a cura di  Elso Simone Serpentini e Loris Di Giovanni

 di Alessandro Paladini

origineterra(ASI) “Destinato al secolo che sopraggiungeva, non potevo capire tutte le recondite finezze di quello che moriva sospirando”: Con queste eleganti parole lo scrittore e poeta italiano Aldo Palazzeschi dedicò un distinto addio al secolo che aveva accolto i suoi natali. Il raffinato e nostalgico aforisma appare come un risveglio da parte dell'illustre poeta dal torpore tipico dell'uomo che vive un particolare momento storico; un secolo che non è in grado di cogliere quelle sottili sfumature che ai nostri occhi di uomini del XXI secolo appaiono vivide e concrete. Quel “moriva sospirando” dà un'immagine antropizzata dell'Ottocento che appare nella mente del lettore come un attempato uomo prossimo al trapasso. Egli sospira durante il suo memento mori, forse stanco di quell'opulento centenario che ha traghettato l'umanità in una nuova epoca dalle tonalità contrastanti, ma totalmente differenti da quelle del passato.

Da  sempre ho cercato di racchiudere in una frase o addirittura in poche parole questo secolo, un secolo “forte e romantico” come lo ha definito Paolo Bertelli, accostandolo alla più nota definizione del Novecento come “secolo breve”.

In questa difficoltosa ricerca vengono in ausilio le mie reminiscenze scolastiche, dalle quali affiora un personaggio straordinario vissuto nel diciannovesimo secolo, un uomo di eccelsa cultura, filosofo e scrittore prolifico oltre che Ministro della Pubblica Istruzione durante il Regno d'Italia: Francesco De Sanctis.

Il magnum opus del De Sanctis è la sua “Storia della letteratura italiana”, un'opera che non racchiude un semplice e sterile florilegium ma dona al lettore una vibrante, profonda e coinvolgente storia della società italiana analizzata attraverso gli autori e le loro opere letterarie. Inoltrandoci all'interno dell'opera e seguendone il veemente ritmo si giunge al cuore di essa ovvero nel grande capitolo che tratta del Macchiavelli, ed è qui che troviamo un richiamo ad un evento che ebbe luogo mentre l'autore vergava le pagine su quell'autore del Rinascimento italiano cosi carico di passione politica e civile, cioè la presa di Roma che portò al crollo e alla scomparsa del potere temporale dei papi. E' il 20 settembre 1870 è il De Sanctis scrive:

“In questo momento che scrivo, le campane suonano a distesa, e annunziano l'entrata degl'italiani a Roma. Il potere temporale crolla. E si grida il viva all'unità d'Italia. Sia gloria al Macchiavelli.”

In questa geniale, originale e nello stesso tempo inquietante estemporaneità, l'autore ci dona un'immagine significativa dell'Ottocento. Il secolo dei grandi mutamenti, delle svolte epocali nella società che venne travolta da un turbine di emozioni, di tensioni politiche e di passioni patriottiche. Quelle stesse che ardevano durante il Risorgimento italiano e che portarono alla tanto agognata unificazione del bel paese. Un secolo che vide la nascita della grande industrializzazione che portò l'umanità alla contemporaneità, inghiottendo dapprima la povera classe operaia che dovette combattere per vedere riconosciuti i propri diritti inaugurando una nuova era fatta di speranze, fendendo quell'alone oscuro d'intolleranza e sfruttamento. L'Ottocento è il secolo delle grandi scoperte. La scienza si legò alla tecnologia portando l'umanità ad un progresso che suscitò nella popolazione un vortice di contrastanti emozioni fatte di timore e nello stesso tempo ammirazione. Quella stessa scienza che permise agli uomini di cultura di scoprire un nuovo mondo, che prima di allora era celato agli occhi dei dotti, un mondo fatto di invisibili creature che hanno il potere di apportare benefici alla salute umana oppure trasformarsi in terribili nemici capaci di portare un vento foriero di morte e distruzione. L'umanità vide la nascita della microbiologia e dello studio dei batteri e dei virus e delle tecniche di vaccinazione di massa che permisero di debellare molte delle patologie che falcidiavano con recrudescenza intere popolazioni.

Su questo palcoscenico che noi chiamiamo Mondo e all'interno di questa scenografia chiamata Storia, che ci aiuta a dare plasticità e concretezza a queste ombre di un passato lontano, vive il protagonista del libro riproposto dal professor Elso Simone Serpentini e dall'avvocato Loris Di Giovanni, una meravigliosa e profonda analisi dell'opera scritta in età giovanile da un rampollo dell'aristocrazia ottocentesca, grande politico, poeta e scrittore italiano: Gregorio De Filippis Delfico e “il suo saggio specolativo sull'origine e degenerazione della Terra,” scritto nel 1817 durante l'isolamento causato da una delle tante epidemie che imperversavano nel XIX secolo.

La prefazione del libro è scritta dal professor Mauro Norton Rosati di Monteprandone De Filippis Delfico, uomo di straordinaria cultura che ci guida in quell'intricato labirinto genealogico tipico delle famiglie nobili. Egli entra nella mente del giovane Gregorio donandoci una descrizione profonda della psicologia del personaggio e del suo tentativo di scrivere un'opera dalla tematica forte, che richiede conoscenze eccelse, un sapere onnicomprensivo che deve lambire l'intera sfera dello scibile umano. Nell'audace opera, l'adolescente De Filippis riesce a districarsi egregiamente nell'impresa, sfoggiando un sapere olistico inimitabile, con toni che vanno dall'audacia voglia di emancipazione intellettuale, quel voler osare senza cadere nell'effimera tracotanza, fino a giungere all'attenersi alle opere dei grandi maestri del passato ed anche a quelli a lui contemporanei.

