(ASI) “Secondo le nostre previsioni, entro il 2050, le precipitazioni nel bacino del Mediterraneo potrebbero diminuire del 20%.

Se a questo aggiungiamo che l’apporto del Nilo è stato di molto ridotto a causa di un uso eccessivo dell’acqua del fiume, dovuto in gran parte alla costruzione della diga di Assuan e a pratiche di irrigazioni dissipative, abbiamo una drastica riduzione dell’apporto di acque dolci nel Mediterraneo. Ciò porterà a un aumento della salinità delle acque con conseguenze su tutti gli ecosistemi marini. Il problema dell’accesso all’acqua potrebbe in particolare diventare molto critica nei Paesi in via di sviluppo, nei quali i rapidi processi di urbanizzazione si uniscono a grandi problemi di approvvigionamento idrico”.

A parlare è Antonio Navarra, direttore del Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti climatici.

A solleticare l'interesse, invece, è stato oggi un convegno, quello di “greenaccord” a Roma nel quale è emerso che la battaglia dell'acqua viaggia spedita verso il referendum, tra sostenitori e oppositori del decreto Ronchi e della legge di conversione 166/2009. Tutto ruota intorno alla diatriba tra pubblico e privato ma ci sono moltissimi punti che meriterebbero più attenzione.

Secondo il direttore dell'area idrica della multiutility Acea, Andrea Bossola:” bisogna ricordare che l'acqua rimane un bene pubblico, di proprietà statale; l'eventuale privatizzazione riguarderà solo la gestione dei servizi idrici integrati (acquedotti, fognature, depurazione)”. Il vero problema italiano sarebbe invece la scarsità degli investimenti nelle infrastrutture: secondo i calcoli di Bossola, servirebbero 4,2 miliardi di euro l'anno da qui al 2020 per completare l'ammodernamento della rete idrica nazionale, riducendo le perdite, gli allacciamenti abusivi, gli scarichi fognari non depurati.

Sarebbero circa 70 euro l'anno per ogni abitante, mente il nostro Paese ha investito molto meno della metà di questa cifra nel 2010, una media di circa 25 euro pro capite. Senza contare, aggiunge il direttore del settore idrico di Acea, che le tariffe dell'acqua a Milano e Roma sono le più basse d'Europa.

Parigi, per esempio, paga oltre il quadruplo e Berlino più del quintuplo di quanto sborsano i cittadini milanesi e romani per ogni metro cubo consumato.”

Ma come opera ACEA? E' credibile?

Secondo le nostre fonti nel 2010 ACEA concorda la separazione da GDF-SUEZ per la produzione dell’energia elettrica, lasciando alla francese tutti le centrali (tranne gli impianti idroelettrici e due turbogas) e le attività di trading.

In cambio rimane il controllo delle vendite nella capitale italiana ed un conguaglio per complessivi 230 milioni di Euro. Il risultato: campo libero nel nostro Paese per il core business dell’acqua. Già oggi la società ha una posizione di grande vantaggio sul territorio: 8 milioni di utenti tra Lazio,

Campania, Umbria e Toscana. Non meno attrezzate le avversarie: Iren ha inteso mettere insieme la ligure Mediterranea delle Acque, la piemontese Smat e la siciliana Acque Potabili, con il fondo per le infrastrutture F2i, guidato da Vito Gamberale Sempre nell’estate del 2010 Francesco Gaetano Caltagirone, primo socio privato della ACEA, ha rastrellato azioni societarie giungendo al 13,4% del capitale con la conseguente diminuzione a circa il 25% dell’azionariato di borsa.

Tecnicamente il titolo è diventato “sottile” , cioè incapace di esprime il reale valore della società , come risulta dall’analisi della banca d’affari Merrill Linch.

Sono gli stessi banchieri ad esprimere un giudizio neutro sulla valorizzazione del titolo escludendone in un incremento nel breve termine.

La Iren non sta certo alla finestra: entra nei servizi idrici il fondo privato di Vito Gamberale (F2i) con l'immediata adesione delle fondazioni bancarie e delle grandi banche. La società così predisposta è il contenitore ideale per consolidare anche la torinese Smat, la siciliana Acque Potabili e i servizi idrici ora gestiti da Enìa, nelle province di Reggio Emilia, Parma e Piacenza,

prossime a Mediterranea delle Acque per contiguità territoriale e azionaria.

Lo scenario sarà quello di due poli dell’acqua: da un lato il Nord Ovest con buone prospettive di espansione verso il Nord Est ; dall’altro l’attuale leader nazionale, ACEA, libero dai legacci francesi.

Superbo poi il piano industriale della utlity per il biennio 2011-2013 : investimenti per un 1,3 miliardi di Euro ; crescita annua della EBITDA dell’11%. L’EBITDA ( acronimo inglese di Earnings Before Interest, Taxes,

Depreciation and Amortization ) è un indice di redditività ben poco attendibile per una visione corretta dell’andamento aziendale, atteso che il risultato di bilancio che tale indice rappresenta non tiene conto della gestione finanziaria operata dagli amministratori.

Ciò che in definitiva consente di occultare la verità reddituale.

Il guanto di sfida al referendum è così lanciato. Se la battaglia del silenzio dovesse perdersi entreranno in gioco le seconde linee.

Si battezzerà la guerra contro l’ideologia; il rischio di impoverire centinaia di migliaia di risparmiatori che hanno creduto nella privatizzazione; di perdere altrettanti posti di lavoro; idi aggravare la crisi economica che ha già provato il Paese.

Magari verrà sventolato anche il rischio di una bolla finanziaria dell’acqua.

Nel suo intervento, Paola Chirulli, ordinario di Diritto amministrativo presso la facoltà di Economia della Sapienza, ha riassunto i termini essenziali delle norme in questione.

