Iran, propaganda occidentale e stato delle cose. Il Paese non è isolato

(ASI) Fatta la premessa che ogni questione interna ad un Paese deve essere risolta in maniera pacifica all'interno del Paese stesso e senza ingerenze esterne, bisogna prendere atto realisticamente della situazione in Iran, per quella che è.

Stando alle informazioni dei media occidentali la situazione sembra essere arrivata al punto del non-ritorno, con un governo irresponsabile che, invece di fare riforme e dimettersi, punterebbe diritto alla  soppressione violenta di ogni forma di rivendicazione. Per questo, lo sdegno e l'ostilità verso il 'regime' iraniamo vengono rappresentati come universli e senza appello. Ma secondo altre testate giornalistiche, la realtà sembra alquanto differente.

Da fonti non-occidentali, per esempio, si viene a sapere che alcuni Stati si sono dichiarati disponibili a fornire aiuto all'Iran, e altri hanno inviato già truppe, mezzi e consiglieri militari. Si parla di Libano (Hezbollah), Iraq (Milizie Sciite), Yemen (Houti), Siria (liberi combattenti). Aiuti stanno arrivando dal Pakistan che, come si sa, ha già stipulato un patto che mette l'Arabia Saudita sotto il suo ombrello nucleare. L'analista Ethan Levinsz nel suo spazio instagram  fa presente che Arabia Saudita, Qatar e Oman hanno chiesto al presidente Trump di non intervenire  con un attacco all'Iran. Russia e della Cina, alleati storici della Repubblica Islamica, hanno fortemente criticato l'ingerenza degli USA, come hanno fatto in occasione dell'attacco al Venezuela. Senza contare l'azione destabilizzatrice dei servizi segreti stranieri che, fomentavano la rivolta violenta in Iran attraverso i loro agenti infitrati. Si contano sulle punte delle dita di una mano le fonti d'informazione occidentali che hanno mostrato anche le manifestazioni oceaniche a favore del governo, come se le piazze fossere totalmente in mano ai rivoltosi. Quindi tutto ciò va a discredito della cosiddetta informazione libera occidentale. Mentre altrove la realtà subisce meno mistificazioni, perché meno subordinata agli interessi degli Stati Uniti.

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