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(ASI) In campagna elettorale i candidati alle elezioni, laddove incalzati da domande scomode, ricorrono spesso all’equilibrismo dialettico. La risposta evasiva del politico di turno è l’antidoto per sfuggire all’azzardo del cronista di trascinarlo in questioni concrete, dannose per chi fa dell’astrazione la sua arma elettorale. Quando però chi domanda è particolarmente insistente e chi è intervistato non si distingue per accortezza comunicativa, il rischio è che la maschera dell’ambiguità cada rovinosamente a terra (altro che “salire in politica”.
Monti dalla Bignardi.

Questo è ciò che è successo qualche sera fa all’algido volto del premier Mario Monti, ospite in una trasmissione di La7 condotta da Daria Bignardi. Il Professore, impegnato in un goffo restyling di sé stesso in chiave più disinvolta dopo un anno di severa flemma, si è sottoposto all’intervista dell’estrosa conduttrice emiliana. Siparietti stravaganti a parte, irrituali rispetto ai canoni delle tribune elettorali ma utili per alzare l’indice degli ascolti, il confronto tra la Bignardi e Monti si è fatto serio nel momento in cui la conduttrice ha rivolto al suo interlocutore una fatidica domanda: “Rispetto ai diritti civili delle coppie di fatto, come si pone lei?”.
Sentitosi in difficoltà, il presidente del Consiglio si è dapprima esibito in una fumosa circonlocuzione conclusasi con un “se ne riparlerà in Parlamento”, poi, pressato più volte dalla pimpante Daria, paladina delle istanze gay, ha chiaramente detto: “Il matrimonio e l’adozione per le coppie omosessuali, credo siano temi importanti che io vedo collocati un po’ più in là nel tempo”. Nessuna obiezione di coscienza dunque. Soltanto l’opportunismo di un uomo che, consapevole che in Italia le resistenze al relativismo galoppante non sono ancora state traforate, preferisce aggirare il delicato tema. Del resto, è solo questione di tempo. È lo stesso Monti a rammentarlo quando conclude il suo pensiero sui diritti degli omosessuali palesando quale sia la consegna: “Dobbiamo andare il più possibile in direzione europea”.

Imporre i matrimoni omosessuali.
Anche in ragione delle divisioni tra gli Stati membri su alcuni temi, “direzione europea” può apparire come un altro tentativo di equilibrismo dialettico. Se non fosse che, almeno quando si tratta di assecondare le sollecitazioni degli omosessuali, la direzione indicata da Bruxelles è fin troppo chiara. Almeno per chi vuol vederla.
Presto, ossia a novembre, ne avremo la dimostrazione più evidente. In quel mese, infatti, il Parlamento europeo sarà chiamato a votare il “Report sui diritti civili, commerciali e familiari” per implementare il programma di Stoccolma, firmato dagli Stati dell’Ue (1). Nel copioso elenco di punti contenuti al suo interno, se ne nasconde uno alquanto rivoluzionario. Si tratta del paragrafo 40, il quale prevede che ogni documento civile, matrimonio compreso, riconosciuto nello Stato di appartenenza, dovrà essere valido anche in tutti gli altri Stati. Eccone un effetto pratico: una coppia omosessuale di un Paese come l’Italia, nel quale non esistono per ora né il matrimonio né alcun tipo di unione civile tra persone dello stesso sesso, potrà recarsi in uno degli 8 Stati dell’Ue ove il matrimonio omosessuale è consentito, ivi sposarsi e tornare in Italia a farsi riconoscere giuridicamente come just married. Con buona pace della nostra Costituzione (leggasi l’art. 29) e delle nostre leggi.

La lobby gay e l’Unione europea.
Fin troppo facile interpretare questo provvedimento come l’ennesima minaccia piovuta da Bruxelles nei confronti della sovranità nazionale dei singoli Stati. Meno automatico comprenderne l’origine, non fosse altro perché come cittadini europei siamo tenuti volutamente all’oscuro di certe dinamiche piuttosto fosche.
Sappiamo, per esempio, dove finisce una parte dei nostri contributi versati all’Unione? Due membri del Parlamento europeo (2), utilizzando dati pubblicamente diffusi (3), hanno rivelato qualcosa in tal senso. Ossia che la Ilga, un influente gruppo di pressione omosessuale, è sovvenzionata per due terzi dai contribuenti tramite la Commissione europea. Se a questa cifra si aggiunge il denaro elargito dal governo olandese, la quota sale al 70%. Il resto proviene da George Soros e da altri due miliardari filantropi, evidentemente impegnati a diffondere la disgregazione dei valori come veicolo dei propri affari.
Se qualcuno prova ad opporre obiezioni a questi finanziamenti, si ricorre all’uso dell’infame etichetta con scritta una parola degna della neolingua di orwelliana memoria (omofobo), per destare scandalo e chiudere la discussione. È ciò che è successo a quei due deputati in Parlamento europeo, colpevoli soltanto di reclamare la tanto decantata trasparenza dei conti pubblici. Sono stati insultati, silenziati e quindi iscritti all’elenco degli impresentabili (4).
Così funziona la democrazia (leggasi dittatura del relativismo) dalle parti di Strasburgo. Andare contromano rispetto alla “direzione europea” è più pericoloso che andarci in autostrada. Politici come Monti, ben consapevoli di ciò, se ne guardano bene da certe pericolose manovre. Al di là dell’ambiguità che provano maldestramente ad ostentare in Italia, Paese ancora non sufficientemente catechizzato alla dottrina del relativismo.

Federico Cenci – Agenzia Stampa Italia

 

(1) http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+REPORT+A7-2010-0252+0+DOC+XML+V0//IT

(2) http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+WQ+P-2011-005413+0+DOC+XML+V0//IT e http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+WQ+E-2012-000525+0+DOC+XML+V0//EN&language=IT

(3) http://www.ilga-europe.org/home/about_us/annual_conference/turin_2011/pre_conference_mailings/3rd_conference_mailing

(4) http://www.pinknews.co.uk/2012/01/26/bully-bloom-slammed-for-gay-funding-question/

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