(ASI) - Negli ultimi mesi si è intensificato il confronto tra il governo guidato da Giorgia Meloni e le principali sigle sindacali, tra cui CGIL, CISL e UIL. Snodo centrale del confronto sono i salari, i rinnovi contrattuali e le politiche fiscali, oggetto di forti attenzioni data l’elevata inflazione che ha caratterizzato gli anni precedenti e la deriva
nte perdita del potere d’acquisto.
Secondo dati diffusi da ISTAT,i salari reali ossia il valore delle retribuzioni tenuto conto dell’inflazione, hanno registrato una contrazione significativa tra il 2021 e il 2023. Proprio questo elemento rappresenta la base oggettiva delle tensioni tra sindacati e governo: i lavoratori percepiscono stipendi che, pur nominalmente simili, consentono di acquistare meno beni e servizi.
Tra il 2023 e l’inizio del 2024, il governo ha introdotto misure di riduzione del cuneo fiscale, con l’obiettivo di aumentare il reddito disponibile. I sindacati hanno ovviamente riconosciuto l’impatto positivo nel breve periodo, ma tuttavia, hanno evidenziato anche il carattere temporaneo degli interventi e la loro insufficienza fisiologica rispetto alla perdita accumulata nel corso degli anni. Nel corso del 2024 fino ad oggi, è stato determinante anche il tema dei rinnovi dei contratti collettivi nazionali, in quanto una quota rilevante di lavoratori risulta ancora in attesa di rinnovo contrattuale. Per questi motivi, la richiesta sindacale punta dritta verso aumenti salariali strutturali, ossia inseriti stabilmente nei contratti e non legati a misure fiscali temporanee.
Il governo, dal canto suo, ha più volte sottolineato la necessità di mantenere equilibrio nei conti pubblici, richiamando gli oggettivi vincoli europei sul deficit e sul debito. Proprio per queste condizioni “imposte”, l’esecutivo preferisce intervenire principalmente attraverso leve fiscali piuttosto che attraverso un coinvolgimento diretto nei meccanismi salariali, che in Italia sono storicamente affidati alla contrattazione tra imprese e sindacati.
Il confronto si è ulteriormente irrigidito nelle settimane più recenti, con iniziative di mobilitazione promosse dalle organizzazioni sindacali e richieste di incontri formali con il governo. Le sigle hanno posto al centro anche il tema del salario minimo legale, misura sostenuta da parte dell’opposizione ma non adottata dall’attuale maggioranza, che continua a privilegiare il modello della contrattazione collettiva. Le posizioni rimangono distanti e il dialogo, pur sempre aperto, non ha finora prodotto una sintesi condivisa.
Carlo Armanni - Agenzia Stampa Italia
Foto AI Sora su input Carlo Armanni


