(ASI) Si riporta un interessante articolo scritto dall'amico Sabatino Durante domenica scorsa.  Un pezzo che racconta una storia positiva che ha la forza di trasmettere energia vitale. Un messaggio di speranza. La potenza del fare per affrontare e sconfiggere l'emergenza Covid e le avversità della vita. Un esempio ed uno sprone per tutti noi. L'ottimismo, la volontà, il sorriso sono medicine naturali in grado di rafforzare il carattere e il sistema immunitario. Buona lettura.

 

navedellasperanzaCaro Guido, caro Prof,

raccolgo volentieri il tuo invito a scrivere per la tua rubrica, sì rubrica e che rubrica (!) “Pillole di Ottimismo”. Sin dal primo assalto in Italia del Covid 19 sei stato fiducioso e hai cercato di infondere ottimismo, sano sentimento. Ricordo uno dei tuoi primi interventi pubblici in cui più o meno dicevi “Il virus non avrà scampo, prima o poi l’inquadreremo”. Hai avuto coraggio. Non era facile orientarsi in mezzo a opinioni diverse e a un pullulare di scienziati, chi più chi meno diventati “virologi”, tutti preoccupati per la nostra salute fisica, pochi, tu uno di questi, di quella morale e psichica. Mi sei stato, per molti di noi, sostegno scientifico, anche e soprattutto un conforto fermo e rassicurante.

Mi presento ai tuoi lettori e seguaci, passami il termine. Sono un giornalista, commentatore sportivo, ma soprattutto Agente Fifa, detto in modo meno roboante, uno scopritore di talenti calcistici, un procuratore di giocatori e mediatore di mercato. La premessa, forse poco piacevole, è dovuta -per cortesia non bloccatevi adesso - perché poi entro negli argomenti  che interessano, sono certo,  questa platea. Per anni la mia attività lavorativa si è incentrata per lo più nell’ex Jugoslavia, ma anche in Giappone e Corea. Da una buona quindicina d’anni, però, mi sono spostato in Sud America, dove passo almeno sei mesi l’anno. Punto di riferimento e di vita soprattutto San Paolo o São Paulo, da dove parto per viaggiare per le molte città dei 27 stati confederati del Brasile e dei molti altri paesi sudamericani, Argentina, Cile, Colombia, Ecuador, Paraguay, Uruguay, per vedere partite di calcio e scoprire talenti. Dei tanti ti parlo solo di uno dei più recenti “craques” da me scoperti: Arthur Henrique Ramos de Oliveira Melo.  Scrivo queste righe solo per fare un piacere a te tifoso juventino e rassicurarti della bontà dello scambio Pjanic/Arthur sull’asse Juve/Barcelona. In realtà io lo avevo proposto con insistenza tra settembre/ottobre 2016 e luglio 2017 a un'altra grande squadra italiana per la modica cifra di 5 milioni di euro, poi il Barcellona, dopo il rinnovo del contratto sottoscritto con il Gremio a fine luglio 2017, se l’è preso, mio malgrado, pagando la cifra rescissoria di 50 milioni di euro. Arthur è un grande giocatore, ma è un regista, non un trequartista/centrocampista offensivo, è uno Xavi e non un Iniesta come insiste a scrivere la stampa italiana. E qui iniziamo con il primo tasto dolente di questo mio intervento, ma entreremo a gamba tesa subito dopo averti chiarito che questo è l'uomo giusto che il buon Sarri cercava, un metronomo più veloce e svelto nei tempi di gioco di Jorginho, perno centrale del proprio progetto al Napoli e poi al Chelsea.

Parleremo, parlerò di Brasile e Covid 19, ma anche di calcio e comunicazione, ognuno usa gli strumenti che ha e condisce con le salse che meglio conosce. 

