(ASI) “Come è vivere con una donna? Esattamente come partecipare a un’asta: non sai mai se la tua offerta sarà la migliore”. Questo è la risposta che dà il segretario alla domanda posta dal famosissimo banditore d’aste Virgil Oldman, interpretato magistralmente da Geoffrey Rush. Oldman è un uomo apparentemente freddo, austero, un po’ misantropo, ma un profondo conoscitore d’arte, forse il miglior al mondo e con una preziosissima collezione di ritratti femminili ottenuta attraverso la complicità, non del tutto lecita, dell’amico Bill. Ad Oldman verrà commissionata da una misteriosa donna, Claire Ibeson, la valutazione delle opere d’arte appartenute alla sua famiglia. Stizzito e incuriosito da alcuni contrattempi della donna, il banditore troverà dei pezzi di ferraglia strani. L’amico perito elettrico, Robert, non riesce a definirli, ma capisce che si nasconde un marchingegno di grandissimo valore.  Per questo Virgil accetterà l’incarico, nonostante la donna non si faccia mai vedere. Pian piano, come un ingranaggio perfetto, si scoprirà sia che Claire soffre di una malattia particolare che le impedisce di farsi vedere, sia  la funzionalità degli ingranaggi. Quindi c’è un meccanismo nella sceneggiatura perfetto, che vedrà evolvere il personaggio di Oldman, la vicenda riguardante la ricostruzione dell’oggetto misterioso e il legame con Claire.  Claire è ovviamente il fulcro di questo ingranaggio, dietro il quale si nasconde la sensibilità, la fragilità e “la profonda ammirazione di Virgil per le donne, pari al timore che ha sempre avuto”. Tornatore scava nell’anima dei due protagonisti, così simili, avvicinandoli sempre più e cambiandoli. Sembra che tutto si sciolga e che possa arrivare a un epilogo.  Negli ultimi venti minuti, però, il regista siciliano inganna lo spettatore varie volte, prendendo le redini del film, forse azzardando troppo, e  dando l’impressione di un finale prima triste ma intensissimo e poi idilliaco e romanzato. Tuttavia l’esito sarà apparentemente sconvolgente, seppur con un senso di amarezza, che però è la risultante perfetta di quell’ingranaggio curato in ogni dettaglio.  Il finale giustifica particolari come la donna down nel bar che dice numeri senza senso, i pezzi dell’oggetto misterioso, la collezione di ritratti di donne di Oldam, le parole sibilline del socio Billy. Gli ingranaggi girano, oliati da un favoloso Rush, accompagnati dalle musiche di Morricone e dalle meravigliose scenografie, giocando su quel dualismo falsità e autenticità, che affligge ogni antiquario. Si dice nel film “i sentimenti umani sono come le opere d’arte si possono simulare” e viene dunque da chiedersi se sia un autentico o un falso capolavoro il film di Tornatore. Basta avere una cura maniacale dei dettagli e degli ingranaggi, oppure conviene a un certo punto farli saltare? E quindi qual è o sarebbe stata la miglior offerta per lo spettatore? Difficile dirlo, ma “in ogni falso c’è qualcosa di autentico”.

 

Daniele Corvi – Agenzia Stampa Italia

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