StragediBologna (ASI) Chieti – Il 2 agosto è l' anniversario della “Strage di Bologna” del 1980, il più sanguinoso attentato terroristico compiuto in Italia dal secondo dopoguerra ad oggi, che ufficialmente è stato considerato un attacco di matrice neofascista alla “rossa” città di Bologna, ma su cui lo scrittore teatino Marino Valentini ha dato una sua interpretazione storica differente nel suo nuovo libro che è in stampa "Il Patto Tradito" (una cui anteprima è uscita sul suo blog "Il Big8 "), rispolverando la pista palestinese e l'accordo sotterraneo fra l'Italia, rappresentata dal Ministro degli esteri Dc Aldo Moro (tragicamente ucciso nel maggio1978) e i Palestinesi. Il Valentini, parla di una sentenza del Tribunale di Chieti nel 1979 che, addirittura, avrebbe spezzato gli equilibri e provocato gli attentati per ritorsione.

A tal proposito, noi abbiamo posto alcune domande a Marino Valentini per comprendere meglio la sua posizione su questa tragica vicenda.

Che idea si è fatto della “Strage di Bologna”? “Secondo me, come ho scritto nel mio libro “Il Patto Tradito”, la matrice neofascista o pù in generale politico - ideologica, è servita solo a celare qualcosa di terribilmente grosso che trasformò Bologna nel capro espiatorio di una ritorsione fatta all’Italia, rea di essere venuta meno ad un accordo segretissimo stipulato con le autorità palestinesi dal Ministro degli Esteri Italiano, Aldo Moro, nel 1973”.

Di che parla esattamente? “Parlo del cosiddetto “Lodo Moro”, un accordo su cui vigeva il segreto di stato, stipulato fra il governo italiano e il “Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina”, siglato nell'autunno del 1973 durante la Guerra del Kippur. Il patto, confermato negli anni attraverso testimonianze di politici e agenti dei serivzi segreti, come dichiarato anche da Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione Stragi dal 1994 al 2001, prevedeva che l'OLP di Yasser Arafat, non avrebbe compiuto attentati sul suolo italiano e noi avremmo consentito il passaggio di armi e la liberazione degli agenti palestinesi catturati sul territorio nazionale. Anche Aldo Moro ne parla nelle lettere scritte durante i suoi giorni di prigionia”.

Lei nel suo libro parla di una decisione presa dal Tribunale di Chieti che potrebbe aver innescato indirettamente la Strage di Bologna. Di che cosa si tratta? “Ad accendere la miccia, potrebbe essere stata una condanna penale di un agente palestinese da parte del Tribunale di Chieti.”

Ci racconti meglio l'antefatto... “Ai primi di novembre del 1979, a seguito di un controllo dei Carabinieri di Ortona (Ch), vennero trovati e sequestrati due lanciamissili di fabricazione sovietica in una macchina occupata da tre autonomi della sinistra romana, Daniele Pifano, Giorgio Baumgartner e Luciano Nieri che vennero condotti in caserma ed interrogati. In quei giorni, tra l'altro, era attraccata nel porto ortonese una nave libanese dove fra l'equipaggio c'era il trafficante di armi Nabil Kaddoura che il 7 novembre aveva effettuato una conversazione telefonica con un numero di un cittadino giordano che studiava e viveva a Bologna, tale Abu Saleh. Anche nell'agenda telefonica di uno degli autonomi romani fermati, Nieri, i Carabinieri trovarono il numero di telefono dello stesso studente giordano, domiciliato a Bologna. Subito, per ordine del Pubblico Ministero della Procura della Repubblica di Chieti, il Dott. Anton Aldo Abrugiati, Abu Saleh venne arrestato a Bologna con l'accusa di traffico di armi da guerra e rinchiuso insieme ai tre autonomi romani nella Casa Circondariale di Madonna del Freddo a Chieti. La nave battente bandiera libanese con a bordo Kaddoura, invece, prese il largo”.

E a questo punto che cosa successe?

“Durante la perquisizione nell’abitazione dello studente universitario trentenne Saleh vennero rinvenuti due passaporti, uno libanese e l'altro yemenita, ma, soprattutto molta documentazione riconducibile al Fronte Popolare per la liberazione della Palestina. Tra i numeri di telefono fu ritrovato quello di Baumgartner, quello del terrorista internazionale Carlos e quello del Colonnello del Sismi Giovannone. Venne scoperto che Saleh era di fatto l'agente del Fronte Popolare”.