Il Brasile è enorme, 8 milioni e mezzo di chilometri quadrati e qualcosina di più, l'Europa tutta ne ha poco più di dieci,  oltre 220 milioni di abitanti, scrivo oltre perché si dice con dovizia di argomenti che c'è almeno un buon 10% di brasiliani che non sono neanche registrati al “cartorio”, all'anagrafe per intenderci, la maggior parte dei quali vivono nelle favelas. Chiedo scusa se sarò prolisso ma per una buona comunicazione è necessario mettere sul tavolo tutti i dati essenziali, perché una notizia parziale non ci fa capire la realtà e spesso è anche strumentale.  Sulla strumentalizzazione mediatica, se fatta di proposito, per dimenticanza o scarsa capacità professionale, lasciamo alla coscienza individuale l’ardua sentenza. Io condivido con Giulio Andreotti che “a pensar male si fa peccato, ma quasi sempre ci si indovina”. Lo penso fermamente da quando mangiai un’amatriciana (‘na matriciana) con il senatore nel castello di Torre Alfina dell’amato e compianto presidente del Perugia Luciano Gaucci. Lui alla fine della “mangiata” mi disse allungando un po’ la “o”: “Moolto buona, ma un po’ piccante”. Aveva ragione, quella pasta l'avevo cucinata e condita io. Ho fatto il giornalista, oggi solo raramente, conosco i miei polli e quindi li posso a volte spennare in pubblico così come più spesso laviamo i panni sporchi in famiglia. Devo dire che in pochi, giornalisti e operatori della comunicazione più in generale, si ostinano in privato a non ammettere le proprie colpe, sarà che spesso sono più vecchio di loro di mestiere e forse anche perché sanno che sono un eterno cultore di arti marziali.

Per quanto riguarda il Covid 19 una comunicazione parziale, soprattutto in Italia, ha terrorizzato spesso e volentieri la gente.  Con la tiritera delle conferenze stampe giornaliere della Regione Lombardia seguita poi da quella della Protezione Civile si è dato in pasto al volgo bollettini funebri e funerei. Certo toccare il tasto della % di mortalità rispetto ai casi di Covid 19 positivi nazionali, oggi il 14,46 (a fine febbraio inizio marzo era al 16, 50 %), comunque dava e dà un messaggio pur sempre poco confortante, mentre poteva certamente essere più “rassicurante con criterio” per esempio citare il dato dei morti rispetto alla popolazione nazionale.  Ad oggi contiamo quasi 35.000 morti sui 62-63 milioni di italiani, la % di letalità calcolata così è dello 0,055 periodico. Questa sarebbe stata un’informazione a 180, 360 gradi fate voi, ma certamente più indicativa di quella usata.  Stare in campana davanti al pericolo è doveroso, ma stracciarsi le vesti è scandaloso. La moda del momento è scegliere il dato più strillante, più sensazionale, così, però, si fa terrorismo mediatico e un giornalismo zoppo. Su questo solco si cala a pennello la scelta di questi giorni di parlare dei focolai di Mondragone e della Bartolini di Bologna comunicando i numeri degli infettati senza aggiungere che sono quasi tutti pazienti con un quadro clinico lieve. Stessa solfa nel parlare delle infezioni procurate dal Tour Adria, il torneo ideato da Novak Djokovic. Fa clamore annunciare in tv e sui giornali che in una manifestazione, tra l'altro organizzata a scopo benefico pro Covid (meglio dire contro Covid?) ci si becchi il virus, ma forse specificare che tifosi e tennisti infettati stanno quasi tutti benaccio e che se la caveranno alla bell'e meglio abbassa il sensazionalismo? A Perugia, città dove risiedo, nel primo fine settimana dopo la chiusura, sottolineo first weekend, caro Guido, in onore della tua residenza ad Atlanta, città dove sono stato prima, durante e dopo le Olimpiadi del 1996, i ragazzotti locali, reclusi per 70 giorni, hanno alzato un po’ il gomito nella movida del centro storico, si sono picchiati anche un po’, come accade purtroppo spesso nei week end delle nostre città e borghi. Il sindaco, un ragazzo giovane per il quale nutro anche simpatia, il giorno dopo ha deciso di pancia di far chiudere gli esercizi commerciali appena riaperti alle ore 23.00 il venerdì, sabato e domenica, quando cioè possono guadagnare davvero. Inoltre, ha imposto l'uso della mascherina dopo le ore 17.00, forse al fine di imbavagliare dal pomeriggio i perugini e gli avventori dell’acropoli. Purtroppo i 600 tamponi a cui i “bardascetti”, detto in “marchisciano” in questo passaggio, sono stati sottoposti, hanno riscontrato lo zero assoluto. La mia cara Umbria è così continuata a essere una delle regioni più sagge. Purtroppo i media che hanno sbattuto in prima pagina e condannato a priori gli assembramenti di questa notte loca, ma dopo anche i raggruppamenti ravvicinati createsi al passaggio delle Frecce Tricolori e di altre manifestazioni post chiusure, non hanno mai chiesto scusa o detto che forse erano stati troppo esagerati.  I media, ma anche i virologi e gli scienziati delle Istituzioni, non perdono occasione per ricordarci che il virus è ancora in giro, che è vivo e vegeto, nonostante la grande ritirata della quale parli da tempo anche tu. Tutta gente che, ripeto, tiene alla nostra salute e alla propria poltrona. L'ho detta, Guido, l’ho detta io, tu non c'entri nulla, sei scagionato. Io non dimentico la lezione del grande Giulio.  Se qualcuno ti rimbrotta mandalo da me, non lo strangolerò, al massimo userò una tecnica di immobilizzazione. Io sono per correggere non per fare male.

