(ASI) Abbiamo incontrato il giovane ricercatore dell’Isag Francesco Brunello Zanitti che ha da poco dato alle stampe, per i tipi della Fuoco edizione, il libro Af-Pak La sfida della stabilità che analizza le criticità legate all’attualità della politica afgana e pakistana. L’incontro è stato l’occasione per far luce su questa area molto controversa e provare a capire il futuro che nel medio termine attende la regione.
1. L'acronimo AF PAK è entrato in auge nell'ambito degli studi di politica internazionale durante l'amministrazione americana del Presidente Obama

AF PAK ha indicato, nello scenario degli ultimi dieci anni, una politica regionale ad opera delle maggiori istituzioni sovranazionali volta a stemperare il pericolo terrorista sul confine fra Pakistan e Afghanistan.

Potrebbe esporci le motivazioni che stanno alla base della scelta di tale neologismo per il suo ultimo libro, e gli approcci internazionali che ha utilizzato nella sua stesura.

Il neologismo Af-Pak considera i territori a ridosso del confine tra Afghanistan e Pakistan come un unico teatro di operazioni per motivi di carattere etnografico, sociale e geografico. Ritengo dunque che questo acronimo possa essere utilizzato per analizzare la contemporanea situazione afghana, data l’importanza del Pakistan nel contesto afghano e i legami tra questi due Paesi asiatici. Kabul ha diversi collegamenti con gli Stati della regione circostante, ma è soprattutto con il vicino pakistano che esiste un rapporto controverso, eppure fondamentale per la storia della nazione.

Dal punto di vista dell’approccio internazionale il libro non considera solamente l’importanza di Islamabad, ma anche quella di un suo storico competitore nella regione, ossia l’India. Fin dall’indipendenza del Bangladesh nel 1971, favorita concretamente da Nuova Delhi, il Pakistan osserva all’Afghanistan come possibile territorio di ritirata strategica nel caso di un’ipotetica invasione indiana. Secondo la visuale pakistana, dunque, avere lungo il confine occidentale un governo amico e “controllabile” sarebbe dunque fondamentale per fronteggiare la minaccia proveniente da oriente, cresciuta negli ultimi decenni a causa dell’ascesa regionale e globale dell’India. In vista del ritiro dell’ISAF, una tesi fondamentale del volume è proprio legata alle dinamiche Afghanistan-Pakistan-India: la mancanza di una completa “normalizzazione” del rapporto indo-pakistano continuerà a comportare dei problemi per la stabilità dell’Afghanistan e della regione circostante, rendendo eventualmente possibile una ripresa dello scontro in Kashmir. Lo stesso sostegno rivolto ai Talebani da parte pakistana, evidente soprattutto durante gli anni ’90, è stato spesso spiegato da diversi analisti, sia indiani che pakistani, come una precisa politica di Islamabad in funzione anti-indiana.

Tuttavia, dato che l’Afghanistan è teatro di diversi interessi esterni contrapposti, a causa della sua peculiare posizione geografica e delle sue diversità interne, sono stati presi in considerazione anche altri fattori, come ad esempio la competizione tra Arabia Saudita e Iran, motivo alla base dello scontro tra sciiti e sunniti, così come le dinamiche inerenti i rapporti tra NATO e Russia, e tra Stati Uniti e Cina. Per fronteggiare i diversi problemi interni che contraddistinguono l’Afghanistan e il vicino pakistano, in modo tale da evitare una situazione di pericolosa instabilità, sarebbe dunque necessaria un’attiva cooperazione tra i diversi attori regionali e globali coinvolti.

 

2. “Una linea di odio che ha sollevato un muro tra i due fratelli”.

Sono queste le parole del Presidente afghano Karzai per descrivere la Linea Durand all'indomani della formazione del governo dei Talebani nel 1996.

Quale bilancio si può trarre per l'interazione AF PAK dopo più di dieci anni dall'insediamento dei Talebani? Qual è la situazione attuale per le relazioni AF PAK, passando dall'assassinio di Osama Bin Laden nel maggio 2011? Ed in tale contesto, ha ancora senso l'utilizzo del termine al Qaeda in ambito accademico?

La Linea Durand non è mai stata riconosciuta dall’Afghanistan. Questo a causa della minoranza pashtun abitante in Pakistan, che secondo la visione di Kabul dovrebbe essere unita allo Stato afghano. I rapporti tra i due Paesi non sono ottimi e permangono situazioni di criticità. L’Afghanistan ha spesso ufficialmente accusato i servizi segreti e l’esercito di Islamabad di fornire un concreto supporto ai gruppi estremisti operanti in territorio afghano. L’uccisione di bin Laden ad Abbottabad, oltre a incrinare i rapporti tra Stati Uniti e Pakistan, ha rappresentato un ulteriore motivo di divergenza tra i due Stati asiatici.

