(ASI) “La povertà oggi non è più in fenomeno lontano, confinato ai margini della società. Ha assunto volti nuovi: famiglie che non riescono ad arrivare a fine mese, lavoratori con stipendi insufficienti, anziani soli, giovani precari, genitori che devono scegliere tra pagare una bolletta o riempire il frigorifero.
Eppure, nonostante la crescente difficoltà, molte persone evitano di chiedere aiuto. Anche quando sanno che esistono realtà importanti di volontariato pronte ad accoglierle senza giudizio. Perché succede questo? Perché la povertà, oltre a essere una condizione materiale, è anche una ferita emotiva. Per molte persone, ammettere di avere bisogno significa riconoscere una sconfitta personale. Viviamo in una società che esalta l’autosufficienza, il “ce la faccio da solo”, la forza individuale. Ma il silenzio, alla lunga, diventa un macigno. E può trasformare una difficoltà temporanea in una crisi profonda. E tutto questo bisogna evitarlo, è necessario che istituzioni e comunità lavorino insieme per invertire il trend, aiutare e comprendere le fasce più fragili e vulnerabili. Nella convinzione maturata che chiedere aiuto non toglie dignità: la restituisce. Le organizzazioni di volontariato ad esempio non offrono solo beni materiali: offrono ascolto, rispetto, umanità. Non giudicano, non classificano, non misurano il valore delle persone in base ai loro problemi. Chiedere aiuto non significa essere deboli. Significa essere umani. E spesso è proprio quel gesto, così difficile, a permettere di rialzarsi. In questo quadro, dunque, serve una comunità che normalizzi la richiesta di aiuto, non giudichi, non stigmatizzi, riconosca che la povertà può toccare chiunque, e valorizzi il coraggio di chi si espone. Perché la dignità non si perde quando si chiede aiuto. Si perde quando si lascia una persona sola nella sua difficoltà”. Così, in una nota, Carmela Tiso, portavoce nazionale di Accademia Iniziativa Comune e presidente della associazione Bandiera Bianca