Veniamo al Brasile, al Covid e al solito catastrofismo mediatico. Possiamo parlare di comunicazione virulenta?!  Il Brasile oltre ad essere grande e popoloso, è molto disomogeneo territorialmente, economicamente e socialmente, tutte caratteristiche e nozioni che bisogna tenere in conto quando si analizza e soprattutto quando si comunica. Dati di ieri: 1.315.941 casi confermati totali di Covid 19, morti 57.103, persone totali testate 2.925.935, guariti il 54,4 %, letalità 4,34 %, meno di quella della mia virtuosissima Umbria. L’Umbria, ripeto una delle regioni italiche più virtuose nel combattere il virus, ha una letalità del 5,5 %. Abbiamo già detto che quella nazionale è del 14,46, ma siccome il dato di decessi brasiliani al confronto non farebbe clamore né in % (4,34) né nel totale (57.103) si scrive e si dice che ogni giorno in Brasile s’infettano 30-40-54-55 mila persone, notizia vera ma che se trasmessa senza altri dati crea allarmismo e ansie eccessive.  37.103 diviso 4 fa 14.275 poco più; ho diviso per 4 perché i brasiliani sono quattro volte più di noi. In Brasile il numero maggiore di morti in un solo giorno si è registrato il 4 di giugno, 1470, tanti, troppi, ma se divisi sempre per 4, rispetto ai nostri numeri nel momento del picco, sono molto minori. Per una corretta ed esaustiva informazione i nostri comunicatori dovrebbero dire che quei 1470 corrispondono più o meno ai nostri 360-365 giornalieri, numeri con i quali noi abbiamo iniziato a riprendere fiato e coraggio. Detto con estremo rispetto della morte in generale e di chi purtroppo non c'è più.  