Un problema fondamentale è dato dal fatto che esiste la percezione da parte delle autorità di Kabul che il Pakistan intenda mantenere un ruolo di primo piano nella politica interna afghana anche nei prossimi anni, favorendo come nel passato i molteplici partiti legati all’universo talebano. Un concreto esempio che può essere offerto è il cosiddetto processo di rinconciliazione afghano, il quale prevede una pacificazione con diversi gruppi estremisti in vista del ritiro del contingente internazionale. Questo processo è stato favorito dagli Stati Uniti e da altri Paesi occidentali nel corso degli ultimi tre anni, ma un ruolo fondamentale è stato assunto proprio dal Pakistan, dal momento che molti di questi gruppi hanno svolto la loro formazione iniziale nelle aree tribali pakistane a ridosso della Linea Durand. Islamabad rimane dunque un attore fondamentale per la stabilità afghana, anche se Kabul intenderebbe risolvere le proprie questioni interne in modo autonomo, come sostenuto da Karzai più volte.

Pur considerando questa complessa situazione, le classi dirigenti dei due Paesi sono concordi nel ritenere imprescindibile una cooperazione di tipo economico e commerciale, che sembra in graduale consolidamento. Esistono inoltre diversi progetti energetici che coinvolgono Afghanistan e Pakistan; il graduale inserimento dei due Paesi nel sistema di cooperazione regionale favorirebbe certamente i rapporti bilaterali, anche se gli ostacoli da superare sono ancora molti.

Per quanto riguarda il termine al-Qaeda, penso abbia senso utilizzarlo nel mondo accademico, dipende da come lo si adopera e dal modo in cui vengono poste le diverse problematiche connesse all’Af-Pak. Le cause del fondamentalismo islamico si legano a complesse motivazioni storiche e politiche, che caratterizzano la regione dell’Asia meridionale e il territorio dell’Af-Pak da decenni. Richiedono pertanto un’analisi approfondita.

 

3. Dal Transit Trade Agreement alla Camera di Commercio comune, Pakistan ed Afghanistan sono stati affiancati nel siglare i sopracitati accordi commerciali dall'attore americano.

Gli Stati Uniti di certo non sono un attore disinteressato nella regione asiatica a seguito delle conseguenze della campagna militare-energetica Enduring Freedom del 2001.

Nel 2006 il comando militare delle operazioni in Afghanistan, come noto anche al grande pubblico, è stato sostituito dalle truppe NATO del corpo ISAF.

Quale peso ha avuto l'amministrazione americana nel miglioramento o peggioramento delle relazioni AF PAK, se paragonate al decennio precedente? Riesce a prevedere delle conseguenze nel breve periodo per il ritiro delle truppe ISAF dall'Afghanistan nei prossimi sei mesi?

Gli Stati Uniti e gli alleati della NATO, come l’Italia, hanno svolto un ruolo considerevole dal punto di vista socio-economico, dello sviluppo e della democratizzazione in Afghanistan, anche se il riemergere della conflittualità interna, la ripresa dei gruppi estremisti e il conseguente dialogo impostato con i Talebani dimostrano i limiti dell’intervento militare nel Paese asiatico.

Le relazioni tra Afghanistan e Pakistan, come ricordavo in precedenza, sono difficili. L’intenzione di Washington volta a favorire il dialogo mediante l’aiuto pakistano, assieme al malcontento indiano, ha generato una visione negativa da parte di Kabul, la quale teme un ritorno dei Talebani con il supporto esterno pakistano. Una situazione che potrebbe ricalcare ciò che è avvenuto durante gli anni ’90. Islamabad rimane in ogni caso troppo importante per la strategia statunitense nella regione, vista la sua fondamentale posizione per i rifornimenti da destinare alle truppe della NATO e per il programmato ritiro. Sebbene sia previsto il termine della missione dell’ISAF per la fine di quest’anno, i prossimi mesi saranno decisivi per l’eventuale predisposizione di un successivo impegno statunitense e della NATO in Afghanistan, secondo la cosiddetta Resolute Support Mission, alla quale anche l’Italia sarà chiamata ad offrire il proprio contributo. L’intenzione statunitense è quella di creare delle basi militari in territorio afghano, un’azione che, assieme al consenso afghano, deve necessariamente trovare il supporto politico pakistano. Ad oggi però gli accordi bilaterali tra Afghanistan e Stati Uniti, che rendono fattibile uno scenario di questo tipo (Accordo bilaterale sulla sicurezza e Status of Force Agreement), non sono stati ancora sottoscritti dal governo afghano per svariati motivi. La zero-option, ossia il totale ritiro delle truppe statunitensi e degli alleati NATO, è dunque, un’ipotesi molto concreta per i prossimi mesi, nel caso di un effettivo mancato accordo tra Washington e Kabul. Per offrire un quadro della situazione sarà inoltre necessario attendere le elezioni previste per aprile, molto dipenderà dalle decisioni del nuovo Presidente, così come l’evolversi del dialogo intrapreso con i gruppi estremisti. È evidente che per la permanenza militare di Washington è necessario un accordo anche con i gruppi talebani. La situazione è dunque molto complessa, tutt’altro che stabile ed è possibile che i prossimi mesi siano caratterizzati anche da un aumento della violenza.