Che rapporti potevano esserci, secondo lei, fra l'agente segreto palestinese e il Sismi italiano? “Negli anni Settanta del Novecento furono molti gli episodi di indulgenza italiana verso agenti palestinesi arrestati perché trovati in possesso di armi od esplosivo. Sicuramente, fondamentale per capire la vicenda è l'episodio del 5 settembre del 1973, quando in un appartamento di Ostia (Roma) in cui vivevano cinque arabi, vennero rinvenuti due missili “Strela”. Gli Arabi vennero arrestati e processati. Il 17 dicembre 1973, a processo in corso, ci fu un attentato all'aeroporto di Fiumicino, dove morirono ben 32 persone in seguito all'attacco di un commando palestinese. A seguito della strage, due arabi vennero immediatamente rilasciati e tornarono in Medio Oriente a bordo del velivolo militare “Argo 16” che dopo questa missione, precipitò misteriosamente, poco dopo, nei pressi di Porto Marghera. Mentre, gli altri tre arabi arrestati vennero scarcerati e fecero perdere le loro tracce, rilasciati col pagamento di una cauzione, in realtà pagata dai servizi segreti italiani per una cifra pari a 60 milioni di lire dell'epoca nel febbraio 1974”.

Ma, ancora non ci ha spiegato: cosa c'entra la città di Chieti con questa storia?

“A Chieti, il 17 dicembre 1979, si celebrò il processo per direttissima per i missili rinvenuti ad Ortona, contro i tre autonomi italiani, e i mediorientali Saleh e Kaddoura. Durante il processo, il Comitato Centrale del Fronte Popolare” di George Habbash, inviò una lettera al Presidente del Tribunale teatino, il Dott. Federico Pizzuto, con la quale si chiedeva la liberazione degli imputati e la restituzione delle armi, ricordando il rispetto degli accordi presi a livello governativo. La lettera terminava col desiderio di voler restare amici del Popolo Italiano. La difesa degli imputati chiese di far testimoniare finanche il Presidente del Consiglio dell'epoca, Francesco Cossiga, esponenti dei servizi e l'ambasciatore italiano a Beirut, ma il tribunale teatino respinse ogni istanta degli imputati e li condannò a sette anni di detenzione. La stessa linea ferma fu tenuta pure in appello dalla Corte di L'Aquila il 2 luglio 1980, un mese esatto prima della strage alla stazione di Bologna. Ci furono una serie di contatti per ricucire lo strappo fra le autorità palestinesi e l'intelligence italiana, anche perché si temeva una rappresaglia da parte del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, come avvenuto nel 1973 a Fiumicino. Le trattative durarono fino al 1 agosto 1980, e il giorno successivo la stazione di Bologna saltò in aria. Saleh venne scarcerato il 14 agosto 1981 con ordinanza della Corte di Appello di L'Aquila a seguito di pronuncia della Corte di Cassazione dell'8 agosto”.

Quindi, lei è proprio convinto che dietro la Strage di Bologna ci sia una matrice palestinese?

“Secondo la mia ricostruzione storica sembrerebbe proprio così, infatti negli anni Novanta quando saltarono fuori le schede del “Dossier Mitrokhin”, diverse personalità che avevano ricoperto incarichi importanti nello Stato, come l'ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, sembrò cambiare il suo iniziale parere, cominciando ad ammettere che forse si era presa una cantonata seguendo la pista neofasciata per l'attentato alla stazione di Bologna, nonostante le condanne definitive di Luigi Ciavardini, Giusva Fioravanti e della teatina Francesca Mambro. Tra l'altro,vorrei far notare che il 2 agosto 1980 era presente a Bologna Thomas Kram, un uomo legato allo stragista internazionale per eccellenza, il Venezuelano Ilich Ramirez Sanchez, famoso col soprannome di “Carlos lo Sciacallo” che lavorava per il Fronte Palestinese di Habbash e che tra le sue fila aveva arruolato anche lo studente Abu Saleh. Quindi, probabilmente, i magistrati che indagavano sull'attentato alla stazione del capoluogo emiliano, hanno abbandonato troppo in fretta la pista palestinese”.

Cristiano Vignali – Agenzia Stampa Italia

 

 

Breve presentazione dello scrittore Marino Valentini, autore del libro in stampa "il patto tradito"

marinovalentiniNato nel 1961, sposato, due figli, per circa venticinque anni ha lavorato presso una locale banca dove ha rivestito il ruolo di Direttore di Filiale. Attualmente è libero professionista quale consulente in materia bancaria, specialmente per l'emersione di abusi in danno dei cittadini, come anatocismo ed usura. E' l’ideatore del Marrucinum, il progetto di moneta complementare nella città di Chieti. Ha scritto gli inediti “Onirica” e “Accordo suicida” ed i saggi “La Congiunzione perfetta”, “Il Patto tradito” e “Il Naufragio dell’Utopia”, con il quale nel 2015 ha vinto il premio nazionale “La valigia di cartone”, mentre, al momento, è in procinto di ultimare la dissacrante “Storia semiseria della Città di Chieti”.

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