riforma(ASI) Il “Corriere della Sera” titola: “Il PD deve rilanciare l‘agenda delle riforme”. Il giornalista, nell’articolo, si riferisce a quelle messe in cantiere da Matteo Renzi e ancora da definire, e non si è accorto che quelle definite sono state tutte bocciate.                                                                                                                                              

Cominciando, naturalmente, dall’Italicum e dalla riforma Madia, bocciate dalla Corte Costituzionale, alla riforma costituzionale bocciata con il referendum dai cittadini, alla “buona scuola” e a tutto il resto: un disastro. Come il terremoto: ha lasciato solo macerie. A proposito del terremoto c’è da dire che, come Paese, abbiamo toccato il fondo. Certo, con queste mezzecalzette, la scarsissima classe politica che abbiamo, era inevitabile, non si poteva immaginare, però, che arrivassero fino a questo punto. Erano andati tutti sui luoghi disastrati, da Mattarella, a Grasso, da Renzi a Gentiloni, alla Boldrini, la presidente della Camera, avendo capito subito quali erano i bisogni di chi aveva perso tutto, ha pensato, con incredibile acume, di invitarli a Montecitorio per il concerto di Natale. I terremotati, invece, volevano altro, così, dopo cinque mesi persi inutilmente ad invocare “aiuto” sono stati costretti ad andare a Roma, in corteo (diventato il “corteo della vergogna”), per gridare tutto il loro sdegno per l’abbandono e la mancanza delle risorse necessarie per sopravvivere. E le giustificazioni, che i politici ripetono all’infinito in Tv, sono ancora più irritanti: la colpa è sempre della burocrazia. Ma quelle leggi chi le ha fatte? I conduttori dei vari programmi televisivi si guardano bene dal porre questa semplicissima domanda ai politici di turno. C’è la protezione civile, l’immancabile anticorruzione di Cantone, la prefettura, la regione, il sindaco, una catena interminabile che provoca infiniti disagi. Certo sono state procedure concepite in maniera così complessa e ingarbugliata anche per cercare di arginare il fenomeno della corruzione. Perché la corruzione a noi cittadini, che paghiamo i tributi fino all’ultimo centesimo, costa 60 miliardi di euro l’anno, 1.000 euro a testa, e ci colloca al 60° posto nel mondo, peggio di noi in Europa, solo Grecia e Bulgaria. Ma perché non siamo in grado, non dico di sconfiggere, ma almeno di arginare in qualche modo la corruzione? Semplice, quasi banale, la risposta: perché i corrotti e i corruttori sanno per certo, salvo casi rarissimi, che servono solo a confermare la regola, che non pagheranno mai, non restituiranno quello che hanno rubato e non faranno mai se non (anche questo in casi eccezionali) al massimo qualche giorno di carcere. Perché per loro è stata predisposta una subdola e robusta rete di protezione. Che ha il suo punto di forza nelle lungaggini giudiziarie e nella prescrizione. Ci sarebbero le intercettazioni telefoniche, ma incredibilmente il Parlamento le hanno rese più difficili. “La legge in vigore - si è lamentato giorni fa il procuratore di Udine - ne autorizza l’utilizzo soltanto in presenza di ipotesi di reato che prevedano un certo numero di anni di pena, e questo non ci aiuta. E’ anzi evidente - ha aggiunto il magistrato - come ci sia interesse a complicare l’attività inquirente e anche questo spiega perché la nostra macchina giri spesso a vuoto”. C’è, infine, come estrema ratio, la possibilità di ridurre drasticamente la pena con il patteggiamento.

Il primo presidente della Cassazione, Giovanni Canzio, in occasione dell’inaugurazione del nuovo anno giudiziario, ha fatto notare che in Cassazione solo lo 0,5% dei processi è per corruzione. Certo, che ci vanno a fare se hanno già risolto tutto prima. Poi ha auspicato “un’approfondita riflessione sull’efficacia delle misure preventive e repressive perché sia consentita l’emersione della corruzione nelle sue reali dimensioni”. Stia tranquillo il presidente, la riflessione la classe politica l’ha già fatta, e anche piuttosto bene, infatti i processi che vanno al macero sono oltre 130 mila all’anno. Questo dato, senza nemmeno arrossire, è stato fornito dal ministro della (cosiddetta) Giustizia, Andrea Orlando. Almeno 130 mila persone rimaste senza giustizia e con in mano le pesanti parcelle degli avvocati. Un Paese fatto su misura per i mascalzoni per non dire i delinquenti.

“La corruzione - spiega il procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi - è un fenomeno gravissimo perché s’intreccia con il fenomeno mafioso così che la mafia oltre ad avvalersi della tipica forza intimidatrice ha cominciato ad avvalersi anche della corruzione per raggiungere i propri scopi”. Così, aiutando i corrotti si aiuta anche la mafia: con una fava due piccioni.

