(ASI) Lo si ricorda specialmente  in Spiederman 1, 2 e 3 nella parte di Harry Osborn, in arte Lord Goblin e il 124 hours, ma guai a parlargliene. Deludendo la platea di giovani fun, James Franco, alla master class del Festival, ha parlato essenzialmente di arte, affermando che fa l’attore solo per soldi, insomma un divo, che è in realtà un intellettuale snob.

Nel suo ultimo film presentato , Tar, realizzato da dodici registi, Franco interpreta un poeta, che va alla ricerca di sé stesso, cerca di ricucire il suo rapporto con la moglie e ricorda momenti dell’infanzia, tra cui il cattivo rapporto con il padre. C’è discrepanza tra scena e scena, sia nella risoluzione, che nel linguaggio cinematografico e alla fine viene fuori un lavoro, che trova da “Cicerone” di questo esperimento cinematografico James Franco. Ma il film non arriva, dove vorrebbe, si atteggia a opera d’arte originale, ma è un tentativo di cinema d’autore, che se non fosse per James Franco, sembrerebbe un lungometraggio fatto con nessun mezzo. Insomma, il cinema impegnato è un altro e se si voleva parlare di un poeta, forse sarebbe consigliato alla team dei dodici rivedere Il dottor Zivago, che ci fa capire l’importanza della poesia.

Apprezzabile, invece, il corto, Dream, di un minuto dello stesso Franco, dove entrando in una casa che sembra normale, si scopre un giardino, che dà sul Gran Canyon e ci dà la dimensione di un mondo fantastico: una casa dei sogni. Il corto Dream è un esperimento riuscito, Tar, invece, dovrà appellarsi non al Consiglio di Stato, ma al giudizio del pubblico.

Voto: 6.

Daniele Corvi – Agenzia Stampa Italia