(ASI) Richard Gere torna a Roma dopo tre anni. Stile elegante, modi raffinati e solito tè tra una domanda e l’altra, Richard è un vero gentleman, anche quando per esigenze artistiche s’inventa barbone. L’idea del premio Oscar è stata quella di addentrarti nel mondo degli “invisibili” accompagnato da una telecamera digitale.

Vestito male e bevendo da bicchieri di plastica, neanche lui è stato riconosciuto nei sobborghi di New York. Lo stesso attore ha ammesso di essere stato riconosciuto solo da due ragazzi di colori, che lo hanno salutato e se ne sono andati via. Con i panni dell’invisibile anche un divo può confondersi. Questa interpretazione è diversa dalle altre, ma di un altissimo e intenso valore artistico. Time out of mind, nato come cortometraggio è cresciuto giorno per giorno fino ad arrivare a tre versioni. La prima, forse troppo stringata, la lunga, un po’ prolissa e la media, forse la migliore. Il personaggio di Gere è un uomo distrutto, uno sconfitto dalla vita, che però decide di rialzarsi, aiutando gli altri. Da qui si comprende la missione artistica e umana dell’ex ufficiale gentiluomo, che porta un nuovo genere di film, più reale e impegnato, per far scuotere tutti coloro che non guardano o fanno finta di non vedere.

Daniele Corvi –Agenzia Stampa Italia

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