(ASI) Padova - L’idea di intervistare Alessandro Catto, propugnatore de “La Via Culturale al Socialismo”, nasce durante un arido pomeriggio di agosto, nel leggere il nulla che fa notizia, dai reportage di Giulia Innocenzi ai post di un Tommasi, dalle pontificazioni su MicroMega alle

lezioni di geopolitica sballata di Gad Lerner. E’ proprio questa la deriva preoccupante del ceto medio semicolto italiano: il protagonismo forzato di figure che non hanno alcun rilievo e spessore, e che invece, troneggiano nella scena di una democrazia malata.

1) Alessandro, come nasce l’idea de “La Via Culturale al Socialismo”?

Nasce da un percorso sperimentato nel corso degli anni a vari livelli, da ciò che i mass media, la scuola e l’università mi hanno trasmesso fin da quando ho cominciato a interessarmi di politica, ovvero che la dittatura del pensiero unico democratico, di sinistra e politicamente corretto regna ormai sovrana su vari livelli. Una fabbrica di pensiero che spesso sforna individui senza la benché minima capacità critica, plasmati da ciò che sentono dal professore o dal “papaverone” culturale di turno, pure benestante, che spaccia una malintesa idea di progresso come l’unica possibile meta di una società sana. Una cortina asfissiante che ripropone sempre le stesse litanie, e di cui mi sono presto stancato. E’ nata così l’idea di condividere sul web questo moto di ribellione, che ha trovato parecchi consensi.

2) Quale vuole essere il tuo obiettivo?

Principalmente quello di smuovere quante più coscienze possibile, provare a mostrare che oltre a quelle che ci propina il mondo che sbeffeggio, possono esserci altre chiavi di lettura della società, della storia e della politica. Vorrei essere un pungolo, uno sprone per invogliare le persone a rimettere in discussione tutto ciò che apprendono o hanno appreso dai canali mainstream.

3) Come fanno personaggi del calibro di Saverio Tommasi o Giulia Innocenzi ad essere delle punte di diamante nel nuovo che avanza della sinistra? Quale deriva, a tuo avviso ha portato a questi risultati?

In primis la deriva ideologica del comunismo italiano. Partendo con un messaggio tipicamente rivoluzionario, intriso di marxismo e di profonda ridiscussione sociale, dalla morte di Togliatti passando attraverso l’apice del ‘68 si è confezionata una brodaglia occidentale diventata socialdemocratica, e da socialdemocratica liberal – globalista. Da una critica verso il capitalismo si è passati alla sua accettazione e promozione, conservando delle vecchie battaglie solo gli aspetti più organici e adattabili allo status quo. Dal rovesciamento dello stato borghese al feticismo costituzionale. Dal supporto alle guerre di liberazione al culto laico del migrante. Dai Bordiga e dai Gramsci fino a Gad Lerner e Adriano Sofri. Dal muro di Berlino all’abbattimento di qualsiasi tipo di frontiera. Una deriva che passa anche attraverso la santificata segreteria Berlinguer e il suo “eurocomunismo”. Una storia triste, di cui oggi viviamo in pieno gli esiti.

 4) Che ne pensi, inoltre, delle campagne sul populismo, sull’omofobia, sulla xenofobia, e di quella che hai già definito come la “patologizzazione” del pensiero politico?

La “patologizzazione” del pensiero politico è un’arma la cui portata deve essere ancora pienamente appresa, perché si tratta di una esclusione unilaterale dalla discussione: tutto ciò che si distanzia dal pensiero unico può essere additato come una malattia, levando all’interlocutore pure la dignità stessa della sanità mentale. Una pratica odiosa e da combattere con ogni forza, pure per i suoi tremendi risvolti, quali la continua legittimazione del potere politico e culturale oggi esistente, che si conserva sostanzialmente tale e quale. A livello di governo europeo, per esempio, si blatera spesso sul problema del “populismo”. L’uso e l’abuso di questo termine permette puntualmente di scavalcare qualsiasi richiesta di cambiamento sociale, economico o politico che provenga dal basso. E’ un paradosso che il rischio per la democrazia sia la sua stessa messa in pratica, ovvero l’ascolto del demos, e il suo diritto a governarsi e a proporre istanze. Così come le questioni dell’omofobia e della xenofobia, termini ambulatoriali che spesso celano solamente una contrarietà rispetto all’imposizione di simboli, pratiche e decisioni sulle quali si deve avere il diritto di dire la propria opinione in maniera critica. Pure se contraria a quella dei filosofi dei salottini romani. Ma del resto, siamo pur sempre il paese del reato di “femmincidio” e delle quote rosa, le fobie finiscono solo di dipingere un quadro osceno.

5) Pur provenendo da un ambiente non certo “di destra”, Alessandro, sei riuscito ad analizzare nel profondo il cancro di un mondo che ha abbandonato temi come identità, lavoro e famiglia. Come sei riuscito a farlo?

Semplicemente rimanendo saldo nel rispetto della mia coscienza. Non sono stato io a cambiare i miei ideali, è stato il mondo politico che pretendeva di rappresentarli a cambiare totalmente volto, e a ritrovarsi dal lato opposto della barricata. Chiunque abbia una minima capacità di analisi dei fenomeni politici può rendersi conto che la sinistra di oggi non ha nulla a che vedere con temi socialisti, veramente redistributivi, ideologicamente rivoluzionari e culturalmente all’avanguardia. La sinistra di oggi è l’antitesi della mia idea di socialismo, è anti-sinistra, è anti-italianità nel senso più ampio del termine. C’è un odio profondo verso le manifestazioni culturali più tradizionali, una volontà dittatoriale di piegarne l’essenza fino a renderle asettiche, non più dannose per il trionfo di una globalizzazione pure culturale. A noi il compito di farlo notare e combatterci contro.

6) Chi potrebbe fermare il successo elettorale del Partito Democratico, che continua a governare la società dall’alto della “cultura” che tu critichi? Quali alternative culturali e politiche vedi?

Politiche poche, culturali ancora meno. Il Movimento Cinque stelle avrebbe le potenzialità numeriche per farlo, ma spesso cade anch’esso vittima di una subalternità ideologica pendente verso la sinistra Mentalmente Aperta, incapace di portare alla ribalta la costruzione di una avanguardia formata su basi salde. E’ un gigante dai piedi d’argilla, sotto questo punto di vista. La Lega Nord, se lo volesse, potrebbe rivolgere un messaggio politico più complesso, ma è minata da una incapacità nel levarsi di dosso crismi di un passato e di una tradizione ormai superata. E non parlo della “Padania”, parlo dell’anticomunismo tanto inutile quanto l’antifascismo dei geni di sinistra, parlo dell’idea autolesionista di volersi confinare allo stantio contenitore della destra, del suicidio rappresentato da un possibile ritorno all’ala berlusconiana, della politica estera ambigua, dell’ingenua caciara “industrialottista” del ceto dirigente, in cui scarseggiano, ad oggi, veri e propri ideologi degni di questo nome.

7) Hai in programma qualche pubblicazione che possa raccogliere il bestiario della sinistra radical chic?

Sì, mi piacerebbe, e ci stiamo lavorando. Un’opera capace di fungere da analisi storica anche rispetto alle derive di cui abbiamo parlato.

 Valentino Quintana per Agenzia Stampa Italia