(ASI) Una barca non affonda per l’acqua che ha intorno. Affonda per l’acqua che lascia entrare.
È una frase sempli) ce, quasi ovvia. E forse proprio per questo colpisce così tanto. Perché parla del mare, ma in realtà parla di noi.
Passiamo gran parte della vita cercando di controllare ciò che ci circonda. Le persone, gli eventi, le parole, le delusioni. Cerchiamo acque calme, approdi sicuri, situazioni perfette. Ma il punto non è mai davvero ciò che abbiamo intorno.
Il punto è ciò che, lentamente, lasciamo entrare dentro di noi.
Una critica che continua a restare, una paura che si allarga, il giudizio degli altri che smette di essere esterno e diventa voce interiore. E quasi senza accorgercene, iniziamo a riempirci di cose che non ci appartengono e che ci appesantiscono.
A volte il problema non è l’evento in sé, ma quanto potere gli diamo dentro di noi.
Perché ci sono persone che attraversano tempeste enormi e riescono comunque a restare in piedi. E altre che si spezzano molto prima.
Non per debolezza, ma perché alcune cose, quando non vengono elaborate, finiscono per riempirci interiormente.
Come acqua nella stiva.
Allora la forza non sta nel vivere un mare perfettamente calmo, quello non dipenderà mai totalmente da noi.
La vera forza sta nel proteggere ciò che lasciamo entrare.
Non tutto merita spazio dentro di noi.
Non tutte le parole devono diventare ferite.
Non tutte le delusioni devono trasformarsi in identità.
Proteggersi non significa chiudersi al mondo.
Significa riconoscere il confine tra ciò che attraversiamo e ciò che permettiamo di restare.
Perché nessuno può evitare tutte le tempeste.
Ma possiamo scegliere se lasciare che ci sommergano anche dentro.
*Foto di Elisa Fossati