Questo eccelso letterato nacque a Napoli il 23 ottobre del 1801. Il padre Troiano De Filippis, napoletano, apparteneva alla nobile famiglia dei conti di Longano originari della Campania e imparentati con la famiglia De Secada, aristocratici spagnoli. La madre  Aurora apparteneva alla nobile famiglia teramana dei Cicconi, originaria di Morro d'Oro, imparentati con i Filangeri di Napoli, con i de Bracamonte de Pegnoranda imparentati con l'ultima imperatrice di Francia Eugenia de Montijo, moglie di Napoleone III.

Questa nobile ascendenza  scorreva nel sangue del giovane Gregorio, ma a renderlo nobilis non era solo il suo lignaggio ma anche le sue virtù. Le sue doti  furono elogiate dallo zio acquisito Melchiorre Delfico in seguito al patto nuziale che Gregorio fece con Marina Delfico, dando origine alla discendenza della famiglia De Filippis Delfico. Melchiorre dedica un encomio al valente nipote in una lettera indirizzata nel 1825 all'amico Luigi Dragonetti:

«Sarà il porgitore di questo foglio … d. Gregorio De Filippis Delfico che possiede pienamente il mio cuore … Il Delfico alloro era già secco, ed egli in quattro anni ci ha regalato tre belli germogli, i quali saranno felici, se emuli delle virtù del genitore.»

Affascina questo elegante elogio e questa affettuosa benedizione del Melchiorre in cui traspare la stima e il sincero affetto nei confronti del Gregorio, ricambiato a sua volta da quest'ultimo. Ammaliante è la metafora dell'ormai secco alloro dei Delfico che grazie a Gregorio è nuovamente in fiore. Dal matrimonio con Marina nacquero ben novi figli, i primi tre ovvero i “i tre belli germogli” furono Troiano, politico italiano di straordinaria caratura, Giovan Bernardino e Melchiorre che fu uno stimato compositore e caricaturista. I tre germogli erano ormai cresciuti e donarono al Laurus nobilis della famiglia una folata di vitalità e robustezza. L'elogìa del Melchiorre funzionò, i tre germogli emularono le virtù paterne.

L’affetto del grande economista e politico italiano nei confronti del Gregorio, derivò dalla tenacia di quest’ultimo nel saper portare sulle sue spalle l’intero gravame del governo della famiglia. Questo spirito di audacia e grande responsabilità, comportò la rinuncia del De Filippis ad una delle sue passioni più forti ovvero l’esplorare nuove terre, essere pellegrino del mondo. Le fonti ufficiali fanno emergere questo lato cosmopolita del giovane uomo, un grande amante del sapere ma non pigro intellettuale seduto a tavolino intento a logorarsi sugli antichi scritti, ma come un uomo con una fervente curiosità, che lo portò a vagare in lungo e in largo con l’intento di arricchire la propria cultura e il proprio spirito.

Il pellegrinare in tutta Italia e oltralpe rappresentò uno dei fenomeni più diffusi nell’Ottocento all’interno della società benestante. Ogni rampollo dell’aristocrazia europea si cimentava in un lungo e virtuoso viaggio. Il Grand Tour, come è definito, prevedeva il lambire diverse tappe che spaziavano dalla fredda Europa del Nord fino a giungere proprio nel “giardin dell’impero”  con la sua caput mundi. Dalla città romana scendevano nel Mezzogiorno e giunti nel profondo Sud alcuni di loro lasciavano la terra ferma alla volta della grande isola siciliana e maltese. 

Riaffiora nella mia mente l’avventuroso viaggio in Italia del Goethe, che l’amico Wilhelm immortalò nell’immensa campagna romana, oppure l’avventura dell’eccentrico conte d’Asti Vittorio Alfieri, anima inquieta che incarna l’irrazionalità e le passioni in opposizione agli eccessi della Dea ragione d’illuministica concezione. Un Grand Tour che non rappresenta solo un rituale maschile, ma può e deve essere declinato anche al femminile: da Madame du Stael a Mary Shelley molte furono le viaggiatrici che colsero nelle antiche rovine del passato la caducità dell’esistenza umana con ardente e coinvolgente pathos, un tocco di femminilità in un mondo di uomini.

Quel mondo ottocentesco e le sue tappe furono attraversate anche dal De Filippis. Bologna, Milano, Macerata, Firenze e altri illustre città italiane ed europee nelle quali incontrò a sua volta personaggi di alta risonanza nel panorama culturale dell’epoca. Ogni incontro donò al Gregorio nuove amicizie, nuovi saperi, nuovi attimi ed emozioni.

All’interno della prefazione spicca l’originale intuizione del professor Mauro Rosati di Monteprandone, che non lascia i personaggi che orbitano intorno a Gregorio come effimere ombre, ma restituisce a loro vita, concretezza, plasticità o meglio dignità ai tanti che non furono solo comparse, ma uomini e donne che lasciarono un segno tangibile nella vita del giovane De Filippis. Uomini e donne con un volto, con delle vite e quindi delle storie. Tra i tanti ricordiamo il noto linguista e filologo Giuseppe Gasparo Mezzofonti, il Poliziano del XIX secolo, conosciuto per le sue doti di iperpoliglotta grazie al divin ingegno, che lo dotò di un’eccelsa e superiore memoria e di un orecchio assoluto. Nel suo soggiorno milanese Gregorio incontrò Giovanni Labus noto politico, archeologo ed epigrafista, insignito della carica di “Epigrafista aulico” dallo stesso imperatore Ferdinando I.