Eppure, per combattere la corruzione basterebbero due interventi legislativi facilissimi. Per i reati della corruzioni, pur lasciando gli stessi tempi, i termini per la prescrizione non devono partire, come avviene oggi, dal giorno in cui il reato è stato commesso, perché, come tutte le persone di buonsenso capiscono, la scoperta non sarà, non potrà mai essere il giorno successivo, ma, nella migliore delle ipotesi, dopo alcuni anni, così che il reato sarà destinato, fatalmente, ad essere prescritto. Allora - è questa la riforma che attendono i cittadini onesti - i termini per la prescrizione devono partire dal momento in cui il Pubblico Ministero che indaga emette il primo avviso di garanzia. Oppure, come suggerisce l’Anm, la prescrizione si deve arrestare dopo la condanna di primo grado. La seconda riforma rivoluzionaria potrebbe essere quella di non applicare, a chi si rende responsabile di questi reati, gli attuali benefici di legge, quindi niente patteggiamento, niente sconti di pena, niente arresti domiciliari in villa, spesso costruita con i soldi della corruzione. Certo, si tratta di stringere sulla repressione, ma se si sa che il rischio di pagare è alto, le tentazioni diminuiscono. E, comunque, per il resto dei loro giorni vivrebbero con la spada di Damocle, il timore di poter essere scoperti in qualsiasi momento.

Un’altra piaga, altrettanto grave e virulenta, è l’evasione fiscale. Il rapporto del ministero dell’Economia su dati Istat segnala per l’Italia un’evasione oscillante tra i 255 e i 275 miliardi di euro, pari al 18% del Prodotto Interno lordo. Per un Paese come il nostro tra i più indebitati al mondo, i governanti che fanno? Tengono il sacco, come fanno con la corruzione. C’è anche un dato indecente, che dovrebbe imbarazzare le coscienze dei governanti, ma ce l’hanno? Il 79% del gettito Irpef è arrivato (nel 2013) dalle ritenute fatte dai datori di lavoro e dall’Inps così che è evidente, lo sostiene anche la Corte dei Conti, “una forte sperequazione tra il livello di contribuzione del lavoratore dipendente e di pensione e quello derivante dallo svolgimento di attività economiche indipendenti”.

Finora lo Stato ha combattuto contro gli evasori sempre con le armi giocattolo, con la lotteria degli scontrini, e gli spot pubblicitari, patetici e ridicoli, dando l’impressione (al solito popolo bue) di fare la faccia feroce ma in pratica favorendo ed incoraggiando l’esercito sterminato degli evasori che sono poi, con i corrotti e i corruttori, gli elettori di questa classe politica, lo zoccolo duro su cui poggia il loro consenso. L’Espresso - per chi volesse avvelenarsi il sangue - ha riportato, nel dettaglio, i condoni, le sanatorie, le leggi farraginose e contraddittorie che in qualche modo riescono a incoraggiare e favorire, l’evasione fiscale. Sarebbe giunto il momento di dire basta. Con due decisioni, rivoluzionarie anche queste, per sconfiggere in maniera efficace se non tutta, certamente una buona parte di evasione fiscale. Dopo aver fatto una significativa, opportuna e drastica riduzione delle aliquote Irpef per alleggerire le sofferenze di quel 79 % che porta il pesante fardello del mantenimento di questo Stato, e per non offrire alibi a nessuno, la legge potrebbe essere, più o meno, così concepita. “Nei confronti di tutti coloro che - svolgendo qualsiasi attività commerciale o esercitando libere professioni - sono tenuti alla emissione dello scontrino, delle ricevuta o delle fattura, che non provvedano al rilascio del documento fiscale come previsto dalla normativa vigente, è inflitta un’ammenda di 2.000 euro e la sospensione della licenza (o dall’Albo se si tratta di professionista, come avvocato, medico, commercialista, ecc.) di 15 giorni con l’obbligo dell’affissione sulla serranda, o sulla porta dello studio, di un cartello ben visibile e con la scritta a caratteri cubitali “chiuso per 15 giorni dal…al… per evasione fiscale. Firmato: Agenzia delle Entrate. In caso di recidiva, le pene sono raddoppiate. Se la trasgressione dovesse avvenire una terza volta, ci sarà il ritiro definitivo della licenza o la cancellazione del professionista dall’Albo”. Basterebbe una legge di questo tipo per far pagare a tutti le imposte, e per due semplici ragioni: la prima perché non sarebbe più conveniente non rilasciare lo scontrino o la fattura. La seconda perché ci sarebbe un forte deterrente dalla riprovazione dei cittadini, dalla gogna, una sanzione morale devastante per tutti, in particolare per i professionisti. Insomma, anche in questo caso, il combinato disposto potrebbe fare il “miracolo”. Pensate: il Pil potrebbe aumentare del 4% con la lotta alla corruzione e del 18% con la lotta all’evasione. Queste sì che sono le riforme semplici e facili che servono veramente al Paese, ma i “lor signori”, al di là dell’intollerabile bla bla che fanno in televisione, vogliono davvero far pagare i tributi a tutti? Vogliono davvero combattere la corruzione? Sono capaci, in un sussulto di serietà e coraggio, di approvare leggi di questo genere? Le risposte arrivano ogni giorno e sono purtroppo negative e scoraggianti. Certo che no. Un solo esempio. E’ prevista la detrazioni (19%) da fare nel modello della dichiarazione dei redditi (Unico o 730) delle spese funebri. Tutti sanno che non sono mai inferiori a 5.000 euro, ma spesso sono molto di più, ebbene l’importo massimo che è possibile dichiarare è di 1.550 euro (prima era di 1.549,37, lo hanno aumentato di 63 centesimi!). Non dico che le società di onoranze funebri facciano le fatture ridotte attorno alla somma detraibile, ma il sospetto c’è, e comunque non era più semplice e conveniente (per lo Stato, intendo) far detrarre tutte le spese senza mettere alcun limite, evitando così pericolose tentazioni? Chissà, sarà stato troppo facile e non ci avranno pensato.

Fortunato Vinci – Agenzia Stampa Italia         

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