traffic 15888 1920(ASI) L'indice manifatturiero (PMI) cinese ha raggiunto quota 50,2 punti a Novembre, in crescita rispetto ai 49,3 punti di Ottobre, tornando al di sopra della soglia dei 50 punti, dunque in terreno espansivo. A comunicarlo è stato oggi il Dipartimento Nazionale di Statistica, citato da Xinhua, osservando come questo dato ponga fine alla contrazione registrata consecutivamente nei sei mesi precedenti.

Nello specifico, il sotto-indice della produzione ha guadagnato 1,8 punti rispetto al mese sorso, balzando a quota 52,6, mentre quello relativo ai nuovi ordini è salito di 1,7 punti toccando quota 51,3. Zhao Qinghe, responsabile per le statistiche presso il Dipartimento, ha osservato che miglioramenti sono stati registrati sia sul lato dell'offerta che su quello della domanda, con entrambi gli indici al loro massimo da giugno.

Sul fronte del commercio estero, import ed export hanno fatto segnare prestazioni positive, pur restando ancora al di sotto della soglia dei 50 punti. Il sottoindice delle nuove esportazioni ha guadagnato infatti 1,8 punti, marcando quota 48,8, mentre quello delle importazioni è risalito di 2,9 punti a quota 49,8. L'indice PMI relativo alle grandi imprese cresce di 1 punto portandosi nuovamente in zona espansiva, a 50,9. Crescono, per il secondo mese consecutivo, anche i settori hi-tech, apparecchiature e beni di consumo, anche se il è settore non-manifatturiero, principalmente i servizi, a registrare la crescita più significativa con un indice relativo pari a 54,4 punti, in aumento rispetto ai 52,8 punti del mese scorso.

Secondo Wen Tao, analista presso il Centro Informazioni Logistiche della Cina, interpellato da Xinhua, a sprigionare il potenziale della domanda interna sono stati senza dubbio due fattori: gli aggiustamenti anti-ciclici e il taglio delle tasse. In particolare, le consistenti misure di riduzione fiscale e semplificazione per le imprese costituiscono l'architrave della riforma strutturale dell'offerta che il governo cinese sta portando avanti da ormai quasi cinque anni.

Lo scorso 24 settembre, durante una conferenza stampa, il ministro delle Finanze Liu Kun aveva riportato i dati «senza precedenti» dei primi sette mesi dell'anno. Il taglio delle tasse e degli oneri ha consentito alle aziende e alle persone fisiche di risparmiare globalmente circa 1.350 miliardi di yuan, pari a quasi 189 miliardi di dollari. «Le politiche di riduzione fiscale sono così generali che quasi tutti i contribuenti ne beneficeranno quest'anno», aveva allora osservato Liu.

Il 63% degli sgravi fiscali (pari a 1.170 miliardi di yuan) è andato a vantaggio del settore privato, in particolare delle aziende manifatturiere, che hanno potuto risparmiare complessivamente 364,8 miliardi di yuan (il 31% della riduzione fiscale totale). Stando ad un sondaggio condotto lo scorso Settembre dal Dipartimento Nazionale di Statistica, oltre il 70% del denaro risparmiato è stato investito dalle stesse aziende in ricerca e sviluppo, modernizzazione tecnologica o in strategie di espansione. Liu aveva così rimarcato che «tagliare tasse ed oneri ha stimolato la vitalità del mercato, rafforzato la fiducia dei consumatori e potenziato la fase di crescita», aggiungendo che «il pacchetto delle politiche di riduzione fiscale messo in campo quest'anno è stato ben recepito dalle imprese come l'insieme di incentivi più diretto, efficace ed equo».

Questo stimolo ha permesso a molti giovani e meno giovani di avviare nuove aziende, mediamente 19.000 al giorno registrate tra Gennaio e Agosto scorsi, spingendo specialmente il settore hi-tech, dove gli investimenti sono cresciuti del 13% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. «I principali indicatori dei primi otto mesi hanno evidenziato che l'economia cinese è rimasta all'interno di un range ragionevole e ha raggiunto una crescita complessivamente stabile, compiendo ulteriori passi in avanti», aveva osservato Liu circa due mesi fa.

Tornando ai dati emersi oggi, Pechino sembra aver cominciato a risalire la china superando gli effetti più negativi dell'ultimo atto della guerra commerciale con gli Stati Uniti, prima della riapertura dei negoziati ad Ottobre, anche grazie ad una domanda interna sempre più forte e dinamica, che pare in grado di assorbire un volume di vendite in continua crescita. Tuttavia sarà fondamentale tornare al tavolo delle trattative per evitare l'inasprirsi dello scenario nei rapporti tra le prime due economie mondiali. Le pressioni dell'establishment statunitense su Donald Trump restano fortissime. La firma, non necessaria, del presidente statunitense sull'Hong Kong Human Rights and Democracy Act, voluto dal Congresso, ha raffreddato immediatamente le speranze e riportato il gelo nelle relazioni diplomatiche. L'interferenza, non certo nuova, di Washington negli affari interni della Cina rischia di avere serie ripercussioni, bloccando ancora una volta la ripresa dei negoziati.

Da mesi, alcuni "falchi" del Senato e la stampa a stelle e strisce più militante stanno cercando di condizionare le mosse del capo della Casa Bianca in politica estera: non solo su Hong Kong, ma recentemente anche attraverso il dossier "segreto" pubblicato dal New York Times per denunciare il presunto trattamento discriminatorio che il governo di Pechino riserverebbe agli estremisti islamici uiguri nella regione autonoma nordoccidentale dello Xinjiang.

È evidente il tentativo di spingere Trump a mantenere molto distanti le due parti, malgrado gli accorati appelli a rimuovere i dazi provenienti da associazioni del mondo industriale americano come Americans for Free Trade (AFT) e Tariffs Hurt the Heartland (THH). Quest'ultima, in particolare, sostiene che «i dazi sono tasse a carico degli americani, tasse che vengono sostenute da agricoltori, rivenditori, produttori, imprenditori e consumatori americani». Secondo le stime di THH, tenendo conto soltanto dei dazi sull'import, la guerra commerciale costa ai cittadini statunitensi 810 dollari al secondo. Attualmente, dall'inizio della guerra commerciale, le stime complessive parlano di perdite per le tasche degli americani superiori a 38,5 miliardi di dollari.

 

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

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