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Elezioni in Myanmar. Tra interessi economici, presunte riforme democratiche e scontri a fuoco

(ASI) La Cina sta pressando il governo birmano per riprendere al più presto i lavori per la costruzione della diga di Myitsone e, a quanto pare, ci sta riuscendo. La costruzione di questa diga (un progetto da 3,6 miliardi di dollari) sul fiume Irriwaddy, era stata sospesa ufficialmente a causa dell’opposizione popolare al progetto che, molto probabilmente, nascondeva la mano a stelle e strisce. Le insistenze del colosso cinese China Power Investment Corporation (Cpi) con il governo del Myanmar per riaprire i lavori, hanno presumibilmente portato all’imposizione dello sgombero forzato del villaggio di Tanhpre nello Stato Kachin al confine con la Cina.

Nello “sfratto” firmato dal vice presidente birmano Thiha Thura Tin Aung Myint Oo si intima il trasferimento in un nuovo villaggio governativo. Proprio nelle vicinanze di queste zone, secondo il progetto, deve sorgere la diga idroelettrica battente bandiera cinese. In un incontro pubblico il presidente della multinazionale Cpi, Lu Qizhou, ha espresso piena fiducia per una veloce riapertura del cantiere e, a dimostrazione di questa tesi, sembra che i lavori (tra cui la realizzazione di strade per arrivare ai cantieri e gli abbattimenti della foresta) stiano continuando. Secondo fonti di AsiaNews.it, in queste zone, ci sarebbe un “aumento di truppe” a dispetto dei negoziati fra il governo centrale e il leader del movimento Kachin. Anche nello Stato Karen, i movimenti dell’esercito birmano sono sempre più frequenti e, nei dintorni del villaggio di Kay Pu, distretto di Mutraw, si registrano diversi scontri a fuoco. Stessa storia vale per lo Stato Shan.

Intanto il governo birmano, in vista delle elezioni del primo aprile, ha invitato gli osservatori dell’Onu, degli Stati Uniti e dell’Unione Europea per verificare le operazioni di voto. L’ambasciata degli Stati Uniti a Yangon, tramite il suo portavoce Mike Quinlan ha parlato di un passo incoraggiante e ha ribadito l’importanza del processo delle riforme. Queste riforme dovrebbero rappresentare un passaggio chiave nella (presunta) democratizzazione del Paese, soprattutto in vista della nomina della presidenza dell’Associazione delle Nazioni dell’Asia Sud-Orientale (Asean) del 2014 e delle rimozioni delle sanzioni occidentali. Il partito della Aung San Suu Kyi, nei giorni scorsi, ha denunciato irregolarità nelle liste elettorali; nel comunicato diffuso dalla Lega Nazionale per la Democrazie (Nld) si legge che “i registri elettorali in diversi seggi sono incompleti e pieni di errori”. In ogni caso, è bene sottolinearlo, ai militari spetterà un quarto dei seggi in Parlamento come stabilito dalla Costituzione.

Sempre il primo aprile la Birmania adotterà una fluttuazione controllata per la propria moneta, il Kyat, con lo scopo di richiamare investitori stranieri. Il Paese è ricco di risorse naturali, gas e legname in primis, ma anche petrolio e pietre preziose. E ancora, il Myanmar è il primo Paese al mondo per la produzione di anfetamine e il secondo (dopo l’Afghanistan) per l’oppio. Il governo di Naypyidaw vuole sfruttare le proprie ricchezze e i Paesi occidentali anche, è chiaro. Ma la normalizzazione del Paese non si potrà mai raggiungere finché non verranno rispettate tutte le etnie. E le etnie sembrano non volersi vendere alla logica turbo-capitalista.

Fabio Polese Redazione Agenzia Stampa Italia

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