A Firenze, Gregorio De Filippis strinse amicizia con Giovanni Battista Niccolini, noto drammaturgo e con lo storico e archeologo Giuseppe Micali. Quest’ultimo rappresenta la folata di innovazione che l’ottocento portò nel mondo dell’archeologia, settore all’epoca ancora in via di sviluppo. Nell’Ottocento non esisteva un metodo stratigrafico come lo intendiamo oggi, ma quel secolo dei cambiamenti influenzò anche lo studio delle società passate e il Micali ne è un degno rappresentante. Concedetemi questa doverosa digressione, cogente da parte mia come studioso di archeologia, di elogiare questo secolo e gli archeologi dell’epoca che svilupparono una nuova sensibilità verso l’antiquaria. Agli albori del XIX secolo si sviluppò un’impostazione veramente scientifica della ricerca dell’antico, del restauro architettonico e della valorizzazione urbanistica del monumento. Roma divenne la città cardine di questo vento innovatore, visto che Carlo Fea, sotto Pio VII, identificò per la prima volta il Foro Romano e tutto il patrimonio dell’antica Roma, un autentico tripudio d’arte restituito alle generazioni future. Gregorio De Filippis visse tutto questo, fu travolto dall’inarrestabile cambiamento del tempo, forse in considerevolmente.

A Macerata conobbe la poetessa Caterina Franceschi e il marito, il latinista Michele Ferrucci, con i quali intrattenne successivamente un prolifico carteggio. La Franceschi è un altro personaggio di quell’Ottocento in rosa, straordinaria figura muliebre, che venne lodata dall’inquieto poeta Giacomo Leopardi in merito alla sua traduzione del De amicitia di Cicerone. Un deju vu storico e letterario quello della reciproca stima tra il Leopardi e la Franceschi nella storia dell’emancipazione femminile, che riguardò un altro illustre poeta dall’animo e dalla mente inquieta, ovvero il Torquato Tasso e la sua stima nei confronti della poetessa Maddalena Campiglia, donna e letterata indipendente nel Cinquecento della Controriforma.

Dei tanti carteggi che il De Filippis scrisse durante i suoi viaggi, c’è né uno di autorevole importanza: una lettera che il Giacomo Leopardi gli mandò da Napoli il 18 marzo del 1837. Due uomini, due illustri poeti, simili e diversi nello stesso tempo. Da una parte il pessimista Leopardi che osservava il mondo con un velo di tristezza e inquietudine, quella stessa inquietudine che lo portò a fuggire via dall’algida dimora Leopardi a Recanati, per

osservare l’infinito al di là di quella tanta odiata siepe. E nel suo esser fuggitivo, egli amò diverse donne, ardendo di una passione mai ricambiata, quella stessa passione che lui chiuse nel suo intimo, implodendo nel proprio Io ed esplodendo all’esterno, vergando le carte su cui immortalò gli aulici versi. Dall’altra parte Gregorio De Filippis, anche lui nobile, uomo curioso, intrepido, dall’animo raffinato, di bell’aspetto e dalla vita sentimentale e famigliare contornata da serenità, un “Leopardi felice”, lontano dai rifiuti, dalle deformità e dalla sofferenza. Eppure c’è un elemento che accomuna queste due personalità: l’infinito amore per la sapienza. Entrambi si dilettarono in uno studio all’interno delle biblioteche di famiglia, aprendo la mente a differenti pensieri,favelle, cuori e visioni del mondo, ed entrambi condivisero lo stesso nefasto destino di abbandonare il mondo in giovane età. “Alla sera” gli illustri poeti si prepararono ad abbracciare troppo presto l’oscurità della notte. Il primo si spense a soli 39 anni, il 22 giugno del 1837 a Napoli, a causa dell’epidemia di colera che né aggravò le già precarie condizioni di salute. Gregorio morì un decennio dopo, il 4 maggio 1847 a Notaresco, all’età di 46 anni.

<<D’azzurro, al sinistrocherio di carnagione, vestito d’oro, uscente dal fianco destro, impugnante tre spighe dello stesso, sovrastante tre montagne rocciose al naturale, digradanti verso destra>>.

Ognuna di queste parole all’interno della blasonatura della famiglia De Filippis, risuona sontuosa come una poesia dall’incedere incalzante e sembra descrivere l’animo di Gregorio. Emerge lo spirito di un uomo d’ingegno, leale, dall’incorruttibile onestà proprio come quell’azzurro che domina l’elegante scena. Clemente, amorevole, gaudio e forte, dotato di una profonda spiritualità, simboleggiata dalla tre spighe dorate impugnate dal braccio sinistro, che centrano la scena contrastando con l’azzurro del cielo.

“Tre” sono le spighe, il numero della trinità cristiana, il passato, il presente e il futuro. Il numero della creazione  e del trittico indissolubile tra cielo, terra e uomo.

La creazione, l’inizio del tutto a cui segue la degenerazione, declino e scomparsa del mondo come noi lo conosciamo: l’inizio e la fine, l’alfa e l’omega, il fulcro di tutta l’operetta giovanile del Gregorio. Il giovane e nobile ragazzo di appena sedici anni, nel 1817 fu costretto a rinchiudersi nelle mura domestiche, per sfuggire all’epidemia di tifo petecchiale che imperversava tra la gente.

