napolitano1(ASI) Roma – A seguito dell’intervista del Presidente emerito della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, rilasciata a La Repubblica sul tema della Libia, si è scatenato un duro giro di colpi e contraccolpi nella politica italiana.

L’ex-Presidente Napolitano ha dichiarato nell’intervista che, seppur con la riluttanza dell’allora Premier Silvio Berlusconi, a decidere l’appoggio dell’Italia all’intervento NATO contro la Libia fu il Governo del tempo.

 

Le dichiarazioni hanno suscitato critiche da parte del centrodestra. Renato Schifani, all’epoca Presidente del Senato, in una dichiarazione rilasciata a Il Giornale afferma che la consultazione informale di emergenza, che si tenne in coincidenza con la celebrazione al Teatro dell'Opera dei 150 anni dell'Unità d'Italia, fu “Una situazione complicata e fu in quel clima di ansia che Napolitano fece il passo decisivo. Disse testualmente: “l'Italia non può rimanere fuori””, mentre Berlusconi “Soffriva, era visibilmente contrariato, stava quasi male. Si capiva benissimo che non condivideva per niente quella posizione.”, ma il Presidente della Repubblica “…che era capo supremo delle Forze armate, con quell'intervento chiuse la discussione…”. Renato Brunetta, capogruppo alla Camera per Forza Italia, dalla sua pagina Twitter scrive che “Berlusconi nel 2011 si oppose a intervento in Libia. Napolitano fu complice di Sarkozy e Cameron e traditore degli interessi nazionali”. Lo stesso Silvio Berlusconi, in un’intervista a La Stampa, asserisce che “Non mi piacciono le ricostruzioni interessate e autoassolutorie. Per fortuna il tempo è galantuomo. L'importante è che Napolitano abbia riconosciuto che ero contrario all'intervento militare in Libia”.

 

Ma le dichiarazioni che hanno sortito l’effetto di benzina sul fuoco, sono state le parole del leader della Lega Nord Matteo Salvini. Dal suo profilo Twitter il segretario leghista scrive che “Napolitano non dovrebbe essere intervistato, pagato e scortato, dovrebbe essere processato”. Queste dichiarazioni hanno suscitato lo sdegno di molte realtà politiche, in particolare del centrosinistra, e anche istituzionali con la Presidente della Camera, Laura Boldrini, che sempre da Twitter scrive che “Da Salvini offese a ruota libera solo per far parlare di sè. Metodo insopportabile e spregevole. La mia solidarietà a Giorgio Napolitano”.

 

Aldilà del dibattito di chi sia o meno la responsabilità di aver fatto partecipare l’Italia all’attacco della Libia, sembrano destare più tosto stupore alcune dichiarazioni di Giorgio Napolitano sul bombardamento della fu Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista del Rais Mu'ammar Gheddafi, fatto solo in nome della difesa dei “diritti umanitari”. Infatti l’ex-Capo dello Stato nell’intervista afferma che “Il protagonista dell'intervento in Libia fu fondamentalmente l'Onu. Non ci fu una decisione italiana a se stante. C'era stato dapprima un intervento unilaterale francese con l'appoggio inglese. Non interessa ora indagare sui motivi che spinsero Sarkozy a iniziare in tal modo l'attacco alla Libia di Gheddafi. Quella iniziativa intempestiva e anomala fu superata da altri sviluppi”. Per poi proseguire dicendo “L'Italia era interessata a che il da farsi sul piano internazionale in difesa dei diritti umani e del movimento della primavera in Libia non rimanesse oggetto di una sortita francese fuori di ogni regola comune, ma si collocasse nel quadro delle direttive dell'Onu e nell'ambito di una gestione Nato”, e che “In quel 2011 era in gioco in Libia e altrove la garanzia del rispetto dei diritti umani e della legislazione internazionale ad essa ispirata. Ancor oggi è troppo facile giudicare sommariamente un errore l'intervento Onu in Libia. Quale fosse l'alternativa all'intervento sulla base della Carta delle Nazioni Unite, nessuno è in grado di indicarlo seriamente”. Un Napolitano molto idealista si potrebbe osservare. Nelle sue parole trovano posto solo la salvaguardia dei diritti umani, nulla in riferimento al quadro degli enormi interessi geopolitici e geoeconomici che riguardavano la questione libica. Leggendo le parole del Presidente emerito si ha quasi l’impressione che l’unico fine dell’attacco alla Libia, fosse solo il rispetto della vita umana. E se a qualcuno può passare per la mente che vi siano stati ben altri interessi, ad esempio per la Francia, dietro questa facciata di bontà e dirittoumanitarismo, Napolitano si precipita a dire che “Non interessa ora indagare sui motivi che spinsero Sarkozy a iniziare in tal modo l'attacco alla Libia di Gheddafi”, perché – come pocanzi detto – quella vicenda fu “superata da altri sviluppi”. Si, un Giorgio Napolitano idealista puro: e gli idealisti puri spesso commettono l’errore di ritenere che le loro azioni, o dei loro alleati, siano sempre a fini di bene e prive di zone d’ombra. Napolitano si fida altamente dei suoi partner europei o alleati NATO, perché secondo egli i loro intenti erano mossi dal rispetto dei diritti umani.

