(ASI) Ogni giorno la vita ci mette davanti a qualcosa che non va: una delusione, un’ingiustizia, un tradimento della fiducia, una notizia che spegne il sorriso.
Sembra quasi che la tristezza faccia parte del paesaggio quotidiano, come il traffico del mattino o la pioggia d’inverno.
Eppure, in mezzo a tutto questo, c’è sempre uno spazio piccolo ma reale in cui possiamo scegliere come reagire.
Non è filosofia da salotto né ottimismo di facciata: è un gesto concreto, uno sguardo gentile, un momento di pace che decidiamo di non farci rubare.
Essere felici non significa ignorare il dolore o fingere che tutto vada bene.
Significa riconoscere che la vita, anche quando ferisce, continua a offrirci frammenti di bellezza: un caffè condiviso, un tramonto visto per caso, una parola gentile arrivata al momento giusto.
Anche la cosa peggiore che ci può accadere ha due facce.
Da una parte il dolore, la delusione, la rabbia. Dall’altra la possibilità di capire, di trasformare, di imparare.
Chi resta prigioniero della prima impara solo a lamentarsi, a puntare il dito, a vedere negli altri la causa dei propri fallimenti.
Chi invece crede nel destino e nella speranza, non quella vaga, ma quella concreta di chi pianifica il proprio cammino, sa che ogni sconfitta può diventare insegnamento.
L’etica cristiana, come tutte le grandi religioni, ricorda che da ogni castigo nasce un insegnamento, e che porgere l’altra guancia non è debolezza ma forza interiore.
Il vero problema resta la fretta: il volere tutto e subito, dimenticando che la pazienza e l’umiltà sono le fondamenta della serenità.
Ogni inciampo ci insegna a camminare meglio.
Chi lo comprende, un giorno riesce persino a correre.
E allora non si spaventa più, perché ha imparato a vedere l’altra faccia di ogni cosa, quella buona, e a credere che la gioia, il desiderio di scoprire e di crescere, non finiranno mai.
Salvo Nugnes per Agenzia Stampa Italia
*Immagine generata con l'assistenza di Microsoft Copilot, intelligenza artificiale sviluppata da Microsoft."


