cambiò. Il pranzo non cominciava e il padrone di casa, il dentista, si era allontanato con un pretesto banale. Passavano i minuti e in mio nonno, che portava ancora addosso l'adrenalina dell'ultimo agguato, cominciò a farsi strada un forte sospetto. Quell'attesa era ingiustificata.
A spezzare la tensione fu lo sguardo di uno dei due soldati che lo accompagnavano. Tra la sala da pranzo e la stanza adiacente c'era una pesante tenda divisoria. Dal bordo del tessuto spuntava un dettaglio anomalo: pochi centimetri di metallo cilindrico: una canna di fucile.
I soldati reagirono di scatto, spalancando la tenda. Dietro c’era il dentista, fermo, con l’arma puntata e già mirata verso il sottotenente. Nella stessa stanza, sul tavolo, c'era una radio trasmittente accesa, utilizzata per comunicare le posizioni e i movimenti alla Resistenza comunista greca.
La trappola era evidente. La ragazza aveva sfruttato l'interesse di mio nonno per attirarlo in un luogo chiuso e isolato, offrendo al padre l’occasione perfetta per l'esecuzione.
Profondamente sdegnato per l’uso distorto dei sentimenti e per la violazione di un invito sacro, Ettore ordinò ai soldati di arrestare il dentista e di portarlo via immediatamente, dopodiché tagliò ogni ponte con la ragazza e uscì da quella casa, lasciandosi alle spalle il fidanzamento e un inganno che per poco non gli era costato la vita.
Cristiano Vignali - Agenzia Stampa Italia