 

Una ricostruzione si potrebbe dire “limpida” di tutta la questione libica. Ma quando ci sono di mezzo interessi geopolitici e geoeconomici dell’enorme portata come era per la Libia, di limpido c’è fin poco.

Quello che si può dire con certezza è che l’Italia, e di questo va dato atto che il grande merito è di Silvio Berlusconi, era ormai de facto la prima partener politica ed economica con la Libia. Con il Trattato di Bengasi, firmato il 30 agosto 2008, voluto dal Governo Berlusconi e Gheddafi, l’Italia e la Libia stabilivano un rapporto di amicizia e cooperazione tra di esse. Con tale trattato, la Repubblica italiana non solo riconosceva allo Stato libico dei risarcimenti per l’occupazione coloniale, ma diveniva un forte collaboratore di Tripoli cogliendo importanti traguardi economici. Infatti nel triennio 2008 - 2010, ben 40 miliardi di euro sono stati scambiati tra Italia e Libia, traducibili – in particolare – in investimenti libici nel sistema bancario italiano e delle telecomunicazioni. Il Trattato ha inoltre aperto le porte a commesse da distribuire tra gli investitori italiani, come 2,3 miliardi di euro per la costruzione dei 1.700 chilometri dell'autostrada costiera libica. E inoltre si consolidò maggiormente il rapporto di forniture di energia (gas e petrolio) che dalla Libia partiva per giungere fino in Italia. Il Trattato che il Governo Berlusconi aveva stipulato, era riuscito anche nella grande impresa di fermare le partenze dei barconi carichi di immigrati clandestini. Precisamente con il pagamento dei 5 miliardi di dollari alla Libia come compensazione per l'occupazione militare, le autorità libiche si erano fattivamente impegnate a fermare la tratta marittima dei clandestini che partivano dalle loro coste.

 

Con questo rapporto di amicizia e cooperazione con la Libia, l’Italia non solo si sarebbe potuta dare una più ampia forza economica e forza energetica, ma stava ritornando protagonista nel Mediterraneo: avendo uno stretto rapporto con uno degli Stati più potenti del continente africano, come era allora la terra di Gheddafi. Una posizione quella italiana che molto probabilmente era inviso a qualcuno dei famosi “partener europei”. Sta di fatto che non appena la “Primavera araba” colpì anche la Libia, un’attenzione particolare si produsse su di essa da parte francese ed inglese. Un’attenzione che non fu data, ad esempio, per quanto stava accadendo contemporaneamente in Tunisia ed Egitto, e che ha il suo equivalente anche per quanto è stato ed è la questione siriana: e che, tra l’altro, questo atteggiamento interventista è stato usato solo alle due Nazioni arabe alquanto sovrane e spesso ostili ai voleri occidentali. Certo si potrà asserire che il Governo di Tripoli, come quello di Damasco, utilizzasse le armi e l’esercito per sedare le rivolte. Ma siccome gli interessi sono troppi e soprattutto l’azione della Francia e dell’Inghilterra è stata fin troppo celere e priva inizialmente di permessi unanimemente riconosciuti, come ha precisato Napolitano, che tutto questo umanitarismo ritrovato a Parigi e a Londra desta alquanto sospetto.

 

Ormai è ampiamente riconosciuto che Francia ed Inghilterra hanno agito in particolare per guadagnarci nel loro interesse nazionale da un cambiamento di poteri a Tripoli. Sono stati i primi Stati ad appoggiare l’Esercito Nazionale di Liberazione Libico”, le forze armate dei ribelli a Gheddafi, e dargli supporto nella guerra civile. E a pensare che tutto questo sia stato fatto solo per bontà umanitaria, si pecca d’ingenuità. Molto probabilmente l’obbiettivo era quello di spostare il primato italiano a favore di qualche altro “partner europeo”.