Non bisogna mai sottovalutare un virus, un germe più in generale, che ti fa stare male e può anche uccidere, ma strillare notizie parziali crea falsi sistemi, traumi seri, scelte sbagliate, danni ingenti economicamente e psicologicamente.  Per esempio non si dice mai che i reparti UTI, le nostre terapia intensiva, in Brasile non sono mai state al collasso, al massimo al 90% e che da dieci giorni almeno a Sao Paulo, la città più colpita dal Covid con oltre 265.000 casi e 14.200 morti, l’occupazione posti letti (nelle UTI) è scesa al di sotto del 65%, stessa percentuale a Rio de Janeiro (108.803 casi, 9.789 morti). Altro dato: a Rio stanno smontando, perché non utilizzati, gli ospedali da campo, uno impiantato davanti al Maracanà, un altro nel Parque dos Atletas, uno a nella zona ovest di Rio e cioè a Barra da Tijuca, Bangu, Campo Grande, Guaratiba, Jacarepaguá, Realengo e Santa Cruz per intenderci, mentre quello in pectore a Copacabana è già abortito sul nascere. A San Paolo stanno smantellando l'ospedale messo in piedi sul prato verde del Pacaembu, lo stadio del Comune dove giocavano Palmeiras e Corinthians prima di essere proprietari del rispettivo impianto e dove a volte scendono ancora in campo quando i loro stadi sono indisponibili. Anche il Santos ci gioca, specie nelle grandi occasioni, raramente il San Paolo.  A proposito di calcio, nel sud del Brasile, no Rio Grande do Sul, Gremio, Internacional e altre squadre minori sono già tornate ad allenarsi da un po’, mentre a Rio da giovedì 18 giugno con Bangu-Flamengo 0-3 si è dato il là all'ultima parte del Carioca, il campionato dello stato di Rio, oltre 16 milioni di abitanti, quasi 44 mila Km quadrati. Bangu è la squadra della relativa favela, ha un suo campo in favela appunto, dove tra l’altro s’è svolto il torneo di rugby nell'Olimpiade del 2016. Il Flamengo, invece, è la squadra con la tifoseria (torcida) più numerosa al mondo, oltre 35 milioni di fans.

Gli altri 26 stati dovranno concludere, ripartiranno tutti tra poco, i loro rispettivi campionati, poi la Cbf,  la Figc del Brasile, ha in animo di far ripartire le competizioni nazionali ad agosto, probabilmente l'8 e il 9, a porte chiuse oppure con i tifosi? Con i tifosi dico io con poco margine di errore, perché proprio ieri “a Prefeitura do Rio”, il comune di Rio, ha ufficializzato che dal prossimo 10 luglio il pubblico potrà tornare sugli spalti, ne specifica anche la quota, 1/3 della capacità dello stadio dove si gioca (22.000 per esempio per l'attuale Maracanà che la ristrutturazione per il Mondiale del 2014 ha ridotto a 66.000 dal doppio dell’antico mitico impianto). Se Rio inizia il samba, gli altri non possono scendere in campo senza tamburi e cori, lapalissiano. Hanno scritto “Prefeitura” e non sindaco Marcelo Crivella così come da noi ci si trincera usando lo scudo dello staff tecnico scientifico.  Ogni mondo è paese, specie quando tocca prendere decisioni scomode.

Torniamo al Covid 19 e al parlar male del Brasile, il leitmotiv dei nostri media in questi giorni. Si tenta di far passare coram populo senza troppi veli che la sanità brasiliana è robetta. Infatti, noi a inizio pandemia eravamo con circa 4500 posti letto in terapia intensiva, la sola città di San Paulo, circa 13 milioni, 23 con l’hinterland, Guarulhos, São Bernardo, Santo André e altri agglomerati urbani adiacenti, ha oltre 28.000 terapie intensive. Dell'ospedale da campo del Pacaembu abbiamo detto e di altri nelle cittadine vicine abbiamo taciuto. Potevano essere  supporti importanti. 

