italiasovrana(ASI) Paolo Becchi, docente di filosofia del diritto all’Università di Genova ed autore di numerosi saggi, è stato considerato dalla stampa “l’ideologo” del Movimento Cinque Stelle: consumatosi, dopo un breve flirt, il divorzio con il Movimento, Becchi è oggi tra i maggiori teorici del populismo e del sovranismo, come egli stesso dichiara al termine del suo ultimo saggio, “Italia sovrana”, di recente pubblicazione presso Sperling & Kupfer.

E di quest’ultimo saggio vogliamo occuparci, sia per il successo che sembrano riscontrare alle urne le tesi sovraniste nel nostro Paese, sia perché si tratta di un lavoro oggettivamente valido, che oltre a demolire la retorica filo UE contiene una pars construens suggestiva e propone al lettore ottimi strumenti critici e di analisi anche grazie ad un ricco corredo bibliografico: un testo che oltre ai pregi elencati risulta di agile lettura pur nell’arditezza dei riferimenti culturali e dei temi che lo costellano da cima a fondo - si va da Nicolas Gomez Davila a Manzoni da Alain de Benoist a Costanzo Preve da Carlo Cattaneo a Vico a Schmitt ad Althusius. Nel suo libro,

Becchi svolge un’analisi impietosa di quel programma di distruzione delle nazioni, degli stati e dei popoli attraverso lo strumento finanziario. Come scrisse l’antropologa Ida Magli, più volte citata nel libro: “L’Europa unita non esiste e non può esistere salvo che inducendo i popoli alla morte politica e civile; facendoli guidare, dominare da banchieri nel nome del denaro, della moneta.” L’euro, dunque, sarebbe il responsabile materiale della fine dei popoli del Vecchio Continente, intrappolati in una fitta rete di norme vincoli, clausole, trattati- sempre respinti dai popoli chiamati ad esprimersi sulla loro validazione- e del conseguente assoggettamento delle nazioni ad un’entità astratta, l’Unione europea.

Al termine di questo processo, i cui lontani prodromi possono essere rinvenuti nel Trattato di Roma del 1957 istitutivo della CEE, un golpe europeo secondo Becchi “ha esautorato il parlamento europeo e l’ha sostituito con il Consiglio europeo e la Commissione europea: con un golpe è stata introdotta la moneta unica in Europa, e con un golpe permanente questa viene difesa ad oltranza in Italia e in altri Paesi”. Becchi sostiene che l’euro invece di “unire” i popoli europei in una casa comune li avrebbe piuttosto rinchiusi in una gabbia, fomentandone per di più le divisioni tra ingiurie, rancori, accuse e colpi bassi - da ultimo, come indica nel modo più emblematico la triste vicenda greca, nella cinica, violenta spoliazione di una nazione simbolo d’Europa, patria di una civiltà che in tutti i campi ha irradiato nel mondo la luce sapienziale dell’antico Occidente. Inoltre, secondo quanto argomentato dall’economista della Lega Alberto Bagnai, l’euro avrebbe avvantaggiato esclusivamente i Paesi del Nord e non sarebbe altro, come concluderebbe il filosofo Diego Fusaro, che uno strumento di dominio politico.

Non poteva essere diversamente, ci sembra di poter dire, considerati i presupposti puramente nichilistici ed economicistici dell’Unione Europea, mera ipostasi tecno-finanziaria al servizio di élites a loro volta disincarnate ed estranee ad ogni luogo, ad ogni terra ad ogni Polis, profeti del nomadismo post-moderno globalista. Invece L’Europa, al di là di ogni “unificazione” forzosa, è da sempre luogo delle patrie, dell’unità plurale, dell’universale concreto. Le radici dell’Europa, ricorda Becchi, sono anteriori all’UE ed essere contro questa costruzione globalista e senz’anima non vuol dire affatto essere anti-europei, anche perché l’Europa, diversamente dall’UE, può vantare titoli di nobiltà di maggior pregio. Scrive infatti Becchi,

“Al di là di tutta la retorica europeista, il trattato costitutivo dell’Unione europea nasceva dall’implosione dell’Unione sovietica che aveva creato le condizioni per l’annessione della repubblica democratica tedesca a quella federale. La Francia temeva una sua marginalizzazione nel contesto geopolitico europeo, a tutto vantaggio di una Germania sempre più potente. Da qui l’dea di europeizzare la Germania con un nuovo trattato ( quello di Maastricht del 1992, appunto) e di spingere l’Europa verso un’unione economica e monetaria. Il Trattato di Maastricht, dal punto di vista politico, non è stato altro che il prezzo che Kohl ha dovuto pagare a Mitterrand per la riunificazione della Germania. E in cambio Kohl ha avuto come contropartita - l’economista Nino Galloni l’ha mostrato con grande efficacia- la deindustrializzazione dell’Italia”.

Tuttavia, secondo la classica eterogenesi dei fini che spesso sopravviene nella storia, quel vincolo che secondo i calcoli francesi doveva servire ad imbrigliare la “Grande Germania” sarebbe diventato il suo volano economico proprio grazie alla sostituzione con la moneta unica a tasso fisso delle monete nazionali a cambio flessibile che, sopravvalutando il marco, comportavano un tempo esiti disastrosi per la Germania. Invece: “Introducendo il cambio fisso il marco si svalutava e le esportazioni crescevano e dunque l’economia tedesca veniva rilanciata a scapito degli altri Paesi (Italia in primis)”. Non basta. Becchi denuncia le norme contenute nei Trattati, a partire da quello di Maastricht, modificati poi surrettiziamente da Regolamenti successivi che, oltre a sottrarre sempre più sovranità agli stati, impongono vincoli e parametri fortemente anti-costituzionali, ispirati a tipiche concezioni neo-liberali di macelleria sociale fondate su drastici tagli alla spesa pubblica, sul terrorismo dello spread e del debito pubblico: sono queste le cause principali del declino dell’Italia, declino visibile nelle nostre un tempo splendide città, nella fatiscenza delle infrastrutture che crollano e provocano morti, nello stato di abbandono generale, nella rovina di scuole ed ospedali, negli eventi calamitosi che regioni e provincie, anche volenterose, non riescono a fronteggiare per la scarsità di fondi dovuta alle politiche di austerità e soprattutto all’istituzione-capestro del pareggio di bilancio, obbligo introdotto addirittura nella nostra Costituzione, come ricorda Becchi, da Mario Monti in seguito al rovesciamento del governo Berlusconi nel 2011.

Se a questo si aggiungono le ingenti spese sostenute dallo Stato per mantenere il lucroso affare dell’immigrazione clandestina, il quadro già cupo, definito dal dominio leviatanico dalla tecnoburocrazia finanziaria con sede a Bruxelles, assume i contorni da incubo di un quadro di Hieronymus Bosch. Detto ciò, che si può fare? Becchi suggerisce una possibile via (la rescissione dei Trattati) ed indica anche un percorso politico, fondato sul concetto di “sovranità debole” mutuato dal precursore del giusnaturalismo moderno, il teorico calvinista Johannes Althusius, integrandola con le elaborazioni del politologo Gianfranco Miglio: qui si annuncia la personale declinazione del sovranismo e del federalismo di Paolo Becchi, utile di certo a smuovere la palude del dibattito politico italiano, ma non esente da alcune contraddizioni, come vedremo nella parte finale di questa riflessione.

Mario Cecere 

 

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