(ASI) Roma – Il 25 novembre del 1970, cinque uomini varcano l’ingresso dell’edificio dell’Esercito di Autodifesa a Tokio. Di fronte a tutti, con passo agiato e uno sguardo che non tradirebbe le vere intenzioni, si trova Yukio Mishima. In quel giorno di quarantasette anni fa, Mishima avrebbe compiuto il suo destino. 

Parlare di una personalità importante e tragica come quella di questo scrittore e romanziere giapponese, non è cosa semplice. Tanto più se tale figura estremamente conosciuta nella patria del Sol Levante, sia altresì sconosciuta dalla grande maggioranza del pubblico occidentale.

 

Si potrebbe iniziare dicendo che Yukio Mischima è uno di quei particolari scrittori che hanno l’onore e li peso di vivere l’inquietudine del suo tempo. Ed egli rappresentò questa inquietudine, la sua inquietudine, in ogni parola di ogni riga di ogni suo scritto e romanzo. La cosa che tanto lo tormentava, che in ogni suo intimo pensiero lo angosciava, aveva un nome: ed era il Giappone.

La sua nazione, la sua patria, gli provocava la pena più profonda. Quel Giappone moderno, nel quale più niente di eroico sembrava mostrarsi. Dove la tecnologia, il laborioso vivere della società e la svilente “danza” della politica politicante, sembravano aver ucciso lo spirito del samurai.

Ecco questa era la sua inquietudine. L’inquietudine di vivere in un tempo non suo, di vivere in una nazione non sua.

 

In ogni sua opera prende forma il suo grido contro la malattia principale: la “finzione”. Uno stato d’essere, anzi un non essere, che ravvisava nella società a lui contemporanea: nei valori, nelle credenze, nelle idee. Tutto era una maschera. Ed egli si aggirava nelle scintillanti strade di quella Tokio del dopoguerra, tra i grandi palazzi sorti dopo il ’45, nei negozi e passando in mezzo al frenetico via vai delle genti, vedendo maschere in ogni dove, su ogni volto, persino sul suo.

 

E dopo tanto successo, dopo tanti premi per i suoi romanzi, nella sua mente da scrittore si palesò l’idea che anche la parola e la scrittura sono una finzione, che l’unica verità si trova nel gesto, nell’azione. Come si ritiene nella tradizione giapponese, il samurai è “penna e spada”. Mishima ora voleva la spada: voleva agire. E’ su questa convinzione che nell’autunno del 1968 fonda il Tate no Kai, l’Associazione degli Scudi, un piccolo esercito non armato composto da cento uomini, in particolare giovanissimi universitari patrioti, che avevano l’unico compito di risvegliare lo spirito imperiale nel Giappone e lo spirito samurai nell’esercito, e i cui membri, per poterne far parte, dovevano svolgere un mese di addestramento nel Jetai, l’Esercito di Autodifesa.

 

