(ASI) Chieti - Dall’autarchia mediterranea alla subalternità totalitaria: la parabola comparata del Fascismo italiano e del collaborazionismo europeo.
Il Fascismo delle origini: la "Terza Via" e il mito di Roma
Nelle sue premesse ideologiche e nei suoi primi anni di affermazione, il Fascismo italiano si presentò al mondo come una radicale novità geopolitica e sociale. Lontano dalle influenze mitteleuropee, il movimento trovava il suo baricentro nel primato romano e mediterraneo, proponendosi come una "Terza Via" economica e politica, equidistante tanto dalle derive collettiviste del Comunismo sovietico quanto dalle logiche individualiste del Capitalismo occidentale.
In questo lungo crinale storico, si assistette alla progressiva edificazione di un regime da prima autoritario, poi sempre più totalitario, in cui nel momento di massimo consenso la Patria, lo Stato e il Governo giunsero a coincidere in una triade indissolubile. Fino alla seconda metà degli anni Trenta, per milioni di italiani il Fascismo era l'Italia e l'Italia era il Fascismo. Fu un periodo contrassegnato da riforme e conquiste in campo sociale ed economico, che trovarono il loro apogeo propagandistico e il culmine della luminosità della "Stella d’Italia" nel 1936, con la proclamazione dell’Impero.
Dall’apogeo al declino: la scelta fatale del 1940
Raggiunto il punto di massimo consenso, iniziò tuttavia una parabola discendente. Il tentativo del Duce, dopo il 1936, di accentrare progressivamente ogni potere nelle proprie mani, irrigidì le strutture dello Stato, culminando nella fatale decisione di entrare in guerra nel giugno del 1940 a fianco della Germania nazista. Quella che doveva essere una "guerra parallela" si trasformò rapidamente in una campagna subalterna. L'alleanza con l'alleato germanico divenne presto un'insopportabile sottomissione, che logorò il fronte interno e scollò la società civile dalle istituzioni.
Il progressivo rigetto del regime politico sfociò nella crisi del luglio 1943. La caduta di Mussolini e il successivo armistizio dell'8 settembre (complici anche le strategie e le esitazioni degli Alleati) non portarono la pace, ma sfasciarono del tutto lo Stato unitario, lasciando l'Italia divisa e occupata a Nord come a Sud.
Il collaborazionismo e il dramma di Salò
La nascita della Repubblica Sociale Italiana (RSI) rispondeva, nelle intenzioni dei suoi fondatori, al disperato tentativo di riscattare l'onore militare della Nazione e di riscoprire l'arditissimo, l’anima sociale e rivoluzionaria del Fascismo sansepolcrista delle origini. Tuttavia, il progetto di Salò era condannato in partenza: l'incapacità delle autorità germaniche di fidarsi degli italiani (considerati in cuor loro come inferiori) unita all'azione dei collaborazionisti più radicali, svuotò la RSI di vera sovranità.
L'esperienza di Salò in Italia, al pari di quella del regime di Vichy in Francia, rappresentò il culmine del servilismo filogermanico. Sotto l’egida e la guida tedesca, e con la complicità attiva di truppe italiane e di gerarchi fanaticamente collaborazionisti come Giovanni Preziosi e Roberto Farinacci, vennero portate avanti deportazioni, rastrellamenti e persecuzioni politiche, etniche e religiose. Fu la tragica dimostrazione della sottomissione totale del neonato Stato repubblicano alle logiche distruttive del Terzo Reich.
Il caso francese: il "Fascismo Universale" e il mito di Carlo Magno
Parallelamente, in Francia si consumava un dramma speculare ma per certi versi ancor più contraddittorio. Per i nazionalisti d'Oltralpe, la Germania aveva storicamente rappresentato il nemico mortale. Per fare accettare alla popolazione l'accettazione della disfatta militare e giustificare la collaborazione con gli occupanti, gli intellettuali del fascismo francese dovettero compiere un'operazione ideologica complessa: abiurare il concetto classico di Patria francese in favore del cosiddetto "Fascismo Universale".
Venne così propagandata una forma strumentale di identità europea, non più basata sui confini nazionali, ma sul richiamo storico al Sacro Romano Impero di Carlo Magno, Re dei Franchi. Questa visione era cementata da un violento e radicale antisemitismo, teorizzato e sostenuto da figure di spicco della cultura collaborazionista. Destini tragici che trovarono la loro resa dei conti alla fine del conflitto: intellettuali come Robert Brasillach e Pierre Drieu La Rochelle pagheranno con la vita (il primo davanti al plotone d'esecuzione, il secondo suicida) tra il febbraio e il marzo del 1945.
Conclusioni: l'eredità di una frattura
Il legame indissolubile col Nazionalsocialismo hitleriano, e l'immersione nelle brutture della guerra, segnarono la fine delle aspirazioni originarie sia del Fascismo italiano sia dei movimenti collaborazionisti francesi. Nati col mito della sovranità e della grandezza nazionale, entrambi i regimi terminarono la loro parabola storica come appendici subalterne di un impero germanico straniero, lasciando dietro di sé società profondamente lacerate e il ricordo indelebile della pagina più buia del Novecento europeo, la guerra civile.
Cristiano Vignali - Agenzia Stampa Italia