 

Altro che “Non interessa ora indagare…”, qui necessita la serietà storica e politica di ricostruire quanto è successo in quegli anni e di cui l’Italia paga ancora gli esiti. Il disastro immigratorio scaturito dal disastro libico è infatti oggi solo sulle spalle dell’Italia, la quale non ha avuto un intervento d’aiuto celere e fulmineo da parte della “umanitariste” Francia e Inghilterra, a dispetto di quella velocità che contraddistinse la Repubblica francese per il bombardamento in Libia. I disastri di quella “esportazione di libertà” li vediamo oggi, forse Napolitano – nella sua decantazione della questione libica come missione internazionale a sostengo dei diritti umani – si riferiva a questo quando parlava di “altri sviluppi”?

 

Si, pecca davvero d’ingenuità chi non riesce a vedere un progetto più ampio in Libia dei meri diritti umani. Ad essere maliziosi, si potrebbe anche pensare che questa ingenuità e prontezza nel non volere indagare possa nascondere un timore di scoperchiare le tante verità nascoste sulle quali c’è anche il rischio di trovare nomi altisonanti e scomodi. Ma questo è solo un mero pensiero.

 

Comunque c’è ancora un tassello importante, ma che spesso viene dribblato da buona parte della politica nostrana. Con il Trattato di Bengasi del 2008, l’Italia e la Libia si erano promesse reciproco rispetto militare. Infatti nella seconda parte dell’articolo 4 del Trattato si legge che “Nel rispetto dei principî della legalità internazionale, l’Italia non userà, ne permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia e la Libia non userà, né permetterà, l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro l’Italia”. Dunque lo Stato italiano non ottemperò a questo punto, ma anzi ha appoggiato l’attacco militare di quello che era un suo alleato, mettendo a disposizione delle forze sotto mandato ONU sette basi militari – come la Base aerea di Sigonella – per il decollo dei jet militari o dei droni diretti in Libia. Certo, si potrà far notare che l’articolo 4 era coerente non rispettarlo per la presenza nel Trattato anche dell’articolo 6 inerente al rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali: “Le Parti, di comune accordo, agiscono conformemente alle rispettive legislazioni, agli obiettivi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”. Infatti all’epoca l’Italia ritenne chiuso il rapporto di amicizia e cooperazione, proprio a causa del non rispetto dei diritti umani da parte del Governo libico. A parte il fatto che diversi commentatori di diritto internazionale, come Natalino Ronzitti, hanno rimarcato come una denuncia o sospensione unilaterale del trattato da parte dell'Italia sarebbe contraria al diritto dei trattati, bisogna dire che quello che è successo in Libia in riguardo a fantomatiche “prove” del non rispetto dei diritti umani, di foto di innumerevoli civili libici morti e messi in fosse comuni – fatte passare su ogni telegiornale italiano ed estero – poi rilevatesi dei falsi clamorosi, di video realizzati dai ribelli anti-Gheddafi che attestavano le violenze dell’esercito lealista poi rilevatisi dei falsi anche essi, ha poco di chiaro o certo. A orami 6 anni dalla guerra in Libia, vi è l’esigenza di dire che le operazioni militari contro la Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista sono state compiute frettolosamente e sulla base di poche certezze. Un modus operandi che è stato già provato tempo prima con l’Iraq dei Saddam Hussein e le sbandierate prove alla mano di possesso di armi di distruzione di massa da parte del regime, poi rilevatesi false; e che vi era il rischio che venisse provato ancora contro la Siria di Bashar al-Assad. Dopo 6 anni dalla guerra in Libia vi è l’esigenza di dire che di “umanitario” vi era veramente poco, e che se si vuole capire qualcosa di tutta questa storia allora bisogna indossare le lenti degli interessi geopolitici e geoeconomici. Dopo 6 anni si ha l’esigenza di dire che più doveva essere fatto per accertarsi della verità e che l’Italia in ciò doveva essa svolgere un ruolo fondamentale, nel rispetto – realmente – dei diritti umani e dei suoi interessi nazionali, facendo rispettare de facto quell’articolo 4 del Trattato di Bengasi e dando un chiaro messaggio ai suoi alleati di rispetto degli interessi italiani, come nello stesso modo Bettino Craxi fece rispettare la sovranità nazionale italiana a Sigonella nel 1985 rimandando a casa gli americani e le loro arroganti pretese. Ma come ha detto Napolitano “Non interessa ora indagare…”.

 

Federico Pulcinelli – Agenzia Stampa Italia

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