La scelta del lock down: in Brasile la decisione di chiudere le città, il commercio e chiedere alla gente di fare una quarantena ha diviso ferocemente in due la popolazione, anche se oggi gli anti Bolsonaro affermano che hanno il 70% del consenso. Il presidente della Repubblica, Jair Bolsonaro, di lontane origini mantovane, politicamente decisamente di destra, era ed è convinto che la chiusura danneggia il paese.  Era inoltre certo che era sua la prerogativa di comandare su e per tutto il Brasile, salvo poi il Supremo Tribunal Federal, la nostra Corte Costituzionale, ha sancito che il compito di decidere il blocco delle attività e le chiusure d’uopo era di pertinenza dei governatori degli stati e in parte anche dei sindaci. Bolsonaro per molto tempo ha continuato a predicare di tornare tutti a lavorare e di aprire tutto, poi alcuni procedimenti giudiziari contro il figlio Flavio, deputato federale, e poi la decisione dei giudici della Suprema Corte di obbligare lo stesso Bolsonaro a mettere la mascherina in pubblico ha un po’ fatto abbassare i toni dell’ex capitano dell'esercito oggi primo cittadino del Brasile. Si sono fatti cortei, assembramenti vari pro e contro il Bolsonaro pensiero, che certo non hanno bloccato il propagarsi del virus.  A parere mio, alla resa dei conti la ragione sta un po’ qua e un po’ la in questo caso. Hanno fatto bene i governatori e sindaci a chiudere, perché, per esempio, la mortalità iniziale era del 6,8 -6,9 %, poi è scesa di un paio di punti abbondanti, ma la riapertura in Brasile s’impone come esigenza esistenziale e per la scarsa abitudine dei brasiliani a stare bloccati e inquadrati. La quarantena verde-oro è stata blanda, perché non sono mancate mai festicciole varie, soprattutto il “churrasco”, rito popolare. Si è arrivati al massimo ad un 45% delle persone che sono rimaste in casa dal 20 marzo sino a due settimane fa, quelle che potevano permetterselo economicamente. Chi fa i mestieri umili, le casalinghe, le colf, chi pulisce strade e quant'altro in genere abitano nelle favelas, si alzano all'alba, prendono mezzi pubblici e si recano a lavorare nelle famiglie abbienti e nelle attività più svariate, molte delle quali hanno continuato ad essere attive in clandestinità. Spesso proprio questi lavoratori che non hanno mai potuto staccare la spina trasportano, all'insaputa o no, il virus nei vari bairros (quartieri). Lock down più di facciata che di fatto, tanto vale allora rischiare di aprire, quindici giorni fa gli Shopping (i centri commerciali) e il delivery dei ristoranti. A Rio, dove da ieri ha riaperto il commercio di rua, di strada, dal 2 luglio riapriranno alberghi e ristoranti, a Sao Paulo quattro giorni più tardi. Alcuni stati, quelli vicini a Bolsonaro, non hanno mai chiuso, era ovvio, ma noi scriviamo anche questo. Un caleidoscopio di razze, idee, situazioni umane e sociali, che rendono complesso e complicato da capire cosa è e cosa ha da fare questo grande paese.

Il SUS, i Sistema Sanitario Brasiliano, accoglie e cura gratuitamente i brasiliani, certo spesso gli ospedali sono affollati, lunghe le attese. Chi ha le possibilità economiche paga un piano sanitario che va da un minimo di 300 reais (50 euro al cambio odierno) che prevede solo consulta medica e analisi cliniche basilari ai 2500 reais (400-450 euro) per coppia familiare che garantiscono anche interventi chirurgici. La sanità brasileira non è il massimo, ma neanche è da scartare a priori, poiché le strutture sono numerose e sufficientemente attrezzate, dire il contrario significa mistificare la realtà. 