“Sono stanco dell’ipocrisia del dopoguerra giapponese: non voglio assolutamente dire che il pacifismo sia un’ipocrisia, ma non credo che ci sia un altro paese all’infuori del Giappone in cui il pacifismo sia sinonimo di ipocrisia tanto per la sinistra quanto per la destra. In questo paese, nel quale non ci sono più grossi pericoli, il modo di vita da tutti rispettato è quello un po’ sinistroso dei pacifisti e dei sostenitori della nonviolenza. La cosa strana è che costoro criticano tutti tranne che sé stessi: il conformismo di simili intellettuali è senza limite. Io ritengo invece che gli intellettuali siano piuttosto delle persone che debbano condurre un modo di vita pericoloso. D’altra parte l’influenza degli intellettuali e dei salotti socialisti si è sviluppata in modo assurdo. Le madri urlano che non è lecito porre armi-giocattolo in mano ai loro bambini, che l’obbligo, alle elementari, di disporsi in fila e di essere contraddistinti da un numero sarebbe un rigurgito del militarismo, sicché i bambini inconsciamente si comportano come i deputati in seduta. Perciò tu come intellettuale è meglio che agisci secondo l’ideologia, così ti diranno alcuni. Ma io come letterato mi sono accorto che in Giappone ogni linguaggio è diventato leggero, è un’imitazione trasparente, simile al marmo plastico e che un’idea è usata per nascondere altre idee, un alibi buono per scappare e nascondersi dappertutto. In tutte le parole si è infiltrata l’ipocrisia. Come scrittore credo che la letteratura sia un mondo assolutamente senza relazioni con le battaglie o le responsabilità. (…) al fine di far rinascere una nuova tradizione giapponese ed una nuova tradizione di amore al combattimento, al samurai occorre agire facendo a meno del linguaggio e delle regole. (…) Con la prosperità economica, la maggior parte dei giapponesi é divenuta mercante e i bushi sono andati in declino e sono scomparsi. L’idea di rischiare la propria vita per le proprie convinzioni è ora fuori moda. Il pensiero è divenuto una difesa che assicura l’incolumità del corpo. Gli intellettuali finalmente si accorsero (ma ormai era tardi) che per difendere la proprie idee bisogna essere pronti a sacrificare la propria vita, soltanto quando gli studenti – erroneamente ritenuti i tranquilli prosecutori dell’opera dei Maestri – li affrontarono all’improvviso con spaventosa violenza. Le ribellioni studentesche attuali danno l’impressione che contro i sofisti di Socrate che avevano confinato i giovani nell’agorà, la stessa agorà si sia sollevata in rivolta. Ma io credo che i giovani debbano compiere un cammino diviso in parti uguali fra l’agorà e la palestra, non essendo solo studenti: tutti gli intellettuali dovrebbero essere così. Penso che sia sbagliato difendere la discussione con la discussione: l’idea si difende col proprio corpo, con le arti marziali. (…)”. Così scriveva Mishima del suo Tate no Kai in Lezioni Spirituali per giovani Samurai.

 

Il Giappone di quegli anni era un paese in cui le vivacità ideali si accendevano e divenivano scontri di piazza, come in gran parte del mondo nel ‘68. Le proteste universitarie, le occupazioni delle università, i giganteschi disordini nelle strade tra polizia e manifestanti durante le marce dei movimenti comunisti. Ad ogni evento critico Mishima sperava che il Governo potesse chiamare in aiuto delle forze dell’ordine, l’esercito e gli uomini del Tate no Kai impazienti di far ripristinare l’essenza attiva e presente delle forze armate nella società giapponese, così come era sempre stato e che dalla disfatta del ’45 non era più con la demilitarizzazione dello Stato nipponico. Ma quel momento non arrivava mai. Il Governo, la politica politicante, non era intenzionato a ridare una tale importanza ad un esercito che nella nuova Costituzione era relegato, con una formula passivizzante e immobilizzante, ad essere solo una formale entità di “autodifesa”.

 

Nell’animo di questo inquieto scrittore, si fece strada l’idea che l’azione dovesse avere un fine: tradursi in qualcosa di concreto.

 

Come già accennato poc’anzi, l’azione, l’agire, erano divenuti un bisogno, un culto per quest’uomo della scrittura. La bellezza dell’azione e la bellezza nell’azione: in Lezioni Spirituali per giovani Samurai, si delinea bene l’esigenza di Mishima. La perfezione del samurai, la cura nel vestirsi ed in ogni suo portamento, unito alla prontezza dello scontro in ogni momento. La bellezza del gesto creatore e distruttore del samurai, improntato ad essere sempre l’ultimo. “La via del samurai è la morte”, scriveva Yamamoto Tsunetomo samurai e filosofo giapponese. In ogni istante della vita di un samurai, tutto doveva essere studiato strategicamente per essere vissuto come fosse l’ultimo momento su questa terra. Persino il bere tè, lo Cha no yu, che non è un semplice sorseggiare tale bevanda, ma una Cerimonia del tè. Mishima ricercava la bellezza, l’azione e la morte. Come un fuoco di artificio, egli voleva esplodere nella notte, illuminare il cielo per un istante e nel buio scomparire. “Il valore di un uomo si rivela nell'istante in cui la vita si confronta con la morte”, affermava Mishima sempre in Lezioni Spirituali per giovani Samurai. Egli era stanco della tragedia della sua vita, della sua vita nella modernità del Giappone. Ed ora l’azione doveva rivolgersi a qualcosa di grande ed unico; un qualcosa che potesse avere una bellezza irripetibile ed una fine assoluta come quella di un fuoco di artificio: “La maggior sciagura per un uomo d'azione è di non morire, neanche dopo aver raggiunto un ultimo punto giusto”. E quest’”ultimo punto giusto” Mishima lo stabilì per quel fatidico 25 novembre del 1970.

