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Cultura

Il tempo perduto e l'occasioni perse

Di Antonella Morsello 17 Luglio 2011 – 09:43 3 min di lettura
(ASI) Negli ultimi anni stiamo assistendo al “declino” dei posti di lavoro, sicuramente partorito dalla tecnologia galoppante e infinitamente precisa, anche se il tutto convive con un numero crescente di persone che restano a guardare inermi l’evolvere dell’economia mondiale e di tale processo. Esiste anche il problema del tempo che non c’è, che non si trova, che non basta mai, non facciamo altro che correre in continuazione, ritrovandoci sempre dietro il tempo e non accorgendoci che la vita si lascia tutto alle spalle anche noi stessi che, spesso e volentieri, finiamo per correrle dietro, vedendo i bisogni e i doveri di tutti i giorni rimanere insoluti, specialmente per quei lavoratori che nel bene e nel male devono passare la gran parte delle proprie giornate a lavorare

La giornata di lavoro di un operaio sta diventando sempre più massacrante, non di certo per via del lavoro in sé, ma per via del salario non più rispondente alle necessità del terzo millennio, tutto ciò accompagnato da un tempo di lavoro che s’è fatto in ogni caso più “ricco” per l’aumento della mole di lavoro stesso.

La tecnologia facilita le cose all'industria ma questa per essere competitiva nei sui mercati mondiali, tende a diminuire il personale ed incrementare l'automazione con la conseguenza che il lavoratore singolo con l'ausilio della macchina produce quanto tre, quattro e a volte addirittura sei o sette, operai messi insieme.

I sindacati si sono nel tempo trasformati in quasi movimenti politici e spesso operano quasi contro gli interessi della classe operaia, vedi l'eliminazione della scala mobile salariale che è stata fatta passare come un sistema di adeguamento dei salari aberrante che provocava inflazione continua.

I sindacalisti che parlano di flessibilità e tentano di far credere ai lavoratori che possono lavorare anche per minor tempo ma nell'arco delle 24 ore, senza curarsi o pensare minimamente dei reali problemi dei lavoratori inseriti in un contesto lavorativo con ritmi di vita innaturali.

Paradossalmente sia che si parli di lavoro giornaliero sia turnista, il tempo dedicato al lavoro assorbe gran parte della vita dei loro lavoratori con conseguenze spesso letali.

Spessissimo si sente solo parlare di infortuni e di morti bianchi e necessaria di prevenzione, ma mai dei danni fisici e mentali dei lavoratori.

Non c'è più tempo per verificare i danni che questo ritmo innaturale della vita comporta sulla personalità dei lavoratori e sulla loro vita sociale.

Studi di settore, vengono fatti da analisti sulla base di dati e percentuali che mai sono entrati in una fabbrica

Le patologie professionali sono in aumento senza che nessuno realmente provveda a cercare di migliorare la qualità del lavoro e della vita del lavoratore.

Dai primi del novecento assistiamo ad una progressiva diminuzione dell'orario di lavoro, almeno quello ufficiale e in aree dove lo stato e la giustizia sociale sono presenti, ma questa diminuzione non è dovuta al miglioramento della qualità dell'ambiente di lavoro ma all'ingresso nelle fabbriche di macchinari e catene di montaggio.

Eppure, gli operai che con le loro lotte sono riusciti ad ottenere leggi che tutelino i lavoratori, oggi non hanno più la sicurezza che i loro figli possano lavorare e garantire alle proprie famiglie un minimo di benessere socio economico.

Gli operai pagano il prezzo più alto ai capitalisti che nel nome del progresso tecnologico e della concorrenza, sfruttano il lavoratore quasi con l'accondiscendenza delle istituzioni e dei sindacati, pronti sempre questi ultimi a gridare allo scandalo per poi ripiegare su linee morbide per il bene "supremo" dell'economia di stato.

La tecnologia se utilizzata con scienza e con saggezza può garantire un aumento della produzione senza rendere la vita del lavoratore un inferno.



Nota della Redazione

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