 

4. A seguito della sua vasta esperienza di studio regionale, qual è a suo giudizio la commisurazione del peso del mercato della droga, ed in particolare degli oppiacei, nelle relazioni AF PAK? Come sicuramente saprà, la coltivazione di oppio in suolo afghano ha raggiunto lo scorso anno il massimo storico di ettari utilizzati, un aumento percentuale dal 2012 del 50%, con delle ripercussioni esponenziali nella crescita dell'economia. E' un cosiddetto “fatturato” che non potrà non avere una considerazione nel futuro prossimo, in un ipotetico bilancio della guerra dell'Occidente nella regione.

Il narcotraffico, assieme al fondamentalismo islamico, rappresenta una delle problematiche più significative e complesse in un’area già contraddistinta da corruzione, scontri etnici, competizione per le risorse idriche e traffico di esseri umani. Sarà necessario adottare delle politiche aggiuntive a quello che è stato fatto in questo ambito. In questo contesto e in vista del ritiro dell’ISAF, così come per quanto riguarda altre problematiche, dalla sicurezza regionale alla politica energetica, dalle misure adottate per una maggiore integrazione a quelle predisposte per migliorare il controllo delle frontiere, penso sia necessaria una maggiore cooperazione di carattere regionale che coinvolga i diversi attori confinanti con l’Afghanistan, in primo luogo le repubbliche dell’Asia centrale e il Pakistan, così come i Paesi membri della NATO impegnati in Afghanistan, ma anche Russia, Cina e India. Esistono già diversi programmi predisposti da molteplici organizzazioni (tra le quali si possono citare l’OSCE, l’UNAMA, l’Ufficio ONU per la Droga e il Crimine – UNODC, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, la Conference on Interaction and Confidence Building Measures in Asia – CICA, l’Associazione sud-asiatica per cooperazione regionale – SAARC). La Comunità Internazionale dovrà proseguire lungo il percorso tracciato da queste organizzazioni, anche se alcune di esse lasceranno l’Afghanistan proprio quest’anno, e sostenere i risultati positivi raggiunti, supportando il governo afghano nella sua azione contro la coltivazione illegale di oppio. In questo caso, così come in altri ambiti, l’Afghanistan ha bisogno di istituzioni credibili che abbiano un supporto anche a livello internazionale e che combattano efficacemente il fenomeno. Fondamentale sarà dunque il supporto dei diversi Stati membri degli organismi citati e, come ricordato in precedenza, un’attiva azione per favorire la cooperazione nell’area in modo tale da isolare i diversi gruppi interessati al traffico di droga e agli ingenti profitti collegati. Sarà inoltre importante garantire a livello locale per la popolazione contadina delle valide alternative alla sola coltivazione dell’oppio, favorendo altre colture.

 

5. Il suo libro è titolato come “la sfida della stabilità”: in tale duello riesce ad individuare fra le due nazioni in gioco un soggetto trascinatore?

Il libro è intitolato la Sfida della stabilità: esiste una situazione molto difficile nell’attuale contesto afghano-pakistano dai risvolti imprevedibili e complessi, ma ci sono i presupposti affinché i diversi attori regionali e globali interessati possano cogliere la sfida e favorire la stabilità. Come recita il sottotitolo “Il futuro afghano e pakistano tra interessi contrapposti e cooperazione regionale”, esistono delle forti contrapposizioni a causa dell’importanza strategica della regione. Credo che il soggetto trascinatore della coppia Afghanistan-Pakistan sia soprattutto quest’ultimo, importante attore regionale dotato di armi nucleari. Come ricordavo in precedenza, Islamabad ha adottato una specifica politica nel corso degli anni per motivi strategici connessi alla sua interazione con l’India. Quest’ultima ha evidenti interessi commerciali in Afghanistan, cresciuti soprattutto nell’ultimo decennio e che coinvolgono anche l’Iran, comportando un aumento dei timori pakistani nei confronti di un potenziale accerchiamento da parte indiana. In India è noto come sia importante puntare sul proprio “soft power” in Afghanistan, in modo tale da ottenere dei guadagni futuri e limitare allo stesso tempo la presenza pakistana. Una delle sfide legate al futuro di Kabul è dunque connessa ai rapporti Afghanistan-Pakistan-India che influenzeranno decisamente in un senso o nell’altro la regione, una visuale condivisa da diversi analisti sia pakistani che indiani. Esistendo un filo invisibile, di tipo culturale, storico, geografico e religioso, che lega il Pakistan all’India, penso che la Comunità Internazionale debba farsi partecipe degli sforzi volti alla stabilizzazione dei rapporti tra questi Paesi dell’Asia meridionale, in modo tale da favorire nelle rispettive società civili una diversa propensione nei confronti del vicino. Penso che un approccio differente possa comportare degli effetti benefici per lo stesso Afghanistan, dove il radicalismo di alcuni gruppi non troverebbe legittimità di esistere.

Maria Giovanna Lanotte – Agenzia Stampa Italia