(ASI) Con l’approvazione di un bilancio per la difesa superiore ai 9.000 miliardi di yen per il 2026, Tokyo compie un altro passo decisivo lungo un percorso che la porterà, nel giro di pochi anni, a diventare il terzo Paese al mondo per spesa militare, dietro soltanto a Stati Uniti e Cina.
Non si tratta di un aumento isolato, ma del quarto anno consecutivo di un programma quinquennale pensato per raddoppiare la spesa per la difesa fino al 2 per cento del PIL, un obiettivo che il governo di Sanae Takaichi punta a raggiungere con due anni di anticipo rispetto alle previsioni iniziali. Una scelta che segna una discontinuità profonda con il Giappone del dopoguerra, storicamente legato a una postura militare limitata e strettamente difensiva.
Il contesto regionale spiega gran parte di questa accelerazione. La Cina viene ormai indicata apertamente come la principale sfida strategica, mentre sullo sfondo restano la minaccia nordcoreana e la presenza russa nell’area. Le esercitazioni navali cinesi sempre più vicine alle isole giapponesi, gli episodi di aggancio radar e la pressione crescente su Taiwan hanno contribuito a creare, a Tokyo, la percezione di un ambiente di sicurezza “il più severo del dopoguerra”, come lo ha definito il ministro della Difesa.
La risposta giapponese non è simbolica, ma estremamente concreta. Il nuovo bilancio rafforza in modo deciso le capacità di attacco a lungo raggio, con investimenti significativi in missili da crociera e sistemi “standoff”, inclusa la produzione in serie della versione potenziata dei missili Type-12, capaci di colpire obiettivi a circa mille chilometri di distanza. È una rottura concettuale rilevante: per la prima volta, il Giappone si dota apertamente di strumenti pensati non solo per respingere un attacco, ma per colpire basi nemiche lontane.
Accanto ai missili, cresce il peso delle tecnologie senza equipaggio. L’invecchiamento della popolazione e le difficoltà nel mantenere organici sufficienti stanno spingendo Tokyo verso una militarizzazione sempre più “automatica”, fondata su droni aerei, navali e subacquei. Il progetto “Shield”, che dovrebbe diventare operativo entro il 2028, punta a creare una difesa costiera multilivello basata su sistemi unmanned, inizialmente anche attraverso importazioni da partner come Israele o Turchia.
Il rafforzamento non riguarda solo le capacità operative, ma anche l’industria. Il Giappone sta cercando di uscire dal suo storico isolamento nel settore della difesa, investendo in programmi congiunti e aprendo, con cautela, all’export.
Il caccia di nuova generazione sviluppato insieme a Regno Unito e Italia e la scelta australiana di affidarsi a Mitsubishi Heavy Industries per l’ammodernamento delle fregate sono segnali di una strategia industriale che mira a rendere il Paese un attore più centrale anche sul piano tecnologico.
A Pechino, questa traiettoria viene letta come una deriva pericolosa. Le autorità cinesi accusano Tokyo di abbandonare il percorso pacifista e di alimentare una nuova corsa agli armamenti, persino nello spazio.
Il punto, oggi, non è più se il Giappone diventerà una potenza militare di primo piano, ma come userà questo nuovo peso. La trasformazione è in atto, sostenuta da un consenso politico sempre più ampio e da una popolazione che, di fronte alle tensioni regionali, appare meno ostile al riarmo di quanto lo fosse in passato.
Tommaso Maiorca – Agenzia Stampa Italia