 

In quel giorno Yukio Mishima si presenta con i suoi quattro più fidati membri del Tate no Kai, all'ufficio del generale Mashita dell'Esercito di Autodifesa a Tokio. Sono tutti vestisti con le uniformi dell’associazione, che ricordano le vesti imperiali dell’esercito durante il secondo conflitto mondiale. Dopo gli iniziali convenevoli, Mishima attende che nella stanza non vi fosse nessun’altro all’infuori di loro e del generale. Chiusasi la porta dell’ufficio passano alcuni interminabili secondi, poi Mishima da il segnale ai suoi sottoposti. Il generale viene sequestrato e l’ufficio occupato. Gli uomini dell’esercito sentiti i trambusti, accorrono alla porta dell’ufficio e trovandola chiusa tentano di sfondare la vetrina. Ai loro occhi appare la scena del generale legato ed imbavagliato con un pugnale puntato al collo. Mishima parla: “Non verrà torto un capello al generale se entro un’ora saranno radunati i soldati della caserma davanti la piazza antistante l’edificio. Ma se al termine dell’ora le mie richieste non saranno soddisfatte, ucciderò il generale e mi toglierò la vita”. I militari allarmati e confusi, danno l’ordine di radunare gli uomini di fronte l’edificio. Poco dopo decine e decini di soldati affollano la piazza.

Mishima si affaccia dal balcone dell’ufficio, la fierezza solca il suo viso. Stretta alla sua fronte vi è la Hachimaki, la bianca benda della concentrazione e del sacrificio. Il suo sguardo è solenne. Un respiro profondo per riempire i polmoni d’aria e poi la fuoriuscita delle parole come un fiume quando rompe i suoi argini: «Abbiamo visto come il Giappone del dopoguerra per seguire l’infatuazione della prosperità economica, abbia dimenticato i grandi fondamenti della nazione; lo abbiamo visto perdere lo spirito nazionale e correre verso il futuro, senza correggere il presente; lo abbiamo visto piombare nell’ipocrisia e precipitare nel vuoto spirituale. Abbiamo assistito stringendo i denti, al gioco della politica interna a dissimulare le contraddizioni, mentre sprofondava nell’ipocrisia e nella bramosia di potere. Abbiamo assistito alla difesa dei particolarismi e degli interessi personali. Abbiamo visto affidare a Paesi stranieri i piani riguardanti i prossimi cento anni della Nazione; abbiamo visto l’umiliazione della disfatta nascosta per non essere cancellata, e gli stessi nostri connazionali profanare la storia e le tradizioni del Giappone. Abbiamo sognato di vedere i veri Giapponesi e lo spirito dei veri samurai sopravvivere nel Jieitai».

I militari guardano basiti questo letterato che sembra parlare loro dalla cima di un monte innevato. «L’esercito che dovrebbe tenere in gran conto l’onore è stato oggetto di un inganno quanto mai malvagio. Il Jieitai ha continuato a portare il disonore della Nazione dopo la sconfitta. Non è stato riconosciuto come esercito nazionale, nè come nucleo su cui costruire un corpo armato; è diventato una specie di abnorme forza di poliziaSiamo furibondi per il troppo lungo sonno del Giappone del dopoguerra. Abbiamo creduto che il risveglio del Jieitai corrispondesse al momento del risveglio del Giappone!… Quando giunge il momento in cui le forze di polizia non riescono più a difendere la struttura politica, la Nazione si sente protetta grazie all’azione delle forze armate e queste riacquistano il loro valore originario. Tale principio fondamentale, consiste esclusivamente nel “difendere la storia, la cultura e le tradizioni del Giappone fondate sull’Imperatore”».

