XI(ASI) È tutto pronto a Pechino per la conferenza che domani mattina, a partire dalle 10 (ora locale), celebrerà il quarantesimo anniversario dell'introduzione delle politiche di riforma e apertura, avviate proprio nel 1978 da Deng Xiaoping, leader e presidente de facto della Repubblica Popolare Cinese dopo la morte di Mao Zedong e l'"interregno" transitorio di Hua Guofeng. Attesissimo, nemmeno a dirlo, il discorso del presidente Xi Jinping, chiamato in questa decade di grandi cambiamenti, a traghettare il Paese lungo il fiume del «socialismo con caratteristiche cinesi», consolidata ideologia-guida della classe dirigente, in costante aggiornamento.

In questi quarant'anni, la Cina ha indubbiamente raggiunto risultati straordinari dal punto di vista economico e sociale, affermandosi quale seconda potenza mondiale e consentendo a centinaia di milioni di persone di uscire da una condizione di povertà estrema. La teoria delle quattro modernizzazioni, già pensata negli anni Cinquanta da Liu Shaoqi, fu recuperata da Deng che l'attualizzò e l'applicò, facendone la stella polare per lo sviluppo del Paese nei campi ritenuti fondamentali per colmare il divario allora accumulato rispetto tanto alle economie occidentali quanto a quella sovietica: agricoltura, scienza e tecnologia, industria e difesa.

Introducendo sperimentalmente meccanismi di liberalizzazione in alcuni settori manifatturieri ed inaugurando le prime quattro zone economiche speciali aperte agli investitori esteri a Shantou, Xiamen, Shenzhen e Zhuhai, all'alba degli anni Ottanta il Paese asiatico cominciò un percorso di progressiva ascesa economica, proseguito per quarant'anni ad un tasso medio di crescita annua pari al 9,5%. Se allora la Cina pesava per meno del 3% sull'economia mondiale, oggi il PIL del Paese di mezzo vale il 15% del totale, mentre il commercio estero cinese contribuisce per oltre il 30% alla crescita globale.

Nel giro di otto lustri, il ruolo internazionale di Pechino è diventato sempre più rilevante ed il parere del presidente cinese è fra i due o tre più attesi in occasione di numerosi consessi mondiali, dall'ONU al G20, dal COP24 sul clima al Forum Economico Mondiale (Davos). Non solo. La Cina è diventata a sua volta Paese ospitante di eventi in grado di calamitare l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale: appuntamenti fissi, come il Forum di Boao per l'Asia, il Forum Belt and Road per la Cooperazione Internazionale o il Vertice Annuale dei Nuovi Campioni del WEF (Davos estiva); rotativi, come il Forum per la Cooperazione Cina-Africa (FOCAC) o il Vertice della Banca Asiatica per gli Investimenti Infrastrutturali (AIIB); ed unici, come le Olimpiadi 2008 a Pechino, l'Expo 2010 a Shanghai, il G20 2016 di Hangzhou o le prossime Olimpiadi Invernali 2022, ancora a Pechino.

La storia delle politiche di riforma e apertura ha consegnato agli annali situazioni di eccellenza e dimostrazioni di capacità produttiva e gestionale senza precedenti. Al netto della costante supervisione di Pechino, capitale politica e amministrativa del Paese, tre città cinesi in particolare sembrano aver incarnato, più di altre, le fasi del cambiamento negli ultimi quattro decenni. Negli anni Ottanta, Shenzhen, fra le prime aree urbane ad adottare il sistema della zona economica speciale, ha rappresentato il simbolo della modernizzazione industriale. Negli anni Novanta, Shanghai, con la costruzione del celebre distretto finanziario e commerciale di Lujiazui, si è fatta emblema della rivoluzione dei servizi. Negli anni Duemila, la modernizzazione urbanistica della megalopoli di Chongqing, unitamente a progetti di sviluppo infrastrutturale e commerciale quali la Diga delle Tre Gole e la Cintura Economica del Fiume Azzurro, ha cominciato a concentrare con decisione gli sforzi della leadership anche nella Cina occidentale, rimasta più indietro rispetto al resto del Paese.

Da diversi anni, insomma, non esiste analisi, studio o approfondimento a carattere economico e/o diplomatico che possa prescindere dalla Cina. Tuttavia, la crescita esponenziale del Paese asiatico ha generato, giocoforza, anche alcuni effetti collaterali [le cosiddette «contraddizioni secondarie», subordinate sempre ad una «contraddizione principale» che caratterizza globalmente ogni fase di sviluppo, nda] sui quali il governo, nel corso del tempo, è dovuto intervenire per cercare di appianare le storture prodotte o amplificate da uno sviluppo accelerato e dall'apertura al mercato, materializzatisi sotto forma di fenomeni presenti un po' ovunque nel mondo ma tanto più impattanti in un Paese di circa 1,4 miliardi di abitanti: dall'inquinamento atmosferico alla semi-privatizzazione del sistema sanitario, dagli squilibri sociali al divario tra città e campagna, dalle sacche di corruzione alla volatilità del mercato immobiliare.

Il concetto di "Nuova Era" descritto da Xi Jinping nel celebre discorso pronunciato al 19° Congresso del Partito Comunista Cinese nell'ottobre 2017, indica proprio l'avvio di una nuova fase di sviluppo che dovrà vedere le politiche di riforma e apertura trasformarsi ulteriormente per venire incontro alle condizioni e alle esigenze della popolazione nel nuovo contesto storico.

Il primo appuntamento importante ad aver calamitato l'attenzione di tutto il mondo ha visto ancora una volta protagonista la metropoli di Shanghai, che tra il 5 ed il 10 novembre scorsi ha ospitato la primissima edizione del China International Import Expo, una manifestazione fieristica partecipata da rappresentanze istituzionali ed imprenditoriali di gran parte dei Paesi del mondo - tra cui anche l'Italia - pensata da Pechino come momento di business matching in formato gigante ma soprattutto per testimoniare l'intenzione della leadership di facilitare l'accesso al mercato cinese a nuovi beni e servizi.

La Nuova Era, introdotta da un periodo transitorio guidato dalla riforma strutturale dell'offerta, vedrà la Cina, nei prossimi sedici anni (da qui al 2035), perseguire anzitutto l'obiettivo del pieno raggiungimento di una «società moderatamente prospera» (xiaokang) entro il 2021 per poi potenziare l'orientamento assunto dal suo nuovo modello di sviluppo, già oggi caratterizzato dal primato dei servizi sull'industria, innovato dalla trasformazione digitale del settore manifatturiero (Made in China 2025) e trainato dai consumi interni.

Con il boom dell'industria 4.0 e dell'economia digitale è oggi Shenzhen - vera e propria calamita per aziende e start-up innovative da tutto il mondo - a tornare fortemente in pole position insieme alla baia estesa che, tra parte del Guangdong, Hong Kong e Macao, va a comporre la Regione Metropolitana del Delta del Fiume di Perle, una delle aree più ricche e sviluppate del Paese, con 11 centri principali, una popolazione pari a 67 milioni di abitanti ed un PIL di oltre 1.500 miliardi di dollari nel solo 2017, superiore persino a quello della più famosa Bay Area di San Francisco.

Secondo l'agenda descritta da Xi Jinping, dopo il 2035, e sino al 2050, quando la Repubblica Popolare avrà ormai già compiuto da un anno un secolo di vita, la classe dirigente cinese dovrà lavorare intensamente per trasformare compiutamente la Cina in «un moderno Paese socialista che sia prospero, forte, democratico, culturalmente avanzato e armonioso».

Traguardi molto ambiziosi ma non certo impossibili per un popolo che custodisce la più antica saggezza vivente del mondo.

 

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

 

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