Situazione non molto differente dall’attuale emergenza epidemiologica causata dal Covid-19, che ha costretto la popolazione mondiale ha rintanarsi nelle proprio dimore con estenuanti lockdown. In questo periodo storico, i secondi, i minuti, le ore, i giorni, le settimane e i mesi non sono scanditi dal tempo ma dal numero dei morti causati da questo aberrante virus.

Permettetemi di citare il pensiero del Giambattista Vico, che per me rappresenta la verità assoluta del cammino dell’umanità, un susseguirsi di corsi e ricorsi storici, un ciclo eterno di luci e ombre, di splendori e decadenze. Immaginiamo ora, ieri come oggi, un ragazzo nella piena adolescenza, privato della libertà fisica ma non di quella mentale, alleviare le proprie noiose giornate, cimentandosi in cavillose, lambiccate e a tratti ingenue elucubrazioni, circa l’origine della terra e sul fine ultimo che inesorabile l’attende.

Un’inevitabile vittima dello sfacelo del tempo, che colpisce ogni materia, vivente e inerte presente nel suo materno grembo e che alla fine di tutto non risparmia nemmeno lei, la vetusta e possente Gea.

Una visione tetra quella del Gregorio riguardo al destino della Terra, non si può chiedere diversamente ad un ragazzo che visse quei tragici e nefasti eventi, che distesero un velo di oscurità sul mondo e che gli impedirono di gioire della spensieratezza tipica di quell’età. Menti brillanti, costrette a combattere la noia del tempo, intraprendono un intimo soliloquio, che le porta a porsi gli interrogativi che da sempre hanno turbato l’umanità, alcuni rimasti ancora senza risposta. In quel preciso istante avviene il miracolo, il dono della genialità concede al mondo opere di inestimabile ed eterno valore, destinate a travalicare il breve ciclo delle vite umane.

L’oscurità, la noia e la solitudine fungono da ispiratrici, suscitatrici delle assopite energie della mente umana: così Cicerone, il grande oratore, rinchiuso nella sua villa, in un luogo discreto, componeva le sue orazioni, cariche di un’ermetica potenza da far rabbrividire i suoi avversari o il giovane Plinio nella sua isolata diaeta, che si cimentava nella nobile arte della scrittura, in quel luogo che era la sua << silenziosa e vera passione>>, da lui stesso attrezzata.

Demostene, la cui voce potente oltre ogni modo, riusciva a infrangere lo stesso rumore dell’immenso mare, anche lui <<…si appartava ove non vi fosse nulla da vedere né da sentire, affinché gli occhi non potessero condurre lo spirito per altre vie…>>. Non possiamo tralasciare le impronte che il solitario e assorto Petrarca lasciò nei luoghi remoti e selvaggi, nel vano tentativo di eludere quelle pene d’amore e celarlo agli altrui occhi, e forse per trovare ispirazioni alle immense opere racchiuse nel suo Canzoniere. E poi c’è lui, Sir Isaac Newton e la sua quarantena volontaria per poter sfuggire dalla grande peste che colpì la Londra seicentesca, e nella solitudine scoprì le leggi dell’ottica che rivoluzionarono il mondo della scienza.

In questo dualismo tra genialità e solitudine, possiamo ubicare anche il genio del Gregorio De Filippis. Nel 1837 in occasione di un’altra quarantena, causata dal colera, il De Filippis rimase in isolamento nel teramano ed è qui che compose un’altra opera, la “ Piccola storia degli odori”  che rappresenta una risposta all’opera in versi di Antonio Guadagnoli: “Il naso del dottore Antonio Guadagnoli in Arezzo. Sestine, pubblicato presso Gaetano Ducci nel 1822, ristampato in seconda edizione a Pisa, presso Niccolò Capuano.” Due differenti opere, scritte in diverse occasioni e a distanza di due decadi, ma solo un elemento le accomuna, entrambe sono scritte durante delle epidemie. In venti anni di differenza possiamo notare che la prima opera è scritta da un adolescente dall’animo profondo ma alle prime armi, mentre la seconda da un uomo maturo, già padre di famiglia, apprezzato erudito. Entrambe le opere sono custodite nell’Archivio di Stato di Teramo.

Il “Nuovo Saggio sull’origine e degenerazione della Terra” proposto al pubblico dal Serpentini e il Di Giovanni e stampato da Artemisia Nova Editrice, si apre con un elegante e sontuoso excursus  cosmogonico delle antiche civiltà. Il giovane Gregorio De Filippis prendendo ispirazione dallo scritto del professor Francesco Soave, “filosofia delle più antiche nazioni”, schiude il sipario della sua opera con un refolo di esoticità. Rivivo gli antichi popoli rivieraschi chiusi nei loro maestosi templi, nel vano tentativo di avere responsi da quei Numi tanto amati e tanto temuti. Interrogano il cielo, la terra, le acque e il vento sul perché della loro esistenza e alla fine creano mondi immaginari, popolati da divinità che all’origine dei tempi, tra amori e conflitti, donarono un anelito di vita alla nuda terra.

Il Gregorio diffonde con la sua cetra, le copiose e amare note, intessute di dorati damaschi che avvolgono le prime fasi dell’operetta. Traspare la sua inquietudine nel non riuscire a trovare una risposta al principio dell’Universo, intessuto dalle vetuste civiltà.

