135660809 14730357009451n(ASI) È arrivato a Buenos Aires, nella notte tra ieri e oggi, il presidente cinese Xi Jinping, accompagnato dalla moglie, la soprano Peng Liyuan. Ricevuta dal ministro degli Esteri argentino Jorge Faurie, la coppia presidenziale, proveniente dalla visita di Stato in Spagna, si è accomodata nella capitale argentina, dove tra oggi e domani il leader asiatico prenderà parte al summit del G20, assieme ai capi di Stato o di governo delle altre grandi economie del mondo, tra cui Donald Trump, Theresa May, Emmanuel Macron, Vladimir Putin, Angela Merkel, Shinzo Abe, Moon Jae-in, Joko Widodo ed il nostro Giuseppe Conte, oltre ai premier dei tre Paesi ospiti speciali, cioè il cileno Sebastián Piñera, lo spagnolo Pedro Sánchez e l'olandese Mark Rutte.

Presenti anche i leader mandatari di alcune fra le principali aggregazioni regionali: l'Unione Europea, rappresentata dal presidente della Commissione Jean-Claude Juncker e dal presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk; l'ASEAN, rappresentata dal primo ministro singaporiano Lee Hsien Loong; l'Unione Africana, rappresentata dal presidente ruandese Paul Kagame; e la Caricom, rappresentata dal giamaicano Andrew Holness. Chiude l'elenco delle presenze politiche il presidente senegalese Sall, in rappresentanza della Nuova Associazione per lo Sviluppo dell'Africa (NEPAD).

A queste figure si aggiungeranno, come di consueto, i massimi vertici istituzionali delle organizzazioni internazionali partner del G20: Jim Yong Kim, presidente della Banca Mondiale; Christine Lagarde, direttore operativo del Fondo Monetario Internazionale (FMI); António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite (ONU); Roberto Azevedo, direttore generale dell'Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO); Mark Carney, capo del Consiglio per la Stabilità Finanziaria (FSB); Guy Ryder, direttore generale dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO); Ángel Gurría, segretario generale dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE); e Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Assieme a loro, parteciperanno al summit anche i dirigenti delle principali istituzioni finanziarie regionali: Luis Carranza Ugarte, presidente esecutivo della Banca di Sviluppo dell'America Latina, e Luis Alberto Moreno, presidente della Banca di Sviluppo Inter-Americana.

Il discorso di Xi Jinping è molto atteso dalla stampa internazionale perché delineerà le proposte della Cina sui principali temi affrontati dal G20, a cominciare dal sistema internazionale del commercio e dagli investimenti per poi arrivare alla governance economica mondiale, alla digitalizzazione e alla tutela dell'ecosistema.

Come sancito ormai da tempo, in particolare con lo storico discorso pronunciato al Forum Economico Mondiale di Davos nel gennaio 2017, Pechino ha di fatto preso in mano le redini della globalizzazione economica. Un ruolo in questa accelerazione del processo di slittamento degli equilibri e delle responsabilità internazionali è stato senza dubbio giocato da Donald Trump che, applicando una politica protezionistica molto aggressiva, ha praticamente ritirato gli Stati Uniti dal coinvolgimento diretto nei principali scenari globali del commercio - Europa e Asia - abbandonando TTIP e TPP. È in questo contesto che il Partenariato Economico Regionale Globale (RCEP) ha potuto prendere corpo sempre più velocemente, avvicinandosi all'imminente traguardo della conclusione di un accordo mastodontico che vedrà Cina, Giappone, Corea del Sud, India, Australia, Nuova Zelanda e le dieci economie dell'ASEAN unite in un'unica area di libero scambio.

Proprio sul tema del commercio si attendono da Xi Jinping parole decise contro la politica portata avanti dall'amministrazione statunitense. Indicativi sono stati in questo senso due articoli pubblicati recentemente, in vista dell'appuntamento di Buenos Aires, dal ministro degli Esteri cinese Wang Yi e dal suo assistente, lo sherpa Zhang Jun, rispettivamente per una pubblicazione dell'Università di Toronto e per il Financial Times.