Il primo quesito referendario vorrebbe abrogare l'articolo 23-bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto legge 112/2008, poi convertito e modificato varie volte fino alla legge 166/2009. Il pomo della discordia è il ruolo degli imprenditori, perché l'articolo 23-bis

stabilisce che siano società private (scelte attraverso gare a evidenza pubblica) o società con capitale misto e una quota privata di almeno il 40%, a gestire i servizi pubblici locali, compresi quelli

idrici. C'è una deroga fino al 31 dicembre per le aziende a capitale interamente pubblico; dopo quella data, le amministrazioni locali dovranno cedere almeno il 40% delle quote a investitori privati. Infine, le società miste già collocate in Borsa, dovranno ridurre la soglia del capitale pubblico al 40% nel 2013 e al 30% nel 2015. Con la sentenza 325/2010, la Corte costituzionale ha promosso la legge 166/2009, contestata da varie regioni. Secondo Paola Chirulli, il testo è

ancora più rigoroso delle norme comunitarie di riferimento: l'ottica del legislatore italiano è una totale apertura al mercato dei servizi locali, aprendo così una nuova fase di privatizzazioni.

Restano però molti nodi irrisolti: l'entità delle tariffe, gli investimenti nelle infrastrutture, il controllo sulla corretta gestione dei vari servizi.

Per Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, l'errore della legge 166/2009 è affidare obbligatoriamente ai privati un peso così rilevante. Bernardo Pizzetti, ex presidente dell'Agenzia di controllo sui servizi pubblici romani, ha ricordato che l'acqua è un monopolio naturale, dove solo un acquedotto può servire nel modo più economico ed efficiente possibile un certo territorio (i costi delle infrastrutture sono troppo elevati perché ammettano più società concorrenti). Le società private saranno disposte a investire nelle reti idriche? Di quanto aumenteranno le tariffe per coprire le spese e ricavare un profitto?

L'assessore al Territorio della provincia di Roma, Michele Civita, suggerisce una via diversa alla privatizzazione, conservando la gestione pubblica e creando un'Autorità di controllo per vigilare sui servizi erogati e il livello delle tariffe.

Perché alla fine, più che la diatriba tra pubblico e privato, quello che maggiormente preoccupa i cittadini è che l'acqua potrebbe costare di più in futuro.

L'acqua è un bene comune inteso sia come la ricchezza condivisa del mondo materiale (l'aria, l'acqua, i frutti della terra e tutti i doni della natura), sia come ciò che si ricava dalla produzione immateriale e biopolitica: quell'insieme di conoscenze, idee, informazioni, codici, linguaggi, relazioni e perfino emozioni che costituiscono il patrimonio attuale dell'umanità.

Il libero accesso e la condivisione caratterizzano il bene comune e lo alimentano rendendolo produttivo.

Al netto delle iniziative legate alle attività dei Comitati referendari sull’acqua pubblica e delle organizzazioni impegnate sui temi dell’ambiente e della green economy, in tutti i media di maggiore rilevanza nazionale il dibattito sullo sfruttamento dei beni comuni è rimasto sotto traccia. Anche gli scenari futuri non sono certo confortanti: la battaglia sul referendum per l’abrogazione di alcune norme del c.d. decreto Ronchi verrà probabilmente combattuta sul terreno del silenzio e del boicottaggio. Economia neoliberista e mercato finanziario si stanno attrezzando per dissolvere la questione nel catino della paura liquida preconizzata da Baumann. Egli sosteneva che l'incertezza che attanaglia la società moderna deriva dalla trasformazione dei suoi protagonisti da produttori a consumatori.

Lo smantellamento delle sicurezze a una vita «liquida» sempre più frenetica e costretta ad adeguarsi alle attitudini del «gruppo» per non sentirsi esclusa.

L'esclusione sociale elaborata non si basa più sull'estraneità al sistema produttivo o sul «non poter comprare l'essenziale», ma del «non poter comprare per sentirsi parte della modernità». Secondo Bauman, il «povero», nella vita liquida, cerca di standardizzarsi agli schemi comuni, ma si sente frustrato se non riesce a sentirsi «come gli altri», cioè non sentirsi accettato nel ruolo di consumatore. Se si osservano da questa angolazione varie tendenze moderne, se ne rileva la condizione di precarietà e di breve durata nel tempo.

Ha puntato invece il dito contro la diseguale distribuzione dell’acqua dolce nel mondo Hachmi Kennou, governatore del World Water Council, che ha poi lanciato un appello ai grandi poteri mondiali: “È impensabile che il diritto all’acqua non sia all’ordine del giorno del G8 e del G20”.

Amedeo Postiglione, presidente della fondazione International Court of the Environmental Foundation ha poi aggiunto“Proprio per assicurare una gestione corretta di questo bene indispensabile per la vita, serve una autorità mondiale congiunta economia-ambiente, come proposto dal papa nella sua enciclica Caritas in Veritate. In generale va istituito un diritto internazionale sui beni comuni e sull’ambiente che sia regolato da due entità: una autorità amministrativa gestionale delle risorse, che si può avere trasformando l’Unep da programma ad agenzia Onu. Va poi istituita una corte internazionale dell’ambiente, che sia però accessibile a tutti. Non solo agli Stati, come avviene con la Corte Internazionale dei diritti umani dell’Aja, ma anche a tutti gli stakeholders”.

Ancora prima del referendum ed a monte di “pericolosi pregiudizi” esiste, in Italia, una Carta Costituzionale che all’art. 41 impone un preciso limite all’iniziativa economica privata: non può essere in contrasto con l'utilità' sociale o recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.