Da sotto l’edificio cominciano ad udirsi dei fischi e degli schiamazzi contro le parole dell’oratore, ma Mishima non desiste e con voce ancora più alta prosegue la sua battaglia di sincerità: la sincerità del guerriero di fronte la morte. «Il Jieitai si è lasciato sedurre dalle lusinghe dei politici e percorre un sentiero che lo conduce all’autoinganno e all’autodissacrazione più profonda. Si è forse corrotto il suo spirito? Dov’è finito lo spirito dei samurai!? Il Jieitai è diventato un enorme arsenale privo di anima… E’ evidente che l’America non desideri che un esercito giapponese veramente autonomo difenda il territorio del nostro paese. Se il Jieitai non riacquisterà la propria autonomia entro due anni, rimarrà per sempre, come afferma la sinistra, mercenario dell’America».

I militari non vogliono più ascoltare e risate di derisione si riversano sullo scrittore, sul patriota, sull’uomo, che dall’alto di quell’immaginifica bianca vetta non vuole cedere. Il sole è nel suo punto più alto e scalda il volto di un Mishima che sa di non avere più un domani. Bellezza e azione: Mishima realizza il suo più ardente desiderio: vivere nell’azione. Ma il fuoco di artificio ora deve esplodere: manca la morte.

«Abbiamo aspettato quattro anni. L’ultimo anno con ansia. Ora non possiamo più aspettare! Non possiamo più aspettare qualcuno che continua a rinnegare se stesso. Tuttavia aspetterò ancora trenta minuti. Gli ultimi trenta minuti! Insorgeremo insieme e moriremo insieme per la giusta causa. Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! E’ bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l’esistenza di un valore superiore all’attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! E’ il Giappone! E’ il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo. Non c’è nessuno tra voi che desideri morire per sbattere il proprio corpo contro quella Costituzione che ha evirato il Giappone? Se c’è, che sorga e muoia con noi! Abbiamo intrapreso questa azione spinti dall’ardente desiderio che voi, che avete uno spirito puro, possiate tornare ad essere veri uomini, veri samurai!».

 

Mishima rientra nell’ufficio e nel silenzio attende insieme ai suoi uomini quei trenta minuti. Alla passaggio della mezz’ora da dentro l’ufficio del generale Mashita si ode il canto funebre “Tenno Heko Banzai”.

Per Mishima la Tradizione, il Giappone e la parola data del samurai, non sono uno scherzo. Il quarantacinquenne romanziere si inginocchia, denuda il petto e l’addome scultorei, con la mano destra impugna il wakizashi, l’arma del rituale del seppuku (il suicidio del samurai). Tutta la storia persa della sua nazione egli la vuole riunire in quel singolo istante. Punta la fredda lama sulla sinistra del ventre e prendendo un grande respiro si ferma un attimo: un attimo di pace per preparare la sua anima a lasciare il corpo che lo ha ospitato. Dietro di lui c’è il fidato Masakatsu Morita, il suo allievo migliore, pronto a scoccare il colpo di spada al collo dell’amato e venerato maestro e capo, per non farlo soffrire a lungo. Un ultimo istante e tutto sembra fermarsi: il silenzio pervade l’aria circostante. Tutti i presenti guardano con apprensione e onore quest’uomo pronto a morire per quello in cui crede. Mishima urla un grido di sfogo e la lama oltrepassa la sua carne. Fuori il sole si porge a metà nell’orizzonte: dicono che era un tramonto, ma in quel giorno di quarantasette anni fa il disco solare si porse a sol levante.

 

Federico Pulcinelli – Agenzia Stampa Italia

 

 

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