Egli si rivolge ai Caldei, che impressero sui testi cuneiformi la prima concezione dell’origine del mondo, esperti scrutatori degli astri che illuminavano la loro feconda terra, che ai loro occhi appariva unica ed eterna. Diodoro Siculo scrisse nella sulla “Bibliotheca historica”: <<Da molto tempo i Caldei hanno condotto osservazioni sulle ‘stelle’ e primi tra tutti gli uomini hanno indagato nella maniera più accurata i movimenti e la forza delle singole stelle; per questo essi possono predire il futuro degli uomini>>. Abbandonando la cosmogonia caldea, tacciata d’assurdità dal Gregorio, il suo sguardo si rivolge verso le  maestose colonne papiriformi che adornavano i templi egizi, enormi metafore dell’origine del mondo. Inconsapevolmente, egli richiama la grande sala ipòstila di Karnak, con le sue enormi e irregolari colonne che rappresentano la vita e l’ordine del mondo generato dal demiurgo.

Il De filippis estrude i Greci e perfino i Fenici, definendo puerile la loro concezione sull’origine della Terra, nata secondo loro da un uovo cosmico. La teogonia del popolo del mare in realtà è una delle più antiche, che i grandi viaggiatori ed esploratori disseminarono lungo le coste dell’antico mare. L’illustre scrittore spinge la sua frenetica voglia di conoscenza ai confini del mondo, citando la cultura del sol levante e la deserta ed immensa Persia, la terra del Dio re e dei suoi satrapi e della loro mitologia, raccolta nel “libro dei re” dallo scrittore persiano Fidursi. Una religione molto vicina ma profondamente diversa dalla mitologia dell’induismo, anch’essa estrusa dal De Filippis dalle sue ingenue congetture.

In questa religione troviamo una forte convergenza con il mazdeismo e lo zoroastrismo: 

Sacerdoti zoroastriani furono i tre magi che la divina cometa condusse al cospetto del redentore, ma che l’attuale scienza nega, immortalata dal talentuoso Giotto all’interno della cappella degli Scrovegni, nella sua opera “L’adorazione dei Magi”. Questa stella  per gli scienziati non è altro che la famosa “cometa di Halley”, che ciclicamente si avvicina alla terra e in molte occasioni si è rivelata di cruciale importanza per la storia dell’umanità. Fu questa cometa a provocare la prima guerra giudaica, terribilmente repressa dall’imperatore Tito, che dopo aver vinto gli Ebrei ribelli, entrò a Gerusalemme e distrusse il secondo tempio: Una stella indicò il luogo dove il Cristo nacque, e sempre una stella provocò la

distruzione della città dove predicò e fu crocefisso. Prima dell’anno mille, l’atteso astro incrementò i timori di un’imminente fine del mondo. La cometa di Halley è rappresentata anche “sull’arazzo di Bayeaux” , additata da uomini increduli e impauriti al suo passaggio, oscuro presagio della morte di Aroldo II d’Inghilterra nella celebre battaglia di Hastings. La fulgida cometa sancì la nascita di Mark Twain nel 1835, e lo portò via nel 1910. Al suo passaggio l’illustre scrittore salutò il mondo che l’aveva ospitato, come da lui predetto.

In questa mia digressione riscontro le parole del Gregorio: <<Che alcune Stelle servino per regolare gli uomini in certe occasioni, nè il nego, ma questa è una virtù piuttosto dell’umano ingegno, il quale ha saputo adottare que’ celesti corpi a dirigere qualche sua azione; non già che in loro stesse sia insita quella facoltà. Non altrimenti che lo stesso ha saputo adattare la calamita. E tanti altri corpi, a tanti utili usi: e tutte le proprietà di quelle al suo bene rivolgeva>>, è proprio in queste parole, nonostante lo stile dettato dall’inesperienza, il giovane coglie una delle verità  assolute dell’umanità, ovvero il nostro destino non è segnato dagli astri, ma siamo noi a crearlo in base ai nostri intenti, al nostro ingegno e alla casualità, attribuendo ai fenomeni naturali profezie, segni e oscuri presagi.

Dopo aver scrutato le antiche credenze e svernato le dottrine dei vati filosofi e degli scienziati illustri dell’età moderna, sceglie di seguire il consiglio del saggio filosofo francese Gabriel Bonnot De Mably. Il giovane coglie all’interno delle opere del grande intellettuale dell’ancient regime, uno spunto di riflessione. De Filippis, infatti, annota che il De Mably in caso di un’afflizione causata da un forte e irrisolvibile enigma, consiglierebbe di consultare l’autore che per primo trattò quell’argomento: ecco come il Gregorio giunge al libro della Genesi. Come un nastro che ruota all’indietro, egli conduce ogni elucubrazione dell’antica cosmogonia al libro <<intessuto da Mosè>>. Ogni pensiero erudito della cultura umana confermerebbe la visione cristiana del principio dell’Universo. Meravigliosa  è la delucidazione che l’autore compie sul sistema del mondo, cogente ausilio per la mente umana nel poter concepire l’universo, intenso come spazio immenso, incorporeo, vuoto e privo di limiti. In questa descrizione, di quello che oggi è conosciuto con il nome di “spazio cosmico”, emerge la corrente del pensiero astronomico ottocentesco.

Egli parla di un corpo composto da sottile materia, addirittura più tenue della nostra luce e del fuoco elementare, un <<primo grado di materie>> che espandendosi porterebbe alla formazione del corpo della luce. All’interno della <<primigenia materia>> sono situate molteplici sfere dotate di un corpo infuocato, le “stelle”, circondate da una materia che avvolge la loro superficie, i “vortici”. Ognuna di loro è lontana e indipendente dalle altre.

All’interno delle atmosfere delle tante stelle si trovano i pianeti, come la nostra terra. Desidero citare questo incantevole passo con le parole scritte dallo stesso De Filippis: <<…nell’Universale materia vi sono tanti grandissimi corpi isolati, che formano tanti vortici, o universi. In ognuno di questi vi sono molti pianeti, ossiano corpi composti di materia densissima, ed opaca, i quali hanno intorno di loro un altro circolo di materia più densa, di quella, che forma l’atmosfera del Sole, una di cui è appunto la nostra Aria; la nostra Terra è uno di quei corpi crassi che sono nelle atmosfere solari; ed il nostro Sole è uno di que’ tanti corpi luminosi, che sono al centro di un vortice della materia, che confina con quella universale, la quale ha contatto col vuoto. Le volte dunque che terminano l’Universo sono il

vuoto, ed il niente>>. In questo passo è evidente la concezione dell’origine dell’universo diffusa all’epoca tra gli scienziati, attinta a sua volta dal De Filippis. Molti studiosi ipotizzarono che le stelle si formassero da conduzione gravitazionale di materia nebulare primitiva nella Via Lattea e che nello stesso modo si fosse formato il nostro Sistema Solare. Il passo successivo fu quello di comprendere sia la distribuzione stellare in quella che era ritenuta l’unica galassia dell’universo, che il modo nel quale la forza di gravità avesse potuto portare alle strutture conosciute nella Via Lattea: pianeti, stelle, ammassi e nebulose.

Il XIX secolo rappresentò una delle tappe più significative per l’astronomia.  Questa disciplina vide la concretizzazione di maestosi risultati che affondavano le radici nei secoli precedenti, grazie all’intuizione e alle invenzioni dei luminari del passato.

L’elogio all’imponente figura del Galileo Galilei, che supportato dalla perizia dei maestri vetrai di Murano, inventò il suo celebre “cannone occhiale”. Dopo averne dimostrato le potenzialità militari ai senatori veneziani, puntò il suo congegno verso la volta celeste e schiuse la cortina che divideva gli uomini e il cielo:

 

<<… di chi vide, sotto l’etereo padiglion rotarsi

 più Mondi, e il Sole irradiarli immoto,

  onde all’Anglo  che tanta ala vi stese

         sgombrò primo le vie del firmamento…>>

 

Foscolo, nei suoi Sepolcri, omaggiò con questi versi lo scienziato pisano che aprì le porte del cielo all’Anglosassone Isaac Newton. Lo scienziato donò al mondo un nuovo modo di concepire l’Universo con la sua “meccanica celeste” come la definì Laplace. La sua “legge di gravitazione universale” permise alle generazione successive di descrivere il Cosmo con leggi indipendenti dall’ordine spirituale del mondo. Una ed una sola legge governava la caduta dei corpi terrestri e i moti dei corpi celesti: l’ultimo ostacolo al progresso dell’astronomia crollò! La mela di Newton, rappresenta una delle tre mele che hanno cambiato la storia del mondo.

Nell’Ottocento  aumentò la precisione degli strumenti e delle tecniche d’osservazione, tutto questo consentì di calcolare le distanze con i più lontani oggetti dell’Universo. La folata di innovazione che disgregò la teoria geocentrica a favore di quella eliocentrica, mettendo in discussione le sacre scritture, la possiamo notare nel Gregorio, la cui profonda spiritualità è travolta, inconsciamente, dall’inarrestabile rivoluzione ottocentesca. Il ragazzo vuole evitare di esser visto come uno “scismatico” ma nello stesso tempo non può ignorare i progressi fatti nel campo della ricerca, trovando  il giusto compromesso, ovvero quello di spiegare l’origine del tutto, interpretando la genesi cristiana in chiave “metaforica”. Nella sua pura ingenuità, il giovane cerca un connubio tra scienza e fede, unendo il sensibile con l’intelligibile, il sacro con il profano: l’intera opera può essere paragonata ad un grande astrolabio, creato con metodo scientifico, sul quale però incombe sempre una croce, simbolo di sensibilità e profonda adesione ai valori della cristianità, come uno splendente “Scettro dell’Armillare”.

Attraverso questa intelaiatura allegorica, Gregorio prova a dare una spiegazione in merito all’esistenza di innumerevoli stelle e pianeti, e dell’intenzione da parte dell’Onnipotente di creare in tempi differenti queste <<mirabili machine>>. Secondo il rampollo, la spiegazione sta nel fatto che la Genesi annuncia la verità in merito alla creazione della Terra, non specifica quella degl’altri astri. L’allegoria sacra, cerca di non trarre in inganno le menti degli ignoranti, ma comunica l’essenziale e lascia agli eruditi dal divino ingegno, la facoltà di scrutare il cielo e svelarne gli arcani.

<<In principio creavit Deus Coelum et Terram>>. Risuona imperioso, vigoroso e suggestivo l’incipit della genesi. Esse sanciscono l’apertura del sipario della creazione, nel momento in cui il divino, per sua volontà, in sei giorni crea dal nulla la materia forgiandola sul proprio volere fino al settimo giorno. Al termine di tutto, il “verbo” non “crea” ma “cessa” di creare, simbolo della pienezza e finalità dell’uomo.

La nuda e sterile terra, si presenta priva di ogni forma di vita e persino della materia inerte. Una massa informe, deserta e sommersa dalle acque, avviluppata dalle tenebre che celano l’abisso. Quest’ultimo, il “tahom”, rappresenta una caotica massa gassosa, dalla quale il divino estrapola il cielo atmosferico e quello degli astri, traendo in errore il De Filippis, che indica come “acqua” non solo la materia liquida ma anche quella aeriforme. 

<<Dexit Deus: fiat lux. Et facta est lux>>. Le tenebre coprono l’abisso poiché “il firmamento del cielo” che poi verrà attuato, è privo di fonti di luce. Quest’ultima non è incorporata nel cielo e nella terra, ovvero nel binomio della creazione, ma l’autore rende indispensabile la presenza del “fuoco”, che rappresenta il principio della luce: il Gregorio ubica questo principio all’interno <<…dell’Universal Caos>>. Dio creatore ammira la sua opera e ritenendola giusta, separa il giorno dalla notte, e dal terzo giorno il tutto viene scandito dal <<E fu sera e fu mattino>>.

 In questo passo, De Filippis specifica che il dì e la notte sono creati ancora prima del sole e delle stelle, quindi per lui è un elemento che suffraga la sua ipotesi sulla creazione in tempi diversi degli astri e del sole, che vengono elusi dalla genesi molto probabilmente perché essi già esistevano. Chiedo venia se mi allontano un attimo dall’elucubrazioni del nobile, ma sono trasportato dalla visione piena di suggestione di un’immensa distesa d’acqua, sotto una flebile luce, enigmatica, spettrale: una luce senza astri. Credo che al di là dell’opera, nella religione cristiana la “lux” rappresenti l’essenza stessa della divinità. L’essenza di quella luce è raccolta nella pittura del Caravaggio, dove nell’ambientazioni bibliche, tra angeli, martiri, assunzioni e conversioni c’è sempre lei, la luce, incorruttibile, turbante e affascinante. Improvvisa squarcia il buio fosco, illuminando un volto, una stoffa o un oggetto. Nel Rinascimento, si credeva nell’esistenza di un legame intimo tra il genio e Dio, se cosi fosse, quest’ultimo avrebbe scelto come suo personale pittore proprio il Caravaggio, l’irraggiungibile maestro della luce e dell’ombra.

La potenza del creatore tocca la primordiale atmosfera e genera nubi e pioggia. Le nubi sono sospese nel firmamento. I mari retrocedono e le terre emergono. Le acque si popolano di pesci e il cielo delle varie specie di uccelli. Nella creazione degli animali, Gregorio specifica che Dio ordina agli elementi di far schiudere i “semi” contenuti in loro già nel momento della loro formazione. Il sole riscalda il giorno e la luna rischiara la notte. Le

stelle splendono nel firmamento e lussureggianti foreste ricoprono le terre. Il climax della divina opera raggiunge il suo auge con la creazione dell’uomo. 

<<Un’opera uscita dalle mani di un esser perfettissimo non può certamente non essere perfetta>>; Come non suffragare queste veritiere parole del Gregorio, nell’osservare quell’incanto che noi chiamiamo “natura”. <<Essa sebbene ora da un’immenso diluvio deturpata, per la sua magnificenza dimostra il suo artifizio, la sua perfezione>>; in questa affermazione il De Filippis cita il famoso “diluvio” che deturpò la creazione divina, ma nonostante lo sfregio mantiene gran parte della sua beltà e perfezione. Egli cita grandi anatomisti, come l’Ippocrate del Seicento,  Charles de Barbeyrac, o ancora grandi filosofi e politici tra i quali spicca il poliedrico Jean-Jacque Rousseau, che assorto nei pensieri e nei suoi soliloqui, indagò con le sue opere le recondite vie della mente degli uomini, assai più complesse rispetto alla carne che le custodisce. Thomas Young, colui che per primo descrisse la visione degli uomini e i suoi difetti, e con i suoi esperimenti dimostrò la natura ondulatoria della luce, finché non giunse alla decifrazione delle antiche lingue. Le sapienti menti alle quali Dio ha dato l’incarico e la capacità di svelare gli ascosi della creazione e donarli agli ignoranti.

Sublime è la descrizione che Gregorio dona al lettore dell’antico Eden, esortando  lo spirito di Adamo, Abele e Matusalemme, affinché possano rivelare il “locus amoenus” dalle distese verdeggianti e perennemente in fiore. Immensa doveva essere la sua estensione, lambita da dolci e leggiadre acque: <<la terra era in pieno vigore, ed era grande il brio della sua gioventù>>. Essa era piatta, priva delle deformità montuose che ora la rendono increspata. Non potevano esistere questi monti e vallate, che per il Gregorio erano prive di utilità, seppur la Genesi le menzioni nel grande Diluvio.

Il clima è temperato e le stagioni assenti. Dolce è il moto della Terra intorno al Sole, incastonata come una perla dall’esotica bellezza sotto le dodici costellazioni dello Zodiaco.

Un afflato innovatore che Gregorio ubica nel cuore dell’opera, miscelando la visione copernicana alla scrittura sacra e sovrana.

Assenti sono i terremoti, poiché assenti sono le masse d’aria che si accumulano sottoterra, chiara trasposizione del pensiero tellurico, seicentesco e rinascimentale del Gassendi.

<<L’atmosfera era mai sempre tranquilla. Un dolce zefiro, cagionato per tutto all’avvicinarsi del Sole, scacciava i vapori, che dal mare si alzavano, ed in rugiade scioglievasi sempre copiose e sempre nuove>>, e nella sua aulica completezza, ci appare l’Eden gregoriano così immenso, puro, opulento, luminoso e aurico, nel quale ogni essere può vivere esule da conflitti e odio.

L’epoca da sempre è cantata dai sommi poeti e dalle mistiche civiltà. Dagli Egizi agli Indiani, da Strabone ad Esiodo con la sua “aurea aetas”, e ancora Berosso, Manetone, Erateo di Mileto, il logografo Ellanico di Lesbo, il romano Pausania che enunciò nella sue “Vite” i grandi savi vissuti prima del catastrofico diluvio, e anche il greco Filostrato e Plinio il Vecchio, che perì a causa della tanto amata e agognata conoscenza.

Dopo aver descritto i primi infatuanti vagiti della primigenia Terra, De Filippis sposta il suo sguardo indagatore altrove, abbandonando l’etere per addentrasi nelle viscere del creato.

Gregorio ubica la massa del fuoco primitivo al centro della Terra, racchiusa tra i metalli sui quali riposa l’abisso, fino al susseguirsi dei diversi strati dove dimorano le creature viventi. Come il seme, dal quale le specie animali del cielo e dell’acqua si generarono, anche i metalli e i fossili, cioè i sedimenti che furono inseriti nella divina commistione.

Questo luogo paradisiaco, creato dalla mente del Gregorio nell’inseguire la verità sulle Sacre scritture, cessa di esistere al raggiungimento del diluvio universale. Il creato che Dio ha plasmato dal nulla, restituitoci con una personale interpretazione dal De Filippis collassa, implode su se stesso, e il lettore viene travolto dagli elementi che perdono la loro gravità e compattezza. Quel ninfeo letterario, quel giardino dei Feaci, il luogo dell’abbondanza e del calore divino perde di consistenza, spiazzando via l’arroganza e il vizio umano. Il divino nella sua opera di deflagrazione sfrutta le leggi naturali, come se non fossimo degni del tocco distruttore, ma lascia questo arduo onere alla natura stessa e alle sue leggi fisiche. In uno zibaldone di acqua, terra e fuoco, ci si ritrova spiazzati, catapultati dal sogno all’incubo.

Appare dinanzi a noi la Terra sfregiata, profanata, deflorata da quell’innocenza che non tornerà mai più. La piatta superficie ora appare frastagliata da solcature più o meno elevate, a seconda della potenza dell’irruente fuoco, che liberatosi dall’entroterra ha disseminato morte e distruzione. Compaiono i maestosi e dormienti vulcani, che al loro risveglio ricordano la debolezza dell’uomo dinanzi la potenza della natura e di Dio.

Dal fuoco distruttore nascono le isole, sia grandi che piccole, e tutte loro preservano le vestigia della furia ignea. L’autore cita l’eruzione vulcanica dell’antica Thera, udita perfino dai sacerdoti egiziani, che interpretarono la calamità naturale come l’ira degli Dei. Il Gregorio conduce il lettore nell’immense distese del mondo, dalle montagne più elevate alle caverne più profonde, scavate da quel fuoco nel ventre della Terra; Dalle isole Eolie al Giappone, e ancora, le grandi montagne di sale d’ Europa fino ad arrivare in Africa. Egli parla dei fossili ritrovati in ogni parte del mondo, che per lui non sono altro che i resti delle povere creature che il fuoco distrusse e la terra inghiottì.

  L’opera termina mentre il Gregorio tratta del ripopolamento del mondo. Essa è mutila,       un’interruzione improvvisa nel bel mezzo della speranza. Molto probabilmente la quarantena che aveva costretto il giovane a rifugiarsi dal morbo, terminò. Egli ritornò alla realtà, perse l’interesse nell’opera e quella nube di tristezza che lo aveva portato ad immaginare la fine dell’umanità svanì. La fine del “pathos organico” portò al declino del “pathos letterario”.

Vorrei concludere citando la locuzione latina del poeta Quinto Orazio Flacco:<<Ut pictura poesis>>, ovvero la “poesia è come un quadro”. Credo che la dualità tra l’opera poetica e il dipinto, celi profondi significati e perfezione. La vera difficoltà non è quella di trascrivere un quadro. I libri di storia dell’arte, sono un esempio lampante della capacità dell’occhio umano di cogliere i più intimi  misteri del pittore, che lascia una parte della propria anima sulla tela. Se qualcuno mi chiedesse di descrivere con un affresco l’operetta giovanile di Gregorio De Filippis, in quel caso mi verrebbe in mente uno dei dipinti più celebri della pittura romantica ottocentesca: “Il Viandante sul mare di nebbia” di Caspar David Friedrich.

Sopra un precipizio roccioso, un viandante solitario vestito di verde scuro e appoggiato ad un bastone, si staglia in controluce al centro dell’opera. Ritratto di spalle, ammira lo sconfinato mare di nebbia che divora le montagne in lontananza, facendo si che la linea dell’orizzonte e quella del cielo si mescolino fra loro. L’osservatore è smarrito con lui sulle cime dei monti a contemplare la forza sublime della natura. Chi è questo enigmatico viaggiatore? Lui non ha un volto o forse è proprio lui, Gregorio De Filippis, intento a svelarci ancora una volta, i reconditi segreti della divina creazione.