(ASI) Mentre a Davos si celebrava il battesimo del "Board of Peace" di Donald Trump, un’ombra lunga si è stesa sul pragmatismo delle cancellerie europee. Il contrasto è stridente: da un lato Bruxelles, che pur con "seri dubbi" sulla compatibilità con il diritto ONU, sembra scivolare verso una rassegnata accettazione della Pax Americana 2.0.
Mentre si alza la voce ferma del Cardinale Pierbattista Pizzaballa, che ha gelato le ambizioni transazionali della Casa Bianca con un rifiuto che è già storia.
L'Europa di Ursula von der Leyen e Antonio Costa appare intrappolata: stretta tra la minaccia di nuovi dazi e la promessa di una Gaza ricostruita da un consorzio privato, ha scelto la via del "compromesso tecnico". Ma è un'illusione. Accettare un board che prevede una "quota d'ingresso" da un miliardo di dollari e che punta a sostituire le Nazioni Unite significa declassare la pace a un’operazione di private equity.
Pizzaballa, parlando da Gerusalemme, ha squarciato il velo dell'ipocrisia: "Ci hanno chiesto di entrarci. Un miliardo non ce l’ho, ma soprattutto il compito della Chiesa non è questo". In questa frase non c’è solo il realismo di chi vive sul campo, ma una severa lezione politica: la dignità di un popolo non è un asset da bilancio né il trofeo di un "Board".
Mentre le capitali europee si interrogano su come gestire il "metodo Trump", il Patriarca ricorda al mondo che una pace senza giustizia è solo una liquidazione. L'Europa potrà anche comprare un seggio al tavolo, ma la resistenza morale di Pizzaballa ci avverte che, senza il riconoscimento dell'altro, quel tavolo resterà tragicamente vuoto.