Il Sud America in generale è anomalo, per certi versi incomprensibile per noi europei in particolare. Parliamo un attimo dell'Argentina: 57.744 casi confermati a oggi, 1.200 deceduti, 33.15% guariti, letalità 2,09 %. I dati sembrerebbero non tragici, ma il presidente Alberto Fernández ha messo il catenaccio a doppia mandata a tutto da metà marzo con solo una decina di casi di Covid 19 e ha appena prolungato di ulteriori due settimane la serrata. Come mai? Il sospetto va verso l'ennesimo default del paese e sulla grave crisi economica che lo attanaglia da anni. Sono stato là dall’1 al 10 marzo a vedere gli ultimi due turni del campionato. Alla Bombonera il Boca battendo in zona Cesarini, con un gol di Tevez, il Gimnasia di Diego Armando Maradona, ha vinto lo scudetto, superato di un solo punto il River, rivale storico. Per le strade di Buenos Aires c'è il dollaro blu, il cambio parallelo: Per 1 euro al cambio di strada allora i cambisti strilloni ti davano 60 pesos, oggi almeno 180, se si insiste anche 200.  

Il Covid 19 entra in molte salse, è innalzato come bandiera, è divisorio politico, serve a creare profili, personaggi e ruoli, a darsi un contegno, a dividere, a ridisegnare panorami economici, lo si trova un po’ dappertutto. Se deve restare che sia un ospite tranquillo.

Voglio solo aggiungere una piccola piacevole storia: un mio amico, Oliviero Pluviano, un genovese che ha scelto di vivere da pensionato a Sao Paulo, si è molto impegnato per aiutare gli abitanti dell'Amazzonia in questo momento di difficoltà sanitaria. Oli per 22 anni è stato il responsabile di Ansa Brasil, con la sua barca, il Gaia, nel tempo libero, specie nelle ferie, è sempre andato in Amazzonia, prima per portare vaccini e medicine, poi quando il governo Lula ha costruito un ospedale là, ha continuato a coltivare l'amore per quelle terre portando Cinema e cultura con un progetto denominato Fitzcarraldo, aiutato da aziende italiane, prima Fiat ora Bauducco. Per due volte ha spedito la barca carica di ceste basiche (cibo, gel, mascherine, ecc.) per le popolazioni indigene amazzoniche. Grazie all'aiuto di tanti amici che hanno versato delle offerte sul conto dell'Associazione Amici Colonia Venezia con causale Covid 19 Gaia. Tanti gli italiani che hanno aiutato, con 100 euro (600 reais circa) si compravano 10 ceste basiche, un grande aiuto concreto. Ho dato una mano anch'io ma non me ne vanto, mi vanto, sì, invece di poter scrivere su “Pillole di Ottimismo” per chiarire un po’ di cosette, per ristabilire la realtà. Se poi c’è bisogno di qualcosa in più sono a disposizione, soprattutto se serve a ricreare un po’ di ottimismo, che non vuol, dire dare messaggi sbagliati. Siamo tutti adulti, responsabili e teniamo alla salute personale e pubblica, ma basta con le mistificazioni. Non mi permetto di chiedere di riaprire le cartelle cliniche come dice il professor Zangrillo, centravanti di chirurgico sfondamento, ma da farmi coinvolgere in autogol questo proprio no. Chiedo scusa a chi non ama il calcio per i troppi riferimenti che ho fatto per l'occasione, un po’ per vezzo professionale e personale, un po’ per parlare di Arthur che so turbava (“sarà Xavi o sarà Iniesta, sarà bono oppure no?”) i sonni del nostro emerito Prof. Grazie Guido, grazie a chi avrà la bontà e la pazienza di leggermi. Mi sono dilungato un po’ troppo, ma spero di essere stato esaustivo.

Ultima nota: il Gaia è pieno da tempo con il terzo carico di ceste basiche per gli indios dell'Amazzonia. Dinho, il pilota, si è beccato il Covid 19 ed è stato fermo ai box per una decina di giorni, ma già dalla settimana prossima insieme al suo aiutante Carlinhos è pronto per ripartire. La vita continua. Così sia.

Sabatino Durante

 

 

*Nella foto i due raffigurati sono: a sx Carlinhos aiutante e a ds Dinho comandante del Gaia... lunedì ripartono con un nuovo carico nonostante il comandante abbia superato da poco il Covid .