Partendo dalla centralità del ruolo del G20, Wang Yi afferma che «qualcuno comincia a mettere persino in dubbio l’importanza e il futuro del suo meccanismo», a dieci anni dall'avvio della sua missione in concomitanza con lo scoppio della crisi internazionale, sulla scia del «tracollo finanziario partito da Wall Street». Il ministro ha quindi ricordato che oggi «il mondo sta soffrendo a causa degli shock economici provocati dal crescendo di unilateralismo e protezionismo», oltre al fatto che «i Paesi in via di sviluppo stanno risentendo sempre di più delle ricadute negative delle mutevoli politiche monetarie delle economie avanzate».

Secondo il ministro degli Esteri cinese, insomma, il G20 deve dimostrare una capacità di leadership nel sostegno al multilateralismo, alle riforme, all'innovazione e allo sviluppo, sottolineando che se una riforma del sistema multilaterale del commercio si rende ormai necessaria, «i valori fondamentali e i principi basilari del WTO» dovrebbero «essere tutelati», nel rispetto dello «spazio di crescita dei Paesi in via di sviluppo».

Zhang Jun, da parte sua, ha definito «arbitrario imputare gli squilibri globali alle cosiddette pratiche commerciali scorrette», evidenziando che «le misure "correttive" avranno un impatto limitato sul deficit commerciale complessivo di un Paese». Non solo: il protezionismo rischia di danneggiare le stesse economie avanzate che lo applicano, perché i settori che nel breve termine potrebbero trarne un vantaggio, nel medio-lungo periodo «diventeranno meno dinamici rispetto ai loro competitor stranieri». Dalle colonne del maggior quotidiano economico-finanziario britannico, il diplomatico cinese ha invitato le economie avanzate a «ridurre le barriere e risolvere i disaccordi attraverso il dialogo». «La Cina non è né l’artefice né il maggior beneficiario della globalizzazione - ha precisato Zhang - tuttavia siamo stati determinati nel seguire le regole e metterci al passo con gli altri».

Con le riforme mirate all'apertura del mercato interno e alla protezione dei diritti di proprietà intellettuale, la Cina sta dunque mettendo in campo una forte responsabilità nei confronti del resto del mondo senza negare i problemi emersi in passato, ma cercando al contempo di risolverli nel modo più conveniente possibile per tutte le parti.

Ciò che emerge dalle parole dei due diplomatici cinesi, e che lascia intendere la piega del discorso di Xi Jinping, è una tesi semplice ma determinante. Non è la Cina ad aver costruito la globalizzazione, né ad aver provocato le sue storture. Appare, per tanto, del tutto pretestuoso e opportunistico scagliare accuse contro Pechino o contro gli altri Paesi in via di sviluppo se alcune economie avanzate oggi possono patire gli effetti di uno squilibrio commerciale. Come ha detto il primo ministro di Singapore, Lee Hsien Loong, durante l'ultima edizione del Forum di Boao per l'Asia in aprile, «la causa del deficit commerciale è lo squilibrio nel mercato interno e, in particolare, questo accade quando un Paese consuma più di quello che produce».

Detto in parole più semplici, chi ha consentito alle proprie aziende di delocalizzare in giro per il mondo a caccia di manodopera a basso costo, oggi non può lamentarsi con gli altri per le conseguenze delle sue scelte e tanto meno per il fatto che le economie asiatiche, col tempo, possano averne tratto vantaggio per sviluppare proprie produzioni, avanzando lungo le catene globali del valore.

Del resto, le economie emergenti, prima o poi, sarebbero comunque salite al tavolo dei grandi per recitare un ruolo da protagoniste nello scenario globale, in particolare la Cina che per secoli, prima del 1839, è stata costantemente fra le prime due o tre economie mondiali. Era impensabile lasciare fuori dalla globalizzazione, dallo sviluppo e dal benessere diffuso più della metà della popolazione del pianeta. Ora, si tratta soltanto di intensificare il livello di cooperazione e di condivisione per costruire nuovi modelli di crescita sostenibili, ed evitare così scontri e conflitti che avrebbero conseguenze dagli effetti imponderabili.

 

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

 

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