(ASI) Quando un bovino, un pollo o un maiale arrivano sul banco delle macellerie hanno spesso alle spalle un lungo percorso di sofferenza. Nei grandi allevamenti industriali, le bestie vivono in spazi ristretti e vengono trattate come macchine. I tori vengono castrati senza analgesici, solo pochi animali sono liberi di muoversi all’aria aperta. Il loro nutrimento consiste essenzialmente in mangime concentrato, non di rado mescolato con ormoni e antibiotici che accelerano la crescita, in modo da poter anticipare la macellazione.
Molte di queste creature muoiono ancor prima di essere condotte al mattatoio. Queste usanze non riguardano solo l’industria dei fast food, ma l’intera filiera di carne convenzionale. Sarebbe meglio mangiare meno carne possibile, ma se non se ne può fare a meno, bisognerebbe orientarsi verso la produzione ecologica (carne biologica), in cui la scelta dei mangimi è disciplinata da rigide norme, atte a garantire condizioni di allevamento decenti. Dal 1996 le multinazionali americane includono anche mangimi modificati nelle loro spedizioni verso l’Europa. Affermano che per risolvere il problema della fame nel mondo abbiamo bisogno della tecnologia genetica, perché consente di produrre maggiori quantità di cibo. In realtà oggi viene prodotto già più nutrimento di quanto possa esserne consumato. In Europa ogni giorno vengono distrutte grandi quantità di alimenti che non possono più essere venduti. L’interessante film “We feed the world”, mostra ad esempio come solo a Vienna ogni giorno venga gettata via una quantità di pane pari a quella consumata a Graz, la seconda città austriaca per grandezza. Il problema non è la penuria di cibo, ma l’iniqua distribuzione delle risorse agricole. La tanto lodata tecnologia genetica non rappresenta quindi una soluzione, anzi, peggiorerebbe le cose perché ci renderebbe tutti più dipendenti dai grandi gruppi industriali. L’obiettivo delle aziende dell’industria genetica è proprio questo: arrivare a controllare l’agricoltura e l’intera produzione alimentare mondiale.

Come possono riuscire in questo intento? Innanzitutto facendo brevettare le piante modificate geneticamente e i loro semi, adducendo come giustificazione il finanziamento del settore della ricerca. Ora, per usare le piante ed i semi il contadino è obbligato a pagare una tassa salata di brevetto. Questo vale anche se il contadino ottiene nuovi semi dalle piante, procedimento che, a memoria d’uomo, ha sempre costituito la base dell’attività agricola: il contadino coltiva, ad esempio, grano e utilizza i nuovi semi per la semina successiva. Ora questa procedura viene proibita dalle aziende. La scienziata indiana Vandana Shiva a proposito di questa manovra condotta dalle aziende dice: “In una sorta di contratto di schiavitù, al contadino viene vietato di riutilizzare le sementi, cosa che è sempre stata un suo diritto. La coltivazione in proprio viene considerata fuori legge. Le normali attività contadine vengono classificate come crimini per i quali si può essere perseguiti, puniti e arrestati. Si configura così la minaccia di una nuova forma di schiavitù, nella quale non solo i contadini, ma interi Paesi rischiano di perdere i loro diritti”.

Un’azienda affiliata al gruppo Monsanto ha persino sviluppato un metodo che impedisce alle piante di produrre semi germinabili, chiamata “tecnica terminator”; anziché spazzare via i nemici come nel celebre film interpretato da Schwarzenegger, in questo caso le vittime sono gli agricoltori, costretti a ricomprare ogni anno i semi dall’azienda. I piccoli coltivatori, soprattutto quelli delle zone più povere del mondo, non potranno mai permetterselo. In realtà non avrebbero neanche bisogno delle costose sementi visto che coltivano specie locali di piante, tramandate di generazione in generazione, che prosperano anche in condizioni climatiche difficili. La sopravvivenza di questi piccoli agricoltori è messa a repentaglio dai grandi gruppi industriali che, grazie alla tecnologia genetica, sono effettivamente in grado di produrre quantità di cereali o altri vegetali, per poi venderli a prezzi sensibilmente più bassi rispetto ai coltivatori locali. Così i piccoli agricoltori vengono schiacciati dal mercato e derubati delle basi per la sopravvivenza. Gli OGM quindi non possono in alcun modo essere la soluzione per la fame nel mondo, tutt’al più possono peggiorare il problema.

25 euro. Un numero comune come gli altri. Per questa cifra nell’Africa Occidentale è possibile comprare una vita umana, persino bambini da far lavorare come schiavi. Se uno di questi bambini non è più sfruttabile, magari perché si è ammalato fino al completo sfinimento a seguito dei maltrattamenti subiti e del pesante lavoro fisico, se ne compra uno nuovo. In paesi come il Burkina Fasu e il Mali i genitori sono così poveri da non avere alcuna possibilità di nutrire i propri figli. In questo modo centinaia di migliaia di bambini vivono sulla strada e cercano di cavarsela da soli. Per la strada ci sono però individui che fanno grandi promesse: pasti regolari, un buon lavoro, una formazione adeguata.. La proposta suona allettante. Nella loro disperazione e nella speranza di un futuro migliore, molti ragazze e ragazzi si lasciano abbagliare dalla parole dei trafficanti di uomini e li seguono, spesso molto lontano, fino in altri Paesi, come ad esempio la Costa d’Avorio. In questo Paese, in Ghana, in Camerun e in Nigeria, secondo le stime dell’International Institute of Tropical Agricolture, circa 284.000 bambini lavorano nelle piantagioni di cacao. Dai 10.000 ai 20.000 di loro sono stati comprati come schiavi. Un singolo bambino vale 25 euro. Tanto costa una vita umana. Questi bambini vengono sorvegliati da cani e minacciati con fruste e machete, i bambini lavorano nel caldo soffocante. Non c’è riposo. Sette giorni su sette: dalle sei del mattino alle nove di sera. Le pause non sono consentite.

I più piccoli di loro hanno solo 6 anni. A piedi nudi spingono l’aratro nella terra. Chi si ferisce ha diritto ad uno sputo sulla ferita, come una sorta di disinfettante, per poi continuare a sgobbare. Molti di loro muoiono presto, al seguito dei massacranti lavori pesanti che sono costretti a subire. O semplicemente vengono gettati via come oggetti. Responsabile di queste condizioni è, per quanto assurdo possa sembrare, la ricchezza del Paese, in quanto la Costa d’Avorio è il maggior produttore di cacao nel mondo. L’80% delle importazioni tedesche proviene dall’Africa Occidentale. A rendere schiavi i bambini non è l’avidità dei proprietari delle piantagioni. Molti di loro non hanno scelta, in quanto il margine di profitto dei piccoli agricoltori arriva a malapena a ricoprire le spese per la sopravvivenza. Un’azienda media guadagna 340 euro circa con il raccolto di un anno. Questa cifra è dovuta ai prezzi bassi di mercato dettati dalle grandi aziende alimentari dell’Europa e del Nord America.

Aziende come la Nestlè, Kraft, Ferrero, Mars lavorano il cacao per ottenere la cioccolata. Queste aziende, nelle loro variopinte brochure, si vantano di fare il possibile contro la schiavitù minorile, ma al tempo stesso costringono gli agricoltori a produrre a basso costo. I proprietari delle piantagioni in questa maniera non sono in grado di pagare salari adeguati, e la schiavitù minorile costa loro non più di una ciotola di farinata di mais al giorno. Nel 2001 le aziende alimentari leader nel settore, sotto la pressione dell’opinione pubblica, si impegnarono a far sì che entro il 2005 non ci fossero più bambini schiavi nelle piantagioni dei loro fornitori in Africa. Questo non avvenne. Così venne stabilita un’altra data: il primo luglio del 2008. Tuttavia, nonostante la nuova data stabilita, le aziende continuano a non essere in grado di garantire una completa abolizione della schiavitù minorile nelle piantagioni.

“Chi beve cacao, beve il loro sangue”. Queste le parole del direttore di Save the Children in Mali. La schiavitù esiste dagli albori della storia dell’uomo. Dal 1441 al 1880 i colonizzatori europei riportarono nei loro Paesi 60 milioni di africani dalla Costa d’Avorio. Dal 1960 l’ex colonia francese è indipendente. La tratta dei bambini non è che una nuova forma di schiavitù che si conosce da troppo tempo ormai. Da una stima, si calcola che sarebbero ben 200.000 i bambini impiegati nell’Africa Occidentale come forza lavoro. Il numero di schiavi e lavoratori ad oggi si aggira intorno ai 27 milioni. Una cifra enorme. Altre stime parlano addirittura di 100 milioni di persone. Oltre alle classiche forme di schiavitù, come l’acquisto di un bambino, il rapimento, ne esiste un’altra diffusa: la servitù per debiti. Questa pratica prevede che qualcuno, lavorando senza essere pagato, ripaghi un debito vero o fittizio. In molti casi tale debito obbliga anche le generazioni successive alla servitù. Un caso particolare è rappresentato dalla schiavitù di Stato, come ad esempio a Burma, dove migliaia di uomini, donne e bambini sono utilizzati come schiavi ed impiegati nella costruzione di un metanodotto.

Davide Caluppi Agenzia Stampa Italia

Fonte: www.antislavery.org

www.fian.de

www.savethechildren.it

Il libro delle multinazionali” di Klaus